giovedì 21 giugno 2018

Accogliete a braccia aperte la deflazione





di Alasdair Macleod


Ci sono due problemi con la comprensione della deflazione: è mal definita e ha una brutta nomea. Questo articolo mira a porre la deflazione nel suo giusto contesto. Questo è un argomento importante per i sostenitori dell'oro come denaro, i quali saranno consapevoli del fatto che il denaro sonante, in teoria, porta a prezzi più bassi nel tempo e tale viene spesso criticato come obiettivo, perché non rappresenta uno stimolo inflazionistico.

La definizione più semplice di deflazione è la seguente: contrazione della quantità di denaro. Questo può avvenire in uno o più di tre modi. La banca centrale può ridurre la quantità della base monetaria, le banche commerciali possono ridurre la quantità di credito bancario, o gli stranieri, in possesso della vostra valuta, a causa di uno squilibrio commerciale la vendono alla banca centrale.

Il legame con i prezzi è tutt'altro che meccanico, perché il determinante più importante del livello generale dei prezzi è l'appetito relativo al possesso di denaro, e non i cambiamenti della quantità in circolazione, come invece direbbero i monetaristi. A parità di condizioni, una deflazione della quantità di denaro può essere compensata da un calo del desiderio degli individui di possedere contanti e depositi, in modo che il livello generale dei prezzi non ne sia influenzato.

In alternativa, può verificarsi un calo del livello generale dei prezzi senza una corrispondente deflazione monetaria. Ciò accade se aumenta la preferenza generale nel voler possedere i soldi. Un'ulteriore considerazione è che una popolazione potrebbe decidere collettivamente, in base all'incremento dell'incertezza sul futuro, di accumulare denaro invece che lasciare i propri risparmi in una banca. Il conseguente squilibrio tra la produzione da una parte e il consumo (immediato e differito) dall'altra, causato da variazioni della liquidità fisica trattenuta dalla circolazione, può avere un effetto notevole sui prezzi.

In periodi di stabilità monetaria, è probabile che si verifichi una deflazione dei prezzi a causa del progresso economico. Nei mercati liberi quando il denaro è sonante, si sviluppa una sana relazione tra consumo e risparmio. Le imprese concorrenti hanno accesso al risparmio per investire in una produzione più efficiente di beni, con conseguente miglioramento dei prodotti e riduzione dei prezzi. Inoltre le catene della produzione si allungano, portando pienamente i vantaggi della specializzazione all'assemblaggio delle parti in ogni prodotto. Ma queste condizioni possono durare solo se il denaro è sonante, in totale assenza di quei fattori che sconvolgono le preferenze generali relative ai beni.

I critici della deflazione dei prezzi in un ambiente monetario sonante non riescono a capire che il livello dei tassi d'interesse si autoregola. I tassi d'interesse regolano la divisione tra consumo presente e consumo differito, e non influenzano la quantità complessiva di denaro. I tassi aumentano quando le imprese fanno offerte per i fondi e finanziare gli investimenti nella produzione. Le imprese che investono in produzione calcolano i loro costi in base ai prezzi previsti e, se sperimentano un calo dei prezzi, ciò inciderà sul tasso d'interesse che sono disposti a pagare per nuovi investimenti. Pertanto il Paradosso di Gibson, secondo cui i tassi d'interesse sono correlati al livello generale dei prezzi, spiega perché i tassi d'interesse non sono correlati al tasso d'inflazione dei prezzi, come credono i monetaristi.

Il denaro sonante e stabile è la condizione ottimale per realizzare il progresso economico. Queste erano le condizioni ampiamente sperimentate in Gran Bretagna durante il diciannovesimo secolo grazie al gold standard e al libero scambio. Le persone potevano perseguire i loro obiettivi senza che lo stato s'intromettesse. L'errore principale è stato lo stabilire un sistema a riserva frazionaria, che consentiva lo sviluppo di un ciclo creditizio, ma guardando attraverso questi alti e bassi, il progresso economico ha apportato sostanziali miglioramenti agli standard di vita, prezzi più bassi e l'accumulo di ricchezza individuale nel tempo.

Durante il regno della regina Vittoria, che ha coperto la maggior parte di quel periodo, i prezzi scesero mentre i redditi da lavoro rimasero generalmente stabili. È stato palesemente un periodo deflazionistico a livello dei prezzi, pur essendo il più economicamente progressista di tutta la storia economica. Quando è la conseguenza di una moneta sonante, la deflazione dei prezzi è il risultato ideale che i leader politici dovrebbero accogliere a braccia aperte.

La quantità di denaro richiesta per questa condizione è stata fissata dai mercati. L'oro ha adempiuto al ruolo di valuta di riserva essendo accettato internazionalmente come denaro vero. Ciò significava che l'arbitraggio dei prezzi funzionava efficacemente oltre i confini, a sua volta moderando le diverse preferenze in termini di denaro tra le giurisdizioni, garantendo livelli di prezzo comuni. Questo in accordo con la teoria economica classica, e ha funzionato in modo molto efficace. La prima interruzione di questo processo di mercato arrivò dalla Banca d'Inghilterra, che in seguito a crisi periodiche indotte dal credito, assunse il ruolo di prestatore di ultima istanza. Una volta stabilito il principio di intervento, sarebbero seguite ulteriori aree di "miglioramento" sui mercati liberi.

Il mondo del laissez-fare del passato non è quello di oggi. L'economia classica è stata sostituita dall'interventismo post-keynesiano. Lo stato sociale, più che i liberi mercati, alimenta le aspettative individuali, in particolare nelle economie avanzate. La combinazione di un mercato libero, di una moneta sonante e di una deflazione dei prezzi è ora al di là della nostra portata, a meno di un importante azzeramento economico e finanziario. Affinché ciò accada, dobbiamo subire sia sconvolgimenti politici che monetari, invertendo la tendenza verso il controllo statale su tutto. E questo è probabile che accada solo attraverso una crisi, che è il contesto in cui oggi si teme la deflazione.



Una crisi deflazionistica

Come affermato sopra, uno dei fattori che contribuisce alla deflazione monetaria è la contrazione del credito bancario. La normale politica commerciale di una banca consiste nel massimizzare i profitti garantendo, per quanto possibile, che il rischio di prestito sia adeguatamente valutato, sfruttando quindi l'espansione del credito sulla base del capitale della banca. Pertanto, se una banca riesce a ottenere uno spread medio del 3% al netto del rischio di prestito stimato e presta dieci volte il proprio capitale, ottiene un rendimento lordo del 30% al netto delle perdite attese sui prestiti. Tuttavia se vi è un aumento imprevisto del rischio di prestito, e la banca si trova di fronte alla possibilità di perdite sul suo credito complessivo, il capitale della banca potrebbe iniziare a scomparire rapidamente. Pertanto le banche possono improvvisamente decidere di contrarre i loro bilanci per proteggere il loro capitale.

Il processo, non controllato, porta ad una crisi finanziaria ed economica, sospinta da una deflazione del credito bancario quando le banche, in massa, decidono di contrarre i loro bilanci. Il primo economista a descrivere questo effetto nel dettaglio fu Irving Fisher, che nel 1932 pubblicò Booms and Depressions. Questo libro fu seguito nel 1933 da un articolo su Econometrica, intitolato The Debt-Deflation Theory of Great Depressions.[1]

Il documento di Fisher del 1933 costituì la base per l'analisi e la comprensione della deflazione, e mentre la sua analisi sulle cause di un ambiente deflazionistico è discutibile, la sua conclusione centrale, che il credito bancario in contrazione rappresenta un danno diffuso, è indiscutibile. Le banche sono costrette dal calo dei valori collaterali nei loro bilanci a liquidare ciò che possono. Ne scaturisce un panico generale, con la liquidazione delle garanzie, cosa che riduce i valori degli asset ed aumenta il costo del debito in termini reali. Qualsiasi banchiere che abbia vissuto una crisi finanziaria nel diciannovesimo secolo sarebbe stato pienamente consapevole delle dinamiche di un crollo del credito bancario. Non c'era nulla di nuovo nella scoperta di Fisher.

L'errore dell'analisi di Fisher consisteva nel non comprendere che l'origine di una deflazione indotta dal credito bancario era la precedente espansione del credito stesso. Questo errore fu aggravato dagli economisti successivi, che tendevano semplicemente a confondere la normale deflazione dei prezzi in un'economia monetaria sana con la correzione di un'eccessiva espansione del credito bancario. Di conseguenza qualsiasi diminuzione del livello generale dei prezzi è ora considerata indesiderabile.

Lo abbiamo visto riconfermato nella crisi finanziaria dieci anni fa, quando le banche centrali e gli stati hanno fatto di tutto per evitare che i prezzi calassero. È diventato chiaro che la produzione di beni era diventata troppo dipendente dall'inflazione dei prezzi degli asset, che a loro volta erano stati gonfiati dal credito bancario. Quando questo processo si fermò a causa della crisi immobiliare in America, il credito bancario (incluse le operazioni di cartolarizzazione fuori bilancio) cessò di espandersi, i prezzi delle proprietà crollarono ovunque e le merci rimasero invendute.

La risposta del libero mercato era corretta. I prezzi degli articoli di grandi dimensioni vennero abbassati e la produzione diminuì. La sovraccapacità nell'industria automobilistica venne ridotta e i produttori tagliarono i loro prezzi. I lavoratori, che compresero la crisi a livello pratico, erano pronti a subire tagli salariali ed a lavorare part-time. Questo gli stati non potevano permetterlo, spaventati dallo spettro della deflazione. Gli stati supportarono i prezzi pagando i consumatori per rottamare le loro auto, e le banche centrali firmarono assegni a tempo indeterminato per impedire alle banche di pignorare i prestiti andati a male.

Erano tempi spaventosi per tutti. Quella crisi ha minacciato di spazzare via le banche. Non si poteva consentire un calo dei prezzi ed i relativi effetti sui valori capitali. L'inversione del trasferimento di ricchezza dal mutuante al mutuatario rappresentava una minaccia sistemica. Volevamo disperatamente essere salvati dalle conseguenze dell'inflazione precedente. Avendo osservato l'abisso, l'establishment ha convenuto che la deflazione è una cosa molto negativa e che le banche centrali dovrebbero garantire che i prezzi aumentino per sempre. Questa è ora la politica ufficiale.

L'errore nel credere che i prezzi debbano continuamente aumentare, piuttosto che scendere gradualmente in una combinazione di mercati liberi e moneta sonante, tornerà a farsi vivo. Dovremmo aspirare alla deflazione e al progresso economico del diciannovesimo secolo, e questo obiettivo dovrebbe essere la nostra unica speranza di fuga da un'altra crisi finanziaria potenzialmente peggiore di quella di dieci anni fa. Non vi è alcun segno di un tale cambiamento, con stati insolventi ovunque e terrorizzati persino dalla semplice menzione della deflazione.

Il decennio dall'ultima crisi del credito è stato sprecato, senza che siano state prese misure per garantire che non si ripeta, o in alternativa, quando accadrà, non affrontare il collasso sistemico che è stato così spaventoso l'ultima volta. Dieci anni rappresentano un numero ragionevole per cambiare le aspettative del mercato e spostarsi gradualmente verso un mondo più stabile, tempo che invece è stato completamente sprecato.

Qui, per qualsiasi stato disposto ad ascoltare, ci sono le modifiche minime necessarie per scendere dalla giostra alimentata dal credito che finirà per distruggerci tutti.

  • Accettare che gli affari di un'altra nazione non siano affar proprio. Cessare tutte le spese militari, diverse da quelle richieste a scopi puramente difensivi. Le risorse e le tecnologie rilasciate da questa mossa verrebbero reindirizzate dagli imprenditori per il servizio e il beneficio dei consumatori.
  • Smettere di colludere a livello sovranazionale per seguire politiche monetarie ed economiche comuni. Le riunioni del G20 e del G8 promuovono solo il pensiero di gruppo interventista, impedendo una corretta comprensione degli errori politici.
  • Abbracciare i vantaggi del libero commercio, rimuovendo tutte le barriere tariffarie. Se un produttore straniero desidera scaricare l'eccesso di capacità nella vostra economia, lasciate che i vostri consumatori ne raccolgano i benefici.
  • Deregolamentare, chiarendo che gli individui debbano badare a sé stessi. Lo stato è inutile nel proteggere il consumatore. Le aziende che hanno intenzione di prosperare dovranno costruire la loro reputazione sulla correttezza e sull'onestà, invece di nascondersi dietro i regolamenti statali.
  • Incoraggiare la coesione familiare, invece di aspettarsi automaticamente che lo stato si occupi degli anziani, degli handicappati e dei figli. Socializzare i valori familiari non è affare dello stato, che non può fornire servizi di welfare in modo efficace.
  • Ridurre il ruolo dello stato nell'economia, con l'obiettivo a lungo termine di ricoprire meno del 20% del PIL.
  • Allo stato dovrebbe essere impedito di fare deficit. Le entrate dovrebbero corrispondere alle spese. Il capitale prestato allo stato non dovrebbe più essere sottratto all'uso produttivo nel settore privato.
  • Re-introdurre il denaro sonante attraverso un Comitato Valutario e un legame con l'oro fisico.
  • Spiegare alle banche e ai loro clienti che non esiste un prestatore di ultima istanza e nessuna garanzia di deposito. La deregolamentazione dei servizi finanziari e la rimozione di questa rete di sicurezza costringeranno le banche a smettere di speculare sui mercati finanziari e ad essere prudenti per proteggere la propria reputazione. I tassi dei prestiti interbancari penalizzeranno l'aggressione finanziaria.
  • Licenziare tutti gli economisti nei governi e chiudere tutti gli uffici statistici dei governi. Nel migliore dei casi non servono a scopi costruttivi, e nel peggiore dei casi sono depositari di cattivi consigli, come attesta la crescente instabilità economica e finanziaria.
  • Mettere fine alla banca centrale e sostituirla con un Comitato Valutario avente un unico scopo: regolare l'emissione della valuta convertibile nello stock nazionale d'oro.

Possiamo solo sognare. Questi dieci punti ci riporterebbero a quell'era in cui la deflazione dei prezzi, che favoriva un autentico progresso economico, migliorava la condizione umana in modo più efficace che in qualsiasi altro momento nella storia. Tutti i miglioramenti non sono arrivati grazie agli stati, ma grazie alla gente comune, nonostante gli stati.

Non dimentichiamoci che la forza di un'economia liberalizzata nei decenni successivi alle guerre napoleoniche permise al governo britannico di ridurre i suoi livelli elevati di debito. Questa è l'alternativa pratica alla convinzione che il debito dovrebbe essere ridotto attraverso l'inflazione.

Gli stati seguono un percorso diametralmente opposto, il quale finirà per sopprimere completamente i mercati liberi. È la strada verso il fallimento finale dello stato. Critichiamo il Venezuela, l'Argentina, la Turchia e lo Zimbabwe, perché i loro errori sono ovvi, ma non riusciamo a capire che l'unica differenza tra loro e noi è la velocità del loro fallimento rispetto alla nostra.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] Econometrica Vol. 1, n. 4 (ottobre 1933), pp. 337-357.

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mercoledì 20 giugno 2018

La revoca della legittimità





di Gary North


C'è una frase famosa nella politica americana: "Il consenso dei governati". È una frase importante. È l'essenza della legittimità politica.

Durante gran parte della storia, il consenso dei governati è stato riluttante. La gente ha tollerato il sistema politico in cui vive. Pensano che non valga la pena bighellonare con la politica. Un numero enorme di persone in tutta la storia ha ignorato la politica, tranne nei periodi di elezione. Questo è stato un atteggiamento saggio. La salvezza non arriva dalla politica.

L'unica società della storia che ha goduto dell'interesse pieno delle masse per la politica è stata quella dell'Atene classica. Era una società che si basava economicamente sulla schiavitù. Atene s'è suicidata attraverso il suo impero e la guerra. Alessandro Magno non ebbe problemi a sconfiggere Atene e Sparta. Non era un democratico. Aveva studiato la democrazia sotto Aristotele, e la disprezzava.

L'Atene classica credeva nella salvezza mediante la politica. Quella religione non durò nemmeno un secolo.

Quello che la maggior parte delle persone vuole la maggior parte del tempo è essere lasciata in pace dal governo civile. Non vogliono essere disturbati dai suoi dettagli tecnici. Ciò favorisce sempre gli insider politici e la piccola frazione della popolazione che è attivamente impegnata nella politica.



IL CONSENSO NON È GARANTITO

Spesso dimentichiamo l'ovvio: il consenso riluttante è comunque consenso. La gente si arrabbia col governo centrale, ma raramente si impegna nella politica tranne che per votare nelle elezioni importanti.

La gente si preoccupava del governo dell'Unione Sovietica. Esisteva addirittura una rivista umoristica che permetteva una certa dose di critiche ai burocrati locali. Si chiamava Krokodil. La gente veniva spedita nei campi di lavoro forzati qualora avesse criticato apertamente il partito comunista, ma quest'ultimo permetteva una certa dose di critiche alla burocrazia. Le burocrazie sono sempre un problema per i politici. Possono resistere con successo al cambiamento politico. I politici non si fidano mai dei burocrati. Questo è uno di quei rari esempi di saggezza condivisa tra popolazione e politici.

L'Unione Sovietica ed i suoi Paesi satelliti nel 1989 costituivano il più grande impero duraturo della storia, ed era anche un impero enorme in termini di numero di persone sotto il suo controllo. Eppure è caduto nel 1991, quasi senza spargimenti di sangue. Non ci fu una rivoluzione organizzata, ma l'élite comunista aveva perso la volontà di governare. L'Unione Sovietica aveva subito una grande sconfitta militare in Afghanistan, 1979-88. Poi il suo stato-cliente, l'Iraq, si vide distruggere l'esercito nel febbraio 1991. L'Iraq usava armi sovietiche. I generali sovietici constatarono che le armi ad alta tecnologia degli Stati Uniti avevano reso obsoleta la tecnologia militare sovietica. Quando un impero che si basa sulla conquista militare e sul controllo militare non può più vincere sul campo di battaglia, ha raggiunto il viale del tramonto. Il 25 dicembre 1991 Gorbachev diede al mondo il più grande regalo di Natale della storia: la bancarotta dell'Unione Sovietica. L'impero era finito.

Questo evento era stato previsto in un libro di Andrei Amalrik del 1970, Will the Soviet Union Survive Until 1984? L'ipotesi era considerata inconcepibile quando venne pubblicato, ma sbagliò la data di soli sette anni. Non sapeva se l'Unione Sovietica si sarebbe disintegrata sotto i colpi dell'anarchia, o sarebbe diventata una federazione. È diventata una federazione.

Il popolo russo accettò con riluttanza la legittimità dell'URSS fino all'ultimo giorno. Ciò che accadde è che le élite al vertice persero la fiducia nel sistema. Questo era certamente vero dopo il 1980. Ci volle solo un decennio affinché questa perdita di fiducia si traducesse nel completo disfacimento dell'impero sovietico.

Oggi, in tutto l'Occidente, gli elettori hanno sbaragliato le élite politiche. In Gran Bretagna la Brexit ha rappresentato il primo segno. Ha sorpreso le élite. Ma quello che è accaduto di recente è stato un altro segno. Il primo ministro May credeva di poter indire un'elezione e solidificare il controllo del partito conservatore sul Parlamento. Invece il partito conservatore ha perso il controllo del Parlamento. Ora sta cercando di costruire un governo di coalizione attraverso un'alleanza con un movimento politico davvero conservatore, fondato nel 1970 da un vero critico della politica moderna, il rev. Ian Paisley. Era un predicatore anti-cattolico in Irlanda del Nord. Oggi il partito non è altrettanto radicale ed è lontano dall'estrema destra, ciononostante è anti-aborto, anti-élite e anti-establishment. La May dovrà mandare giù diversi bocconi amari per mettere insieme un nuovo governo.

Com'è possibile che un Primo Ministro britannico è dovuto ricorrere ad una mossa tanto tonta come questa? È una delle tante mosse tonte nella storia della politica britannica. Questa entrerà nei libri di testo. Ha completamente giudicato male l'elettorato. Non aveva idea di ciò che gli elettori erano pronti a fare al suo partito. Ha fatto quello che prima di ciò era considerato inconcepibile: ha fatto apparire Jeremy Corbyn presentabile. Ha garantito la sopravvivenza della leadership di quest'ultimo nel partito laburista.

È una persona con abilità intellettuali limitate. Per tutta la vita è stata in politica. Non ha ideologia. Ha anche un cattivo giudizio politico. È pagata invece per avere un buon giudizio politico.

Le élite stanno perdendo il contatto con gli elettori in tutto l'Occidente.

Negli Stati Uniti la presidenza è oggi letteralmente screditata. Ci sono circa una mezza dozzina di indagini su Trump. È improbabile che sia imputato ed improbabile che sia condannato se accusato, ma è chiaro che la sua presidenza e le sue aspirazioni sono finite nella pattumiera della storia. Non riceverà alcuna collaborazione dal Congresso. Spenderà tutta la sua presidenza sotto assedio.

Le persone che lo supportano ora conoscono la verità: Washington è completamente corrotta.

Washington è stata completamente corrotta per oltre un secolo. Non è niente di nuovo. Mark Twain ne scrisse verso la fine del XIX secolo. La differenza è questa: Washington oggi ha invaso ogni zona della nostra vita. Sta facendo ciò che la popolazione in genere non vuole che faccia: interferire. La popolazione vuole essere lasciata in pace. La popolazione non vuole preoccuparsi della politica. Ma il disfacimento del consenso sta spingendo la politica sulle prime pagine dei pochi giornali che ancora pubblicano edizioni stampate.

Stiamo assistendo ad una baruffa tra adolescenti. La posta in gioco è così bassa e la retorica così alta che le persone che normalmente non prestano molta attenzione alla politica non possono scamparvi.

I seguaci fedeli di Hillary ed i seguaci devoti di Trump non riusciranno mai a trovare una soluzione politica. Il Paese è ora politicamente diviso. Senza una guerra o una catastrofe economica, non ci sarà molta unità.



LA POLITICA DEL SACCHEGGIO

Ci sarà una tremenda crisi economica. Quando arriverà, la quota della spesa del governo federale aumenterà. Le persone guardano disperatamente al governo centrale per i salvataggi. La popolazione continuerà a concedere la legittimità al governo federale finché quest'ultimo firmerà assegni. Firmerà grandi assegni all'élite, ma dovrà firmarne a sufficienza ai disoccupati per giustificare la sua esistenza. Lo stato sociale crescerà e questo sarà il suo epitaffio. Raggiungerà il fondo del pozzo. Il sangue sarà estratto dalle rape politiche ancora solvibili.

Durante i prossimi 20 anni, la quota discrezionale del bilancio federale scenderà a zero. Poi la politica sarà una questione di prendere una fetta di torta da un gruppo e trasferirla ad un altro gruppo. Non saranno ammessi nuovi gruppi nell'operazione. Non verranno stilati nuovi programmi. Non ci saranno nuove spese per programmi non discrezionali del governo federale. Le componenti non discrezionali del bilancio del governo federale scompariranno.

Lo stato sociale diventerà poi un campo di battaglia politico. Ogni gruppo cercherà di estrarre la sua libbra di carne dal Federal Reserve System o dagli investitori in debito del Tesoro USA. I tassi d'interesse infine torneranno su. I pagamenti degli interessi da parte del governo federale aumenteranno. La politica diventerà una guerra tra i gruppi con interessi particolari, ognuno dei quali sarà disperato per canalizzare più ricchezze a sé da Washington.

Ad un certo punto, Washington non sarà in grado di firmare gli assegni promessi. A questo punto la legittimità sarà revocata dagli elettori. Questa sarà la fine del consenso dei governati.

I governati sono disposti a sopportare un governo federale fintanto che gli assegni saranno firmati. Il sostegno riluttante degli elettori al governo federale e ai principali partiti politici è completamente dipendente dalla capacità del governo di estrarre ricchezza da un gruppo e darla ai membri di un altro gruppo. Questa è la politica del saccheggio. La politica in generale è sempre stata una politica del saccheggio. Ma il livello di saccheggio, e il grado di dipendenza di coloro che ne sono dipendenti, ha raggiunto vette mai viste prima.

In tutto l'Occidente lo stato sociale sta raggiungendo i limiti della volontà della popolazione di accettare un altro giro di saccheggi. La politica del saccheggio sta finalmente sbattendo contro il proverbiale muro di mattoni. La popolazione conferisce il consenso per essere governata solo su questa base: ogni gruppo estrae la sua quota promessa di bottino. Quando questa promessa verrà infranta, i gruppi con interessi particolari revocheranno il loro consenso.

Ecco la morale della favola: quando i gruppi con interessi particolari non possono estrarre altre ricchezze attraverso il saccheggio politico, la politica cercherà di conservare il livello di saccheggio esistente. Ma questo non sarà possibile dal punto di vista fiscale e allora la politica dibatterà su quali vacche sacre sarà possibile sacrificare.

Lo abbiamo già visto: l'URSS negli anni '80. L'Unione Sovietica infine aveva finito la ricchezza da estrarre.

Prima del 2050 la politica del saccheggio sarà radicalmente ristrutturata. Dopo l'uccisione di una vacca sacra, un altro gruppo con interessi particolari revocherà la legittimità al governo federale, e così fino a quando non saranno morte tutte.

Quando il governo federale staccherà la spina ai vecchi, questi ultimi staccheranno la spina alla legittimità politica del governo federale. Quello sarà davvero un grande giorno.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/


martedì 19 giugno 2018

Analisi tecnica del prezzo di Bitcoin e delle Alt (LTC, ETH, EOS)

Aggiornamento dei mercati delle criptovalute. In questo nuovo appuntamento verrà fatta un'analisi tecnica del prezzo del Bitcoin (cercando di identificare i nuovi movimenti), seguita da un'analisi tecnica di alcune Altcoin (LTC, ETH, EOS) e una panoramica delle posizioni short/long sul prezzo di Bitcoin in modo da vedere come si stanno comportando rispetto al nostro ultimo appuntamento (ottime per ipotizzare top e bottom).

È possibile consultare l'analisi tecnica al seguente indirizzo: https://www.yours.org/content/analisi-tecnica-del-prezzo-di-bitcoin-e-delle-alt--ltc--eth--eos---19--972ff238ce6d


Il denaro è stato creato per decreto dello stato?





di Frank Shostak


Secondo il punto di vista popolare, la gente accetta il denaro poiché inizialmente è stato introdotto da un decreto statale.[1] Ma ha senso?

La domanda per una merce deriva dal suo beneficio percepito. Ad esempio, le persone chiedono cibo poiché offre loro nutrimento. È diverso per il denaro, le persone lo chiedono non per l'uso diretto nel consumo ma per scambiarlo con altri beni e servizi.

Il denaro non è utile in sé, ma poiché ha un valore di scambio, è scambiabile in termini di altri beni e servizi. Il denaro è richiesto perché il vantaggio che offre è il suo potere d'acquisto (cioè, il suo prezzo). Di conseguenza, affinché qualcosa venga accettato come denaro, deve avere un potere d'acquisto pre-esistente, un prezzo. Quindi come può una cosa che lo stato proclama mezzo di scambio acquisire un tale potere d'acquisto, un prezzo?

Nei suoi scritti Carl Menger ha sollevato dubbi sulla solidità del punto di vista secondo cui l'origine del denaro sia lo stato. Secondo Menger:
Un evento così significativo e di notorietà inevitabile, come l'istituzione per legge o convenzione di un mezzo di scambio universale, sarebbe stato certamente conservato nella memoria dell'uomo, in quanto sarebbe anche emerso in un gran numero di posti. Eppure nessun monumento storico ci dà notizie attendibili di una qualsiasi transazione che conferiva un riconoscimento distinto al mezzo di scambio già in uso, o che faceva riferimento alla sua adozione da parte di popoli di cultura relativamente recente, e ancor meno che testimoniava un'iniziazione delle prime ere della civiltà economica nell'uso del denaro.[2]

Nel corso della storia diversi beni sono stati usati come mezzo di scambio. Su questo Mises osservò che nel corso del tempo ci sarebbe stata una tendenza inevitabile affinché i meno commerciati sarebbero stati scansati uno alla volta, finché non sarebbe rimasta solo una sola merce, universalmente impiegata come mezzo di scambio.[3]

Allo stesso modo Rothbard ha scritto che:
Proprio come in natura c'è una grande varietà di abilità e risorse, c'è altresì una varietà nella commerciabilità dei beni. Alcuni beni sono più richiesti di altri; alcuni sono più divisibili in unità più piccole senza perdite di valore, altri più durevoli per lunghi periodi di tempo, altri più trasportabili lungo grandi distanze. Tutti questi vantaggi garantiscono una maggiore commerciabilità. È chiaro che in ogni società i beni più commerciati saranno gradualmente selezionati come mezzi per lo scambio. Dal momento che sono sempre più selezionati come mezzi per lo scambio, la loro domanda aumenta a causa di questo uso, e quindi diventano ancora più commerciabili. Il risultato è una spirale che si auto rinforza: una maggiore commerciabilità causa un uso più ampio come mezzo di scambio che causa una maggiore commerciabilità, ecc.

Alla fine, una o due merci sono usate come mezzi di scambio generali — in quasi tutti gli scambi — e vengono chiamate denaro.[4] Un elemento critico in questo processo di selezione è il fatto che la domanda di moneta dipende dal prezzo pre-esistente. Su questo Rothbard sosteneva che:
Il denaro non può avere origine in nessun altro modo: né da parte di tutti che improvvisamente decidendo di creare denaro con materiale inutile, né dallo stato che chiama "denaro" dei semplici pezzi di carta. Incorporata nella domanda di denaro c'è la conoscenza dei prezzi monetari del passato.[5]

Sappiamo che la legge della domanda e dell'offerta può spiegare il prezzo di un bene. Allo stesso modo, sembrerebbe che la stessa legge debba spiegare il prezzo del denaro. Ma c'è un problema con questo modo di pensare, poiché la domanda di denaro nasce perché il denaro ha potere d'acquisto (cioè, il denaro ha un prezzo). Tuttavia, se la domanda di moneta dipende dal suo prezzo pre-esistente, cioè dal potere d'acquisto, come può questo prezzo essere spiegato con la domanda? Siamo apparentemente finiti in una trappola circolare, perché il potere d'acquisto del denaro è spiegato dalla domanda di moneta, mentre la domanda di moneta è spiegata dal suo potere d'acquisto. La circolarità sembra mettere in dubbio il processo storico di selezione del denaro, come descritto da Mises e Rothbard, e sembra dare credito all'opinione che l'accettazione del denaro sia il risultato di un decreto statale.

Nei suoi scritti Mises ha respinto con successo il punto di vista popolare su come il denaro venga accettato.[6] Mises iniziò la sua analisi osservando che la domanda di moneta odierna è determinata dal potere di acquisto di ieri del denaro.

Quindi per una determinata quantità di denaro, il potere d'acquisto di oggi viene stabilito di conseguenza. La domanda di denaro di ieri, a sua volta, viene impostata dal potere d'acquisto del denaro del giorno prima. Quindi, per una certa quantità di denaro, viene impostato così il prezzo del denaro di ieri.

La stessa procedura si applica ai periodi passati. Con la regressione nel tempo arriveremo ad un punto in cui il denaro era solo una merce ordinaria in cui la domanda e l'offerta ne stabilivano il prezzo. La merce aveva un valore di scambio in termini di altre merci, cioè il suo valore di scambio era stabilito col baratto.

Il giorno in cui una merce è diventata denaro, aveva già un potere d'acquisto o un prezzo stabilito in termini di altri beni. Questo potere d'acquisto ci consente di impostare la domanda di questo prodotto come denaro. Questo a sua volta, per una data offerta, stabilisce il suo potere d'acquisto il giorno in cui questa merce inizia ad essere usata come denaro.

Una volta che emerge il prezzo del denaro, esso serve come input per l'impostazione del suo prezzo domani. Ne consegue, quindi, che senza le informazioni di ieri sul prezzo del denaro, non può essere stabilito il potere d'acquisto del denaro di oggi. (Per quanto riguarda altri beni e servizi, la storia passata non è richiesta per accertare i prezzi attuali, poiché la domanda per questi beni è dovuta ai benefici percepiti dal loro consumo. Il vantaggio offerto dal denaro è che può essere scambiato per beni e servizi. Di conseguenza è necessario conoscere il potere di acquisto passato del denaro al fine di stabilirne la domanda di oggi.)

Usando il quadro di pensiero di Mises, noto anche come Teorema della Regressione, possiamo dedurre che non è possibile che il denaro possa essere emerso come conseguenza di un decreto statale; proprio perché il decreto non può conferire potere d'acquisto ad una cosa che lo stato proclama diventerà il mezzo di scambio. Il Teorema mostra che il denaro deve emergere come merce. Su questo Rothbard ha scritto:
A differenza dei beni dei consumatori, o dei produttori, utilizzati in modo diretto, il denaro deve avere prezzi pre-esistenti sui quali basare una domanda. Ma l'unico modo in cui ciò può accadere è iniziare con una merce utile nel baratto, e poi aggiungere la domanda come mezzo di scambio alla domanda precedente nell'uso diretto (ad esempio, per gli ornamenti, nel caso dell'oro). Quindi lo stato è impotente quando si tratta di creare denaro; solo il processo del libero mercato può svilupparlo.[7]


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] Carl Menger, “On the Origins of Money”, Economic Journal, volume 2 (1892) p.239-55

[2] Carl Menger, ibid.

[3] Ludwig von Mises, Theory of Money and Credit, pp.32-33.

[4] Murray N. Rothbard, “What Has Government Done to Our Money?

[5] Ibid.

[6] Ludwig von Mises, Human Action Scholars edition, Capitolo 17

[7] Murray N. Rothbard, “What Has Government Done to Our Money?”

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lunedì 18 giugno 2018

È la crisi di Trump, ma non date la colpa a lui





di David Stockman


Sono pochi i difensori palesemente irriverenti dell'attuale status quo finanziario, e uno di questi è Ben White di Politico. Quindi non sorprende se abbia scritto l'ennesima caterva di baggianate riguardo la rinnovata sventura del mercato azionario presumibilmente da attribuire tutta a Trump, a causa delle sue tempeste di tweet, delle sue iniziative commerciali protezionistiche e degli attacchi alla vacca sacra del casinò del momento, Amazon.

Il suo articolo è solo spazzatura ovviamente. È un tributo al pregiudizio anti-Trump che domina sulla stampa della Città Imperiale; almeno su questa faccenda Trump non è assolutamente colpevole, perché non è stato in giro abbastanza a lungo da meritarsi la colpa. Il boom fasullo del mercato azionario è stato alimentato per tre decenni dalla follia monetaria della banca centrale; l'ascesa di tale mercato dal giorno delle ultime elezioni riflette solo la fase finale di una bolla finanziaria che ha ormai raggiunto la data di scadenza.

Infatti il nostro presidente ha confuso l'ultimo sussulto dei robo-trader e dei dip-buyer per un'approvazione della sua miscela di protezionismo, nazionalismo, populismo e keynesismo sotto steroidi. Allo stesso modo, la salita post-elettorale del mercato non ha nulla a che fare con un presunto boom economico di Trump, perché non ce n'è stato uno. Un tasso di crescita del PIL reale pari al 2.0% o meno è ora praticamente implicito nei dati del primo trimestre in base alle statistiche economiche fino ad oggi. Ciò equivale ad un guadagno di $75 miliardi rispetto al livello del PIL reale annualizzato del trimestre precedente.

Di conseguenza, i primi cinque trimestri dell'economia Trump hanno generato un guadagno medio nel PIL reale di $102 miliardi al trimestre. Però durante i tre anni precedenti (2014-2016) il tasso di crescita trimestrale è stato di $99 miliardi al trimestre.

La chiameremmo una distinzione senza differenza. Infatti l'idea che ci sia stato un qualche tipo di accelerazione economica è, beh, una fake news.

In realtà, ciò che abbiamo avuto è stata un'espansione aziendale dilagante alimentata dal debito e dall'ingegneria finanziaria, entrambi doni di una banca centrale che da decenni sta causando danni all'economia di Main Street.

Come abbiamo più volte dimostrato, i piani alti delle grandi aziende americane hanno smantellato i loro flussi di cassa e i loro bilanci per gonfiare i prezzi delle azioni e le stock option, aborrendo drasticamente gli investimenti in produttività e crescita di lungo termine. Dall'inizio del secolo, infatti, sono stati deviati $20,000 miliardi in operazioni improduttive di acquisizione e fusione, riacquisti di azioni proprie e ricapitalizzazioni a leva di ogni dimensione.

Non sorprende se questa enorme deviazione di denaro e capitali verso Wall Street abbia lasciato Main Street a bocca asciutta. Ciò che conta per la crescita e la produttività è l'investimento netto al netto dell'inflazione e il reintegro del capitale consumato dagli ammortamenti.

Come il grafico qui sotto chiarisce, non c'è stato niente di tutto ciò. Nel 2016 l'investimento netto reale era ancora inferiore del 28% rispetto al suo livello del 2000. E rispetto al PIL reale, la storia è ancora più lugubre: il livello medio dell'investimento netto nel 1999-2001 era pari al 3.8% del PIL, mentre durante gli ultimi tre anni ha registrato una media del 2.5% del PIL.


Data questa triste tendenza a lungo termine degli investimenti netti reali, non sorprende se la crescita reale delle vendite finali dal picco pre-crisi del 2007 sia scesa a solo l'1.3% annuo, o solo un terzo della sua tendenza storica del 3.3%. Quindi, anche se Trump avesse un'agenda pro-crescita/denaro onesto, cosa che sicuramente non ha, sarebbe quasi impossibile liberare rapidamente l'economia statunitense dalla bassa crescita mostrata nel grafico qui sotto.

E questo ci porta alla causa vera della cosiddetta crisi targata Trump. Quello che sta succedendo è che i keynesiani della FED stanno lasciando a secco il casinò e quest'ultimo sta iniziando ad innervosirsi.

Mentre i tweet di Trump e gli slittamenti delle politiche sono stati i fattori scatenanti dei tonfi recenti, la causa vera è la comprensione all'interno del casinò che tutti i pompaggi della FED non sono riusciti ad innescare nessuna accelerazione economica reale, e che ora è in corso un epocale restringimento della politica monetaria sia qui che all'estero.

Dopo di che la fase espansiva si scontrerà con il record dell'era tecnologica degli anni '90 a 119 mesi, man mano che guadagneranno intensità i venti contrari dei rendimenti obbligazionari crescenti, della crescita vacillante in Europa e in Asia e di un brusco rallentamento dell'economia in Cina.


La verità è che Trump non ha fatto assolutamente nulla per aiutare l'economia statunitense, ma le ha inflitto un enorme danno incespicando nella più irresponsabile politica fiscale della storia moderna.

Eppure con il deficit federale che ora si sta dirigendo verso i $1,200 miliardi, o il 6% del PIL nell'anno a venire, non c'è modo di evitare una conflagrazione nei mercati obbligazionari sovrani. Il conseguente "shock dei rendimenti", a sua volta, finirà per forare la Grande Bolla gonfiata da quando Greenspan fu preso dal panico al momento del crollo del mercato azionario nell'ottobre 1987 e lanciò l'attuale era di pianificazione centrale monetaria.

Eppure, quando un braccio del governo americano sta prendendo in prestito ad un ritmo di $1,200 miliardi, mentre il braccio della banca centrale sta scaricando obbligazioni ad un ritmo annuale di $600 miliardi, stiamo parlando di una collisione fiscale/monetaria mai vista prima d'ora.

Inutile dire che non c'è la possibilità che l'economia statunitense, gonfiata dal debito, possa restare incolume a tale conflagrazione. Infatti si può affermare che la pseudo-ripresa degli ultimi anni sia andata sprecata. Se non altro, era almeno una possibilità per effettuare un deleveraging modesto dell'economia americana, in modo che la normalizzazione monetaria potesse verificarsi con una quantità minima di scossoni per Main Street.

Al contrario, non c'è stato alcun deleveraging. Rispetto alla norma moderna a 100 anni (dal 1870 al 1970) in cui il rapporto debito/reddito è stato del 1.5X, esso è ora pari al 3.47X e non è praticamente cambiato dal livello di 3.58X che ha innescato il crollo finanziario nel 2008.

Detto in modo diverso, se gli Stati Uniti fossero rimasti economicametne sobri e non avessero lanciato una LBO nazionale negli ultimi 35 anni, il debito pubblico e privato sarebbe ora di $30,000 miliardi, non i $68,000 miliardi indicati di seguito.

L'ironia, quindi, è che l'economia di Main Street sta fallendo perché sta trascinando circa $38,000 miliardi di debiti extra. Comunque dobbiamo anche sottolineare che Trump ha ereditato un'economia con un rapporto di leva a 3.49 volte il reddito nazionale. Quindi non incolpate Trump per l'imminente resa dei conti. Ha ereditato l'attuale deformazione monetaria gonfiata dal debito.

E come tutti i presidenti prima di lui, da quando Ronald Reagan è stato imbrogliato da Wall Street ad abbandonare il suo desiderio di tornare ad un sound money standard in stile Bretton Woods, non ha idea di come evitare il crack-up finanziario dietro l'angolo.


Nel frattempo Tesla è sprofondata di altri $20 per azione questa mattina, mentre la compagnia ha fatto trapelare un'e-mail di Elon Musk: ha convertito un paio di giorni di produzione forzata in una produzione settimanale di 2,000 veicoli. Questo è stato ovviamente progettato per offuscare il fatto che Tesla ha di nuovo mancato il suo obiettivo di produzione per il primo trimestre, come ha fatto per ogni altro trimestre per anni e anni.

Forse Tesla ha effettivamente assemblato 1,800 Model 3 durante l'ultima settimana del trimestre, ma non solo non è arrivata vicino a soddisfare il suo target drasticamente ribassato (da 5,000 auto a settimana a 2,500) per la Model 3 nel primo trimestre, ma Musk ha offerto la sua dialettica come prova che l'intero sistema di produzione Tesla poggia su una "solida base" e che questa prodezza equivaleva ad un "incredibile progresso".

Lo chiameremmo gioco di prestigio disperato. Dopo $5 miliardi di perdite cumulative dal 2007 e dopo aver bruciato $9 miliardi negli ultimi 5 anni, Musk sta ora cercando di far guardare il dito e non la luna.

Dopo aver trascorso alcuni anni nell'industria automobilistica, riconosciamo un'azienda automobilistica Potemkin quando ne vediamo una, e questa è solo un nome educato per ciò che equivale ad una frode in pieno giorno.

Dopo che il memorandum di Musk è trapelato, TSLA è salita per un po'... almeno per un'ora o due. Ma quando si tratta di pazzi, i cultisti ed i momo-buyer di TSLA fanno apparire lo stesso Elon Musk un modello di sobrietà.

Vale a dire, concedere a Musk le sue 2,000 unità settimanali per la Model 3 e 4,000 veicoli a settimana (compresi la Model S e la Model X) significa ignorare ciò che la Toyota ha dimostrato molto tempo fa: quando tutte le auto si staccano dalla linea di assemblaggio e devono essere lavorate secondo l'attuale modus operandi di TSLA, è garantito che si perderanno soldi per sempre.

Quello che è veramente pazzesco è che al ritmo di attualmente rivendicato da Musk di 200,000 veicoli all'anno, la compagnia sta perdendo circa $10,000 per veicolo venduto. Tuttavia, al suo picco massimo di mercato a $65 miliardi, il casinò sta valutando TSLA a $325,000 per auto assemblata; e al prezzo fortemente scontato di oggi, la sua capitalizzazione orribilmente gonfiata vale $210,000 per auto assemblata.

Invece nel regno delle vere case automobilistiche, la Toyota è valutata a soli $18,000 per veicolo annuale venduto, anche se ha registrato $2,000 di profitti per veicolo nel 2017. Allo stesso modo, la Ford è valutata a soli $6,500 per veicolo venduto su $1,000 di profitti per unità.

Il punto è che un mercato azionario che valuta una frode finanziaria come Tesla a $65 miliardi (o anche $42 miliardi) in base ad un imbonitore da circo come Elon Musk, significa credere alle favole. Semplicemente non c'è altro modo per descriverlo: la capitalizzazione di Tesla è salita da $5 miliardi all'inizio del 2013 a $65 miliardi lo scorso autunno, anche se il suo flusso di cassa era precipitato andando a bruciare i suddetti $9 miliardi in 5 anni.


Nonostante tutti questi allarmi, Washington ha perso completamente la comprensione della calamità fiscale a cui sta andando incontro. Negli ultimi 90 giorni il debito pubblico netto è aumentato di $508 miliardi.

Non c'è stato alcun boom alimentato dai tagli delle tasse durante il trimestre in corso, e il PIL del primo trimestre sarà un miracolo ad essere il 2.0% in termini reali e il 4% includendo l'inflazione. Di conseguenza la salita nominale del PIL nel primo trimestre ammonterà al massimo a $200 miliardi, o solo il 40% della salita netta del debito federale durante il trimestre in corso.

Inutile dire che nei mesi a venire le cose non miglioreranno, visto che l'impatto complessivo del taglio delle tasse colpirà il flusso di cassa del Tesoro statunitense. Già a febbraio e marzo, le entrate federali sono calate rispetto allo scorso anno di quasi il 3.5%.

Detto in altro modo, Washington vuole caricarsi del pesante fardello di un deficit proiettato a $700 miliardi per l'anno fiscale 2019. E questo quando alla fine di quell'anno fiscale nel settembre 2019 si segnerà il mese 124 dell'espansione attuale, rendendola la più lunga nella storia degli Stati Uniti, incluso il boom tecnologico di 119 mesi degli anni '90.

Ma i $3,700 miliardi di entrate proiettate per l'anno fiscale 2019 sono state ridotte a $3,400 miliardi, mentre la spesa di $4,400 miliardi è stata pompata a $4,600 miliardi. Washington è riuscita a portare le entrate al 16.5% del PIL, o al punto più basso dei tempi moderni, e il livello della spesa al 22.5% del PIL, o una delle cifre più alte di sempre.

Inutile dire che un fabbisogno di prestiti pari al 6% del PIL di fronte al tasso di dumping delle obbligazioni sovrane per $600 miliardi all'anno sotto il QT, ammonta ad uno tsunami di $1,800 miliardi di debito nei mercati obbligazionari.

Alla luce della fragorosa collisione monetaria/fiscale, possiamo pensare ad una sola cosa ancora più pazzesca: uno dei personaggi finanziari nello zombie-box questa mattina ha detto che presto torneranno a ruggire i dip-buyer, perché la crescita degli utili nel primo trimestre sembra essere "in rialzo" del 18% rispetto ad un'aspettativa di solo il 12% a fine dicembre.

Ecco il punto: rispetto a cosa?

L'anno scorso, ovviamente. Vediamo un po': i guadagni operativi annuali per l'indice S&P 500 a partire dal primo trimestre sono ora a $131.34 per azione, con un aumento del 18.2% rispetto ai $111.11 per azione per il periodo annuale terminato nel primo trimestre 2017.

Poi, però, quasi quattro anni fa, nel giugno 2014, i guadagni operativi annuali per l'indice S&P 500 avevano raggiunto i $111.83 per azione. E se si prende l'impatto una tantum del tasso aziendale al 21% e le riduzioni del numero di azioni da giugno 2014, il guadagno si riduce a cifre singole basse su base annua.

In breve, si suppone che gli investitori paghino un 25X gli utili per azione per guadagni da fine ciclo, guadagni apparsi grazie alla Cina e al suo impatto sulle commodity e l'economia globale.

Perché?

Apparentemente perché dopo essere cresciuto al 3.5% annuo dal picco del ciclo precedente nel giugno 2007, i venditori ambulanti di Wall Street ora prevedono una crescita di cinque anni al 13.9% all'anno per l'indice S&P 500.

Proprio così. Il tasso di crescita degli utili a 5 anni è previsto che si triplichi rispetto all'ultimo decennio, anche se Wall Street proietta un mondo libero da recessioni fino al 2022.

Ciò equivale a 156 mesi senza recessione a fronte di uno shock obbligazionario garantito che porterà il rendimento del decennale USA al 4.00% e oltre.

Come abbiamo detto, è più che pazzesco.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/


venerdì 15 giugno 2018

Quando arriverà la prossima crisi creditizia?





di Alasdair Macleod


La tempistica di qualsiasi crisi creditizia è stabilita dal ritmo al quale il ciclo del credito progredisce. Le persone non pensano in termini di ciclo del credito, credendo erroneamente che si tratti di un ciclo economico. La distinzione è importante, perché un ciclo economico si suppone che nasca dal mondo degli affari. In altre parole, il ciclo di crescita e recessione sembra dovuto all'instabilità nel settore privato e questo viene generalmente sostenuto dai pianificatori centrali e dai banchieri centrali.

Questo non è vero, perché i cicli economici hanno origine nell'espansione e nella contrazione del credito, la cui origine è a sua volta la politica monetaria delle banche centrali e la riserva frazionaria. I cicli del credito si manifestano quindi nelle variazioni dell'attività commerciale. I cicli sono la causa, i boom e i bust le conseguenze. Ne consegue che se comprendiamo le caratteristiche delle diverse fasi, possiamo stimare dove ci troviamo nel ciclo del credito.

Con una moneta sonante, vale a dire, denaro che non si espande né si contrae, i cicli economici non possono esistere, tranne in caso di pestilenze e guerre che interrompono gli equilibri tra accumulo di denaro, risparmio e consumo. Qualsiasi eccezione a questa regola è destinata ad essere insignificante e non ciclica, perché con una disponibilità costante di moneta, i bust sono casuali invece che raggruppati ciclicamente dalla politica monetaria.

Il capitale è sempre allocato dagli imprenditori per favorire una produzione efficiente dei beni e dei servizi richiesti dai consumatori. Le allocazioni di utili e profitti nei risparmi sono stabilite dalla domanda imprenditoriale di capitale monetario per finanziare la produzione fino a quando i beni e i servizi prodotti non vengono venduti. I bust, il risultato di errori di giudizio da parte degli imprenditori, sono inevitabili, ma vengono rapidamente accettati e il capitale viene ridistribuito di conseguenza. Non appena una forza anti-economica, come lo stato, corrompe l'interazione del libero mercato tra la produzione imprenditoriale e la domanda dei consumatori, la progressione di un'economia diventa squilibrata. Variazioni nella quantità di denaro scoperto sono particolarmente dirompenti. La conseguenza, non accettata dagli interventisti, è un ciclo di espansione del credito che porta ad una crisi compensativa.

Questo è il risultato della politica monetaria: non crea nient'altro che un'illusione di attività economica reale andando a svilire l'unità di conto. Nel perseguire un obiettivo di crescita economica, gli stati stanno semplicemente registrando l'applicazione del denaro scoperto che loro e le loro banche hanno creato. È la nostra damnosa hereditas, la nostra rovinosa eredità.

Lo scopo di questo articolo è quello di stabilire dove ci troviamo nel ciclo globale del credito e di stimare da ciò la probabile scala temporale per la prossima crisi del credito. E sì, è un fenomeno globale, reso più potente dalla sincronizzazione globale delle politiche monetarie attraverso forum come il G20. Cercare di capire dove siamo nel ciclo del credito di una particolare nazione, ci impedisce di comprendere il quadro più ampio. Ma possiamo osservare dove ci troviamo valutando l'interazione tra sentiment aziendale e fattori monetari.



Capire il ciclo del credito

Il ciclo del credito può essere suddiviso nelle seguenti fasi: stabilizzazione post-crisi, ripresa, espansione e infine crisi. Il passaggio da una fase all'altra è in qualche modo arbitrario e ogni ciclo differisce in lunghezza e caratteristiche. Per questi motivi, di solito l'applicazione di un approccio statistico per identificare le diverse fasi non riesce a chiarire l'analisi. È molto meglio comprendere i cambiamenti nei sentimenti dei consumatori, dei produttori e delle banche, e in che modo interagiscono.

All'inizio del ciclo del credito, le banche centrali esercitano un'influenza economica significativa attraverso la politica monetaria. Lo fanno assicurandosi, per quanto possibile, che il mercato non possa ripulirsi. Con ciò intendiamo che l'accumulo di investimenti improduttivi nel ciclo precedente viene protetto, preservando così posti di lavoro in aziende che in un mercato libero sarebbero state abbandonate dato il loro rendimento inadeguato. Il capitale impiegato in queste industrie inservibili diviene bloccato, non rapidamente ridistribuito come accadrebbe in un'economia efficiente. E per capitale intendiamo non solo il denaro, ma tutti gli altri fattori di produzione che devono essere acquisiti, compreso il lavoro.

Nell'attuale mondo interventista e neo-keynesiano, non si deve mai permettere che i prezzi possano calare e stabilire nuovi equilibri, come accadrebbe nei mercati liberi. L'equilibrio tra risparmio e consumo immediato è incoraggiato ad adeguarsi a favore delle spese immediate per impedire un calo dei prezzi.

Questo ci dà una regola di base, che è sempre stata vera fino ad oggi: svalutando la valuta e riducendo, eliminando o addirittura invertendo la preferenza temporale insita nei liberi mercati, le banche centrali hanno sempre impedito alla crisi del credito di seguire il suo corso completo. Ci sono stati momenti nelle ultime due crisi quando questo processo è stato praticamente stoppato. Tutti abbiamo guardato in un abisso economico e finanziario di completo fallimento sistemico, in grado di distruggere le banche e tutti i saldi dei loro clienti. E senza le banche, la produzione di tutti i beni e servizi avrebbe potuto cessare o essere fornita attraverso la nazionalizzazione. In entrambi i casi, la FED sotto la presidenza di Alan Greenspan e poi Ben Bernanke, è arrivata in soccorso.

La prima crisi del nuovo secolo è stata principalmente il risultato di una bolla dot-com alimentata dal credito, e aveva similitudini con il crollo del mercato azionario nel 1929. La FED non avrebbe permesso l'avvento di una nuova depressione, e i mercati azionari e obbligazionari sono stati salvati da riduzioni aggressive dei tassi d'interesse. Di conseguenza l'espansione monetaria ha riacquistato il suo slancio, con una nuova caratteristica: la zuppa alfabetica delle cartolarizzazioni, la quale si è tradotta in un'espansione del credito fuori bilancio attraverso la crescita del sistema bancario ombra.

La seconda crisi arrivò nel 2007-09 (dobbiamo essere vaghi sulle date effettive), questa volta nei mercati immobiliari residenziali, i quali erano stati gonfiati dall'espansione del credito più di ogni altra classe di asset. Il ciclo boom/bust trainato dal credito si era sviluppato come non ci si sarebbe potuto aspettare, simile alla crisi bancaria nel Regno Unito del novembre 1973.

A quel tempo, il ciclo del credito britannico si era evoluto nel solito modo: c'era una sequenza ben definita di eventi in un'economia il cui governo aveva ampi deficit di bilancio. Dalla fine del 1970, l'allora cancelliere, Tony Barber, spinse la Banca d'Inghilterra ad espandere la massa monetaria ed a ridurre i tassi d'interesse dal 7% al 5%. Inizialmente i rendimenti dei Gilt diminuirono e le azioni aumentarono. I rendimenti obbligazionari toccarono il fondo nel gennaio 1972 e poi iniziarono a salire. Il mercato azionario raggiunse il picco il maggio seguente, cinque mesi dopo le obbligazioni, per poi entrare in un mercato ribassista. Nel giugno di quello stesso anno, la Banca d'Inghilterra aumentò i tassi d'interesse al 6% e poi in graduali progressioni fino al 9% entro la fine dell'anno.

C'erano due problemi: l'inflazione dei prezzi stava aumentando e il governo aveva difficoltà a finanziare il suo deficit. La Banca d'Inghilterra dovette aumentare drasticamente i tassi d'interesse per vendere i Gilt. Oggi siamo consapevoli del potenziale dell'inflazione dei prezzi, ma non tanto del potenziale di un sconvolgimento dei finanziamenti pubblici.

L'ironia, per gli investitori azionari, è che mentre i titoli azionari salivano nel maggio 1972, si stavano sviluppando le prime fasi di un mercato ribassista (i prezzi scesero di oltre il 70% entro il dicembre 1974). Ciononostante le aziende facevano registrare livelli più elevati di attività e crescita dei profitti. Tuttavia verso la fine dell'ottobre del 1973, i timori dell'inflazione dei prezzi aumentarono improvvisamente quando l'OPEC proclamò un embargo petrolifero. La Banca d'Inghilterra rialzò i tassi d'interesse al 13% all'inizio di novembre in risposta alla crisi petrolifera e le azioni andarono in crash.

I prezzi degli immobili commerciali crollarono, portandosi dietro anche le banche in quella che è stata definita la crisi bancaria secondaria. Paradossalmente, alla vigilia della crisi bancaria secondaria, la proprietà commerciale era vista come una copertura contro l'inflazione dei prezzi, preoccupazione crescente da quando le azioni iniziarono a fluttuare rispetto al maggio precedente.

Queste erano alcune delle caratteristiche distintive del ciclo del credito britannico in quel periodo, le quali fanno rima con quelle di oggi, sebbene i livelli dei tassi d'interesse siano molto diversi. Lo stimolo attraverso la spesa in deficit, la soppressione dei tassi d'interesse e le misure per incoraggiare il prestito bancario sono comuni in entrambi i casi. Gli effetti iniziali dello stimolo monetario sui prezzi delle obbligazioni e sui mercati azionari sono simili in entrambi i cicli. I rendimenti obbligazionari hanno ora iniziato a salire, come all'inizio del 1972. I mercati azionari sono chiaramente vulnerabili e proni ad entrare in un mercato ribassista se i rendimenti obbligazionari aumenteranno ulteriormente.

Pertanto sembra che nel ciclo del credito di oggi l'economia globale si trovi dov'era il Regno Unito nel maggio 1972. A quel tempo i rendimenti obbligazionari erano in aumento, perché la domanda di credito nel settore non finanziario iniziò ad accelerare, man mano che le imprese e le banche diventavano più sicure delle prospettive economiche. Le banche vendettero i loro Gilt a breve termine per soddisfare la crescente domanda di prestiti, indebolendo in generale i valori degli asset finanziari. Furono i rendimenti dei Gilt in salita che spezzarono i prezzi delle azioni, nonostante il miglioramento delle prospettive economiche.

Oggi, in tutte le principali giurisdizioni, i rendimenti obbligazionari sono in aumento. Una banca che ha acquistato titoli del Tesoro USA a 5 anni lo scorso settembre si trova ad avere ora una dolorosa perdita del 4.4%, azzerando forse tra un terzo e la metà del capitale stanziato per sostenere l'investimento. Storie simili riguardano banche che hanno investito in altri mercati obbligazionari sovrani. Tuttavia è solo negli ultimi mesi che economisti e commentatori finanziari hanno iniziato ad accettare che il mondo è in una fase coordinata di crescita economica. Chiaramente ci stiamo dirigendo verso l'equivalente del periodo tra maggio 1972 e ottobre 1973, il quale è durato quindici mesi. Solo che questa volta la scala è globale e potrebbe non volerci tutto questo tempo.



La fase espansiva è già qui

Possiamo quindi ipotizzare con un alto grado di certezza che siamo nelle prime fasi della fase espansiva del ciclo del credito, l'ultima fase prima della crisi che lo porterà alla conclusione. Possiamo essere sicuri che una crisi ci sarà, perché ogni ciclo del credito si conclude con una liquidazione. Tuttavia dobbiamo ora spostare la nostra attenzione dalle analogie odierne con il ciclo del credito britannico dei primi anni '70 per due motivi: in primo luogo, il 1973 si concluse con un improvviso shock petrolifero; e in secondo luogo, con il ciclo del credito di oggi coordinato a livello globale, la crisi è probabile che sarà onnicomprensiva e molto più distruttiva.

Lo shock petrolifero del 1973 si propagò improvvisamente nei mercati finanziari. Questa volta i prezzi del petrolio aumenteranno più gradualmente, spinti dalla crescente domanda di energia e dal calo del potere d'acquisto del dollaro. Una ripresa economica sincronizzata a livello mondiale nei prossimi mesi condividerà le caratteristiche dell'inflazione dei prezzi osservate negli anni '70 in Gran Bretagna, ovvero, una svalutazione della moneta. Va notato che questa svalutazione viene registrata come un aumento del PIL nominale, cosa che riflette semplicemente una maggiore quantità di denaro che insegue una quantità stabile di beni e servizi nell'economia non finanziaria.

Nei prossimi mesi la crescita registrata a livello mondiale sarà probabilmente superiore a quella del periodo 1972-73, poiché i potenziali afflussi di credito dai mercati finanziari a quelli non finanziari saranno significativamente maggiori e i deflatori dell'inflazione dei prezzi verranno attenuati attraverso l'edonica e altre manipolazioni statistiche. L'aumento senza precedenti delle varie basi monetarie nelle fasi iniziali del ciclo del credito è pronto a sostenere il reindirizzamento del credito bancario dalle attività finanziarie alle materie prime e al finanziamento di altri fattori di produzione. Il denaro nei portafogli, attualmente sovraponderati in asset finanziari denominati in dollari, verrà anch'esso essere reindirizzato in progetti infrastrutturali, in particolare in Asia. La sincronizzazione globale della bolla creditizia suggerisce che gli effetti sui prezzi potrebbero essere molto più grandi di quanto comunemente previsto, portando ad un aumento dei tassi d'interesse sufficiente a scatenare la crisi del credito prima, piuttosto che dopo.

Un fattore importante che portò all'aumento dei tassi d'interesse ufficiali nel 1972-74 fu rappresentato dalle difficoltà incontrate dal governo britannico nel finanziare il suo deficit. Nel ciclo attuale questo non è stato un problema. Indubbiamente la globalizzazione del credito ha reso più facile per i governi finanziare i loro deficit in senso generale, e un prerequisito per facilitare tale finanziamento è un'espansione del credito limitata al settore finanziario. Finché le cose stanno così, una banca centrale può mantenere un certo controllo sui tassi d'interesse e sui flussi dei portafogli. Quando le cose non stanno più così, il controllo sui tassi d'interesse viene determinato invece dalle azioni aggregate del settore commerciale non finanziario, e la banca centrale è costretta a rispondere agli eventi monetari, invece di controllarli.

Non appena i flussi di credito e dei portafogli lasciano gli asset finanziari a favore di quelli non finanziari, i governi potrebbero incontrare gravi difficoltà di finanziamento. Pochissimi di noi si aspettano che questo diventi un problema serio, quindi sarà una sorpresa sgradita.

La storia e la riflessione ci dicono che una crisi dei finanziamenti dei governi mondiali è destinata a diventare una realtà. Possiamo quindi supporre che le varie banche centrali del mondo dovranno aumentare i loro tassi d'interesse al di sopra del livello richiesto dai mercati affinché i loro governi possano finanziarsi.

Negli anni '70 la Gran Bretagna, alzando i tassi d'interesse per cancellare un arretrato di fondi del governo, faceva riferimento alla tattica del Grand Old Duke of York. La Banca d'Inghilterra avrebbe alzato i tassi d'interesse fino al punto in cui avrebbe scongiurato l'intasamento dei fondi, in modo da poter fare marcia indietro successivamente.

Fare ciò oggi innescherebbe certamente una crisi del credito, a causa del livello di indebitamento delle singole economie mondiali. I governi sono intrappolati. McKinsey ha stimato nel 2014 che il debito pubblico globale ammontava a $58,000 miliardi, e ovviamente è aumentato notevolmente sin da allora. Non è solo il presidente Trump che deve ricorrere a più prestiti per pagare i tagli delle tasse, anche la maggior parte degli altri governi devono prendere in prestito ingenti fondi per rifinanziare il debito. È diventata praticamente la normalità.

Il seguente grafico dei Fed Funds Rate, illustra l'impatto dell'aumento dei livelli del debito in dollari sull'altezza a cui i tassi d'interesse possono essere innalzati prima che venga innescata la prossima crisi del credito.


La linea tratteggiata mostra la tendenza al ribasso in base ai precedenti picchi dei tassi d'interesse, dove questi ultimi sono saliti al livello al quale è stata innescata una crisi del credito. Pertanto un FFR di poco più del 6% è stato sufficiente per sgonfiare la bolla delle dot-com nel 2000 e un FFR di oltre il 5% è stato sufficiente per innescare la grande crisi finanziaria del 2007-09. Oggi un FFR superiore al 2.5% sarebbe molto pericoloso, quindi anche un piccolo sconvolgimento dei finanziamenti potrebbe innescare una crisi nel ciclo del credito. Il livello del debito totale è ora veramente di proporzioni catastrofiche.



La prossima crisi del credito arriverà presto

L'attuale fase di espansione difficilmente durerà a lungo. L'ipotesi assunta da quasi tutti gli economisti è che la crescita globale del PIL porterà ad un'inflazione dei prezzi, ma si presume che i fattori dominanti siano positivi, con gli utili aziendali in aumento e quindi entrate fiscali dei governi che alla fine ridurranno i loro deficit. Le prove empiriche dei primi anni '70 suggeriscono che questo ottimismo è ingiustificato.

L'analisi dei cicli del credito da parte degli economisti Austriaci tende ad enfatizzare gli effetti successivi nel tempo che avrà sui prezzi una precedente espansione monetaria e del credito. Il limite di questo approccio è che gli analisti rischiano di non tener conto della sbornia del debito non liquidato e dei cattivi investimenti provenienti da precedenti cicli del credito. Senza dubbio l'accumulo di distorsioni economiche dai precedenti cicli del credito garantirà che la prossima crisi sarà più drammatica dell'ultima.

In un mondo in cui i flussi dei portafogli sono enormi, le cose sono ancora più pericolose. Dopo diversi cicli del credito durante i quali non è stato interrotto il finanziamento pubblico, è probabile che questa volta ci sarà un problema di "crowding out", in cui gli stati faranno concorrenza nei mercati obbligazionari ai mutuatari del settore privato. Questo conflitto sembra destinato ad innalzare il tasso di mercato delle preferenze temporali, al di là del controllo della politica monetaria. È anche probabile che spinga in basso il dollaro, la valuta in cui è attualmente investita la maggior parte del denaro dei portafogli internazionali. Il sistema bancario rimane altamente vulnerabile a questi cambiamenti, nonostante l'aumento della base monetaria dall'ultima crisi. Le banche dell'eurozona corrono un rischio notevole, essendo altamente indebitate e fortemente esposte al calo dei prezzi dei titoli di stato.

La nostra conclusione è questa: tenendo conto delle pressioni inflazionistiche sui prezzi, del calo del potere d'acquisto del dollaro, del probabile reindirizzamento degli investitori internazionali esposti al calo del dollaro e del potenziale di un sconvolgimento globale dei finanziamenti pubblici, saremo fortunati se la prossima crisi non arriverà prima della fine di quest'anno.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/


giovedì 14 giugno 2018

L'ennesima crisi finanziaria in Argentina





di Daniel Lacalle & Joseph T. Salerno


Quando viaggio in Argentina, sento spesso dai politici locali che il cuneo fiscale deve essere aumentato perché "le entrate sono insufficienti".

La prima domanda che mi viene in mente è cosa significhi "insufficiente". Il problema del deficit fiscale argentino non è stato generato da un basso carico fiscale, ma da uno troppo alto.

Il Global Competitiveness Report del World Economic Forum 2017-2018 mostra che l'Argentina ricopre la posizione 92 tra i 138 Paesi analizzati. L'aspetto più preoccupante è che il carico fiscale dell'Argentina è il più alto tra le 138 economie.

Tra il 2002 e il 2017 la pressione fiscale del Paese è aumentata di oltre 10 punti di PIL, mentre l'inflazione è aumentata vertiginosamente.

Questi due fattori, inflazione e alta tassazione, incidono negativamente sulla competitività e sulla facilità di attrarre capitali, investire e creare posti di lavoro, relegando una nazione dal potenziale enorme, come l'Argentina, nelle posizioni finali dell'indice del World Economic Forum, quando invece potrebbe essere in cima.

Inflazione eccessiva e tasse elevate sono due fattori quasi identici che nascondono una spesa pubblica eccessiva, la quale ha frenato l'attività economica. La spesa pubblica consolidata ha raggiunto il 47.9% del PIL nel 2016, una cifra chiaramente sproporzionata. Anche se consideriamo la spesa pubblica primaria, cioè escludendo il costo del debito, essa è raddoppiata tra il 2002 e il 2017.

Secondo il Ministero del Lavoro, l'occupazione pubblica rappresenta oltre l'11% del budget e solo due province hanno una percentuale di occupazione pubblica inferiore al 30% del totale. Se prendiamo tutte le province, sette hanno una forza lavoro nel settore pubblico che supera quella privata — tra il 51% e il 69% — e oltre il 65% delle province ha una percentuale di occupazione pubblica che supera il 40% del totale. Il Ministero del Lavoro stima oltre 3.5 milioni di posti di lavoro nelle amministrazioni nazionali, provinciali e municipali, una cifra che è aumentata del 60% dal 2002.

Non è esclusivamente un problema di impiego pubblico. Le tre voci che hanno visto il maggiore aumento nella spesa pubblica tra il 2002 e il 2017 sono salari, previdenza sociale e sussidi al settore privato, secondo il Ministero delle Finanze. Questa terza voce è molto importante.

L'Argentina ha alimentato un modello economico che ha aumentato in modo sproporzionato il carico fiscale sui settori più produttivi per sovvenzionare i settori a più bassa produttività e pagare il massiccio aumento dell'occupazione pubblica. Cioè, è un modello fiscale che scoraggia gli investimenti privati ​​non sovvenzionati e incoraggia i settori in cerca di privilegi. Pertanto non sorprende se l'aumento della produttività sia molto basso e se le entrate fiscali non migliorino, spingendo i deficit più in alto attraverso spese elevate ed entrate inferiori.

Poiché le entrate sono insufficienti e gli afflussi di capitali si deteriorano, il divario viene finanziato attraverso la repressione fiscale e monetaria — stampando denaro per pagare le spese del settore pubblico — cosa che danneggia settori altamente produttivi, scoraggia l'attività privata e riduce gli investimenti a lungo termine. E non è qualcosa che può essere risolto con aumenti delle tasse.

Se guardiamo alle economie europee, possiamo vedere come gli aumenti delle tasse non solo non abbiano risolto i deficit fiscali, ma hanno generato un ritardo nell'uscita dalla crisi, aumentando anche l'indebitamento. I deficit sono stati ridotti, ma non abbastanza, e il debito pubblico supera l'89% del PIL. Uno studio del Centro per la Ricerca Economica Europea (ZEW) avverte del rischio di perdita di investimenti nell'Unione Europea se si persevera con una tassazione non competitiva e predatoria in cui le imprese e i cittadini pagano fino al 40% del loro reddito in tasse dirette ed indirette.

Le soluzioni che sono state imposte nella maggior parte delle economie sviluppate sono fallite proprio perché implementano un modello estrattivo che penalizza gli investimenti e i settori più produttivi per sostenere un'eccessiva spesa pubblica.

Se guardiamo alla tendenza globale, gli Stati Uniti mostrano che una fiscalità attraente, orientata alla crescita, genera più occupazione e maggiori investimenti. L'Argentina, con il carico fiscale più elevato in America Latina, subisce un effetto negativo e cumulativo: i settori che dipendono da sussidi ed entrate fiscali diventano un peso per la società, e gli investimenti produttivi e l'occupazione privata ne soffrono.

Tutti questi squilibri vengono mantenuti dalla liquidità in eccesso e dai bassi tassi d'interesse. Ma quest fattori esterni alla fine cambiano, e quando accade, accade improvvisamente.

La tassazione in Argentina dovrebbe mirare a migliorare le basi imponibili e ad aumentare gli investimenti produttivi e l'occupazione privata, valutando al tempo stesso le spese per renderle sostenibili. In caso contrario, il futuro adeguamento sarà molto più doloroso di quanto immaginiamo.

La scorsa settimana l'Argentina ha sofferto per l'ennesima "crisi della valuta". Il peso argentino (ARS) si è deprezzato del 9% rispetto al dollaro statunitense (USD), passando da circa 20.50 ARS per USD a 22.25 USD. Per arginare lo slittamento del peso, la banca centrale argentina ha aumentato il suo tasso d'interesse target (il tasso di riferimento repo a 7 giorni) dal 30.5% al ​​40% in due giorni consecutivi. Ciò è avvenuto in seguito ad un aumento dei tassi di 3 punti percentuali la settimana precedente, durante il quale la banca ha anche venduto $5 miliardi di riserve. La banca centrale ha anche annunciato che avrebbe utilizzato "tutti gli strumenti a sua disposizione" per ridurre l'inflazione — che si è attestata al 25% anno/anno a marzo — al suo target: 15%. I politici hanno preso atto del fatto che il Ministro delle Finanze ha dichiarato in una conferenza stampa che il governo aveva tagliato il suo obiettivo per il deficit di bilancio dal 3.2% al 2.3% del PIL.

A seguito di queste mosse politiche, il peso ha cessato il suo declino e ha recuperato l'1.7% del suo valore rispetto al dollaro USA. Per ora, i mercati si sono calmati e, secondo i commentatori nei media e gli analisti finanziari (qui, qui e qui), la crisi è stata (almeno temporaneamente) risolta. Come ho sottolineato in un post precedente, il deprezzamento del peso non è una crisi di per sé che richiede un trattamento correttivo. Una crisi della valuta è un segnale di avvertimento salutare, come quando il termometro ci segnala la presenza di febbre. La vendita di riserve e l'inversione dei flussi di capitale a breve termine, aumentando i tassi d'interesse per sopprimere l'aumento dei prezzi delle valute estere, equivale ad immergere il termometro in acqua ghiacciata, cosa che non fa assolutamente nulla per affrontare la malattia di base del paziente.

La vera crisi di cui soffre l'Argentina è un fallimento cronico della politica monetaria. Questo fatto non è nemmeno stato accennato nei resoconti dei media generalisti. È stato dato per scontato che, dal momento che Mauricio Macri è diventato presidente nel dicembre 2015, l'Argentina avrebbe intrapreso un percorso virtuoso verso la deregolamentazione, la riduzione dei deficit e la disinflazione. Ma nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Tuttavia, nonostante il successo di Macri nel raggiungere i primi due obiettivi, è stato un disastro sul fronte dell'inflazione come il suo predecessore di sinistra. Ci basta esaminare due indicatori per verificare questa affermazione: il tasso di cambio USD/ARS e il tasso di crescita dell'offerta di moneta argentina (M2) da quando Macri è in carica.

Come ha sottolineato Ludwig von Mises all'inizio del XX secolo, l'indicatore più sensibile dell'inflazione dei prezzi è il tasso di cambio. Come possiamo vedere dal grafico qui sotto, il prezzo di un dollaro è salito da circa 13 pesos alla fine del 2015, quando Macri ha chiuso i controlli sui cambi, a 22 pesos di oggi, un deprezzamento del 70% rispetto al dollaro.


L'unica causa dell'inflazione dei prezzi e del deprezzamento della valuta, come disse anche Mises, è l'espansione artificiale dell'offerta di moneta da parte della banca centrale. Deficit di bilancio e bassi tassi d'interesse non sono la causa dell'inflazione, ma solo i principali motivi per cui governi e banche centrali adottano politiche monetarie espansive. I grafici qui sotto mostrano che dopo i due anni di presidenza di Macri, il tasso di crescita annuo della massa monetaria non è mai sceso al di sotto del 25% annuo e per i primi tre trimestri del 2017 ha superato il 45% all'anno.



Né una riduzione dei deficit di bilancio, né un aumento dei tassi d'interesse impediranno future crisi della valuta. I deficit di bilancio possono essere finanziati da prestiti non inflazionistici da parte di investitori stranieri. Gli aumenti prudentemente orchestrati dei tassi d'interesse da parte delle banche centrali sono inutili perché, a meno che i mercati del credito non siano liberi di scoprire il tasso d'interesse "naturale" che equipara l'offerta e la domanda di fondi risparmiati volontariamente, l'offerta di moneta continuerà ad espandersi, volenti o nolenti. I prezzi continueranno quindi a salire e la valuta si svaluterà a singhiozzo.

Quindi dimenticatevi degli interventi nei mercati dei cambi! Dimenticatevi delle manipolazioni dei tassi d'interesse! Dimenticatevi degli obiettivi d'inflazione e della riduzione del deficit! Se il governo argentino è seriamente intenzionato a liberare il Paese dalla (presunta) piaga delle crisi della valuta, tutto ciò che deve fare è ordinare alla banca centrale di cessare tutte le operazioni di mercato aperto e di prestito. Ciò congelerebbe l'ammontare delle riserve bancarie e della valuta del Paese (ovvero "la base monetaria"), bloccando ulteriormente l'espansione dell'offerta di moneta e consentendo al tasso d'interesse di trovare il suo livello naturale. Potrebbero inizialmente verificarsi una recessione e un ulteriore deprezzamento del tasso di cambio, in caso di liquidazione di investimenti improduttivi ed aggiustamento di prezzi, salari e produzione alle preferenze dei consumatori. Alla fine questa strada farà sì che il peso si apprezzi sui mercati dei cambi. A quel punto i politici potrebbero avviare una discussione sull'attuazione di una politica anti-inflazione più permanente, come l'abolizione della banca centrale e del peso stesso e la "dollarizzazione" dell'economia. Oppure potrebbero prendere in considerazione la possibilità di abolire tutte le barriere legali al pagamento e alla contrattazione in oro, argento e valute estere per garantire la concorrenza con il peso.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/


mercoledì 13 giugno 2018

La media mobile a 200 giorni dell'indice S&P 500 non è la linea Maginot





di David Stockman


Negli ultimi cinque anni l'indice S&P 500 ha ballato sulla sua media mobile ascendente a 200 giorni (200-DMA), rimbalzando più in alto ogni volta che gli acquirenti durante i ribassi sono entrati in azione. Solo due volte l'indice è sceso sotto questa apparente linea Maginot: nell'agosto 2015, dopo il crollo delle azioni in Cina, e nel febbraio 2016, quando il settore shale patch/energia è crashato.

Come è evidente di seguito, dal picco di 2873 il 26 gennaio, l'indice è crollato due volte: l'8 febbraio (2581) e il 23 marzo (2588). Entrambe le volte i momo trader ed i robo-trader si sono fatti avanti per sostenere la 200-DMA.

Ma ecco il punto: la linea blu qui sotto non è la linea Maginot; è solo il luogo in cui i cani pavloviani della Finanza delle Bolle hanno "impostato" i grafici. E qualcosa sta iniziando a puzzare.


Infatti si sta iniziando a sentire un odore simile a quello che si sentiva quando in una precedente occasione i cani pavloviani della 200-DMA stavano abbaiando in favore di una sua presunta ascesa infinita, solo per ritrovarsi lanciati in picchiata alla fine.

Ci riferiamo alla corsa quinquennale quasi identica fino al picco di 1508 nel marzo 2000. Anche allora la 200-DMA sembrava invincibile, ed era stata rotta solo dal default russo nell'agosto 1998 e dal crollo di Long Term Capital Management un mese dopo.

Infatti il rimbalzo dell'8 ottobre 1998 da 960 punti fu quasi parabolico, con un aumento del 57% rispetto al picco del marzo 2000.

Quest'ultimo aspetto potrebbe sembrare vagamente familiare, proprio perché il rimbalzo dal minimo provvisorio dell'11 febbraio 2016 (1829) al massimo del 26 gennaio (2873) di quest'anno è stato, beh, del 57%!

Certo, non contiamo sulla magia dei numeri, ma abbiamo un discreto riguardo per la storia, la logica e i fatti politico-economici della vita. E da questo punto di vista ci sembrerebbe che ciò che è accaduto l'ultima volta potrebbe essere una passeggiata nel parco rispetto a ciò che le circostanze attuali potrebbero portare.

Nella primavera e nell'estate del 2000 l'indice S&P 500 venne trattato poco più in basso rispetto al suo picco, mentre le azioni dotcom/NASDAQ 100 si stavano immolando, ma poi si staccò in modo deciso dalla 200-DMA all'inizio di ottobre.

Ahimè, cinque mesi dopo l'indice S&P 500 sarebbe sceso del 20% dal suo picco, per poi precipitare in profondità da lì.

Al minimo di 775 punti nell'ottobre 2002, l'indice era sceso del 50% dal suo picco, e non sarebbe tornato al di sopra della sua 200-DMA fino alla primavera del 2003.


Ed era esattamente in quel punto quando le cose si facevano interessanti ed estremamente rilevanti per il contesto attuale. Durante i tre mesi tra il doppio minimo del 12 marzo 2003 e di metà giugno, l'indice S&P 500 salì del 25%.

Il fattore scatenante, ovviamente, fu la chiara fine della recessione del 2001-2002 ed un intenso e sostenuto scoppio di stimoli monetari da parte della FED di Greenspan che avrebbero portato il tasso dei fondi nel giugno 2003 al livello senza precedenti dell'1.00%.


A dire il vero, dopo 10 anni durante i quali il tasso dei fondi della FED è stato portato vicino allo zero, il casinò ha perso ogni ricordo di ciò che successe in seguito alla sostenuta campagna di tagli dei tassi d'interesse da parte di Greenspan, al quale era stata progettata per espiare l'ignominia del crash delle dotcom. Ma il fatto è che, nell'autunno del 2000, c'era ancora qualcosa che si chiamava un vero tasso del mercato monetario, e quindi si attestava al 6.5%.

Come mostrato di seguito, la marcia forzata di Greenspan fu inarrestabile durante i 30 mesi successivi. Infine, il tasso dei fondi sarebbe stato ridotto di 25 o 50 punti base in 17 occasioni consecutive. In precedenza i rubinetti monetari non erano mai stati aperti in modo così spericolato.

Tuttavia, il nostro punto non è semplicemente quello di incolpare Greenspan per il boom immobiliare e la follia subprime, il risultato della sua frenetica riduzione dei tassi; il punto più importante è che non può accadere di nuovo. Il cosiddetto Maestro aveva 550 punti base di margine, e in realtà 650 punti come in seguito si rivelò nell'inverno del 2008-2009.

Al contrario, ciò che si trova al di sotto dell'attuale 200-DMA dell'indice S&P 500 è essenzialmente una FED paralizzata: l'Eccles Building è a corto di frecce nella sua faretra e si sta impegnando disperatamente a ridurre il suo bilancio per cercare di contrastare la prossima recessione.

Per questo motivo, il tipo di reflazione del mercato azionario scoppiato durante la primavera del 2003 non è affatto replicabile. Eppure il casinò si è talmente abituato all'intervento della FED che ha perso tutte le paure di ciò che si trova al di sotto della 200-DMA, rendendo così gli attuali spasmi di "acquisto durante i ribassi" ancora più esuberanti e pericolosi.


Infatti il mercato azionario è ora minacciato dall'imminente collisione fiscale/monetaria nel mercato obbligazionario sovrano, ma una cosa del genere non era nemmeno immaginata l'ultima volta.

A questo proposito, Washington ha ora abbandonato anche l'ultimo briciolo di contenimento fiscale e si sta dirigendo verso un deficit di $1,200 miliardi, ovvero il 6% del PIL, in quello che è il decimo anno della cosiddetta ripresa economica (anno fiscale 2019). Ciò sta accadendo a causa del QT della FED, che è l'opposto delle circostanze dei primi anni 2000 e anche l'opposto dell'equazione fiscale esistente allora.

Infatti il boom tecnologico degli anni '90 aveva generato massicci guadagni di capitale nel mercato azionario, facendo salire le entrate federali grazie alle imposte sulle plusvalenze e permettendo la riduzione del deficit pubblico sia durante l'amministrazione di George H. Bush che quella di Clinton.

Allo stesso tempo, la guerra fredda era finita all'inizio di quel decennio ed i neocon guerrafondai non avevano ancora preso completamente le redini del potere, né avevano effettivamente lanciato guerre permanenti di invasione ed occupazione. Di conseguenza le spese reali per la difesa avevano raggiunto i minimi rispetto al PIL nel corso dello stesso decennio.

Inutile dire che verso la fine di suddetto decennio, le entrate federali erano ad un livello pari al 20% del PIL e la spesa era stata spinta ad un minimo di 30 anni, al 18% del PIL. Quella sarebbe stata l'ultima volta nella storia americana (come la conosciamo) in cui il bilancio federale era passato in surplus, raggiungendo oltre il 2% del PIL nell'anno 2000.


Il risultato fu un dibattito a Washington molto prematuro, che sembra del tutto impossibile oggi. In linea di massima, le proiezioni di bilancio a lungo termine mostravano crescenti eccedenze di bilancio a perdita d'occhio; e, addirittura, la scomparsa dell'ultimo dollaro di debito federale nel decennio successivo!

Ciò che causò il panico nei primi anni 2000 fu un netto timore nell'Eccles Building che sarebbe stato messa fuori dai giochi!

Proprio così. Lo stesso Greenspan avvertì che senza obbligazioni sovrane, banconote e cambiali da acquistare, la capacità della FED di gestire l'economia americana sarebbe sparita.

Non c'è stato alcuna eccedenza, naturalmente, ma quello che accadde è stato l'esatto opposto di oggi: piuttosto che un "crowding out", il mercato obbligazionario sovrano sperimentò un breve intervallo di affollamento.

Durante l'anno fiscale 1998-2000, il debito pubblico venne ridotto di $430 miliardi, l'11% dei $3,800 miliardi di debito pubblico in circolazione alla fine del 1997.

Inutile dire che il mercato azionario del marzo 2000, appollaiato sulla sua 200-DMA, non era in pericolo di essere ucciso da uno scoppio di massicci prestiti federali. Quando la bolla delle dotcom alla fine scoppiò, lo fece a causa della mania che s'era impadronita del casinò.

Questa volta la mania è tornata, ma quello che ci aspetta è il catalizzatore di un crollo che non era nemmeno immaginabile nella primavera del 2000.

Ci stiamo riferendo allo "shock dei rendimenti" ed è sicuramente in arrivo. Infatti anche se la FED riduce il suo bilancio tramite il QT, il fabbisogno dei finanziamenti pubblici per il prossimo decennio ammonta a $17,000 miliardi.

Cioè, invece di ridurre il debito pubblico dell'11% come accaduto nei primi anni 2000, Washington si sta dirigendo verso una sua espansione del 115%.

Una cosa totalmente diversa rispetto allo scenario del marzo 2000.


Tutto questo sembra abbastanza ovvio se si presta anche lontanamente attenzione ai fatti, cosa che sicuramente gli "acquirenti durante i ribassi" nel casinò non stanno facendo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/