venerdì 19 gennaio 2018

Continuità e discontinuità: come le critpovalute cambieranno l'attuale assetto economico





di Francesco Simoncelli


Dopo i recenti sviluppi, sta diventando sempre più chiaro che le criptovalute abbandoneranno la loro marginalità all'interno dell'ambiente economico e ricopriranno un ruolo più attivo. La spinta propulsiva che alimenterà questo passaggio sarà la continua voglia di suicidarsi dell'attuale sistema monetario ed economico in generale. Sebbene questo blog abbia iniziato ad occuparsi delle criptovalute sin dal 2011, la vera spinta ad indagare più in profondità il fenomeno è arrivata due anni fa quando, oltre ai QE di Giappone e USA, è arrivato anche quello europeo. Quello era il segnale definitivo che non ci sono più speranze di rimettere in piedi il sistema monetario fiat e che l'attuale società vivrà una spirale inflazionistica preponderante non appena l'economia più ampia verrà invasa dalla mole gigantesca di denaro e credito creati ex novo fino ad ora. Anche in questo modo, però il fenomeno delle criptovalute ancora potrebbe sfuggire ai molti. A tal proposito sono del parere che sia necessario comprendere la filosofia alla base di questi nuovi strumenti tecnologici, altrimenti si finisce in un modo o nell'altro a credere a ciò che scrivono i media generalisti e a ciò che dicono i pezzi grossi senza avere cognizione di causa.

Nel 1965 Gordon Moore di Intel enunciava la sua osservazione per quanto riguarda il numero di transistor su un chip di computer di silicio. Sto parlando dell'enunciato della Legge di Moore. Il numero di transistor sarebbe raddoppiato ogni 18 mesi circa. Anno dopo anno, la Legge di Moore ha veramente rivoluzionato il mondo, riducendo i costi delle informazioni.

La Legge di Moore è l'estensione di un processo che possiamo far risalire all'invenzione del telegrafo. Da allora l'informazione ha aumentato la sua velocità di propagazione. Il costo delle informazioni ha continuato a dimezzarsi in modo prevedibile, e oggi accade circa ogni anno. La questione non è il numero di transistor su un chip di silicio, ma il costo delle informazioni: continua a diminuire. E con questo arriva l'aumento della produttività e il decentramento della trasmissione delle informazioni. Questo è il processo fondamentale del mondo moderno, e ha travolto le economie socialiste.

Esiste una legge fondamentale in economia: quando il prezzo scende, la domanda aumenta. Il prezzo delle informazioni sta scendendo. Le informazioni diventano sempre più decentrate, e ora il costo della comunicazione è diminuito a tal punto che una maggiore interazione, un maggiore scambio di informazioni e una maggiore cooperazione, stanno diventando universali. Con questo decentramento arriva l'inevitabilità del trionfo del capitalismo. Mises aveva ragione nel 1920 quando in Economic Calculations in The Socialist Commonwealth predisse il disfacimento dell'economia socialista. Hayek aveva ragione nel 1945: The Use of Knowledge in Society. C'è solo un assetto istituzionale che sfrutta l'uso produttivo delle informazioni decentrate: l'economia di libero mercato. Solo con i prezzi del libero mercato siamo in grado di coordinare le nostre attività nel mondo che ci circonda.

E a cosa rispondono i prezzi? A domanda e offerta. Sono queste due forze che governano i segnali di mercato che vengono inviati in tutto l'ambiente economico. È l'ABC dell'economia. L'intersezione delle curve di domanda/offerte rappresenta una legge aprioristica nel mondo dell'economia che non può essere alterata, a differenza di chi è spaventato da un simile assetto economico. Ciò che le criptovalute ricordano agli investitori sono mercati a doppio senso, governati dal rischio e dalla responsabilità personale. Non mercati governati da un presunto deus ex-machina che in caso di errore socializza le perdite attingendo furtivamente dalle tasche degli individui (es. inflazione dei prezzi attraverso inflazione monetaria): la BCE, ad esempio, che ha completamente distrutto ogni parvenza di onestà e determinazione sana dei prezzi nel mercato secondario dei titoli di stato. Il bilancio della BCE ha superato i €4,000 miliardi, ma in questo caso nessuno deve stare attento ad entrare nel mercato dei titoli di stato. I traditori della patria sarebbero gli short seller, con tanto di divieti e ostacoli a chiunque voglia salvaguardare i propri investimenti. Invece le criptovalute, attraverso le parole di un funzionario della gigantesca burocrazia europea, sono "solo" determinate dalla domanda e dall'offerta. E da cos'altro dovrebbero essere determinate? Ennesima prova di come la gabbia europea sia solamente un esperimento di becera natura socialista, non avendo nulla a che fare con i principi della libertà.

Il cancro delle banche centrali ha permeato così a fondo l'attuale società, da pensare che possa essere impossibile vivere senza. Che le crisi altrimenti non potrebbero essere evitate. Che addirittura siano in grado di tenere a bada il ciclo economico. Frottole. La ciclicità dei boom/bust è dovuta esattamente alla natura distorcente delle azioni delle banche centrali. La loro intromissione nei mercati altera un normale andamento dei segnali di mercato, inficiandone la genuinità. Ciò che otteniamo è un ambiente incline a commettere errori su errori, la cui preclusione ad una correzione non fa che renderli più dolorosi.



DOMANDA INSUFFICIENTE?

La giustificazione dell'intromissione nell'ambiente economico da parte di un'autorità centrale, coltivata nel tempo da economisti che ritenevano la domanda il motore della crescita economica, è stata partorita inizialmente da Keynes, e poi rafforzata da Friedman, sulla scia della Grande Depressione degli anni '30. Keynes suggeriva che il governo iniziasse a contrarre una quantità crescente di prestiti e poi spendesse l'ammontare nell'economia privata; Friedman, invece, suggeriva alla FED di pompare più denaro affinché l'economia si potesse riprendere. In ogni caso, entrambi puntavano il dito contro una mancanza di domanda aggregata e quindi spingevano affinché fosse "stimolata". Inutile dire che queste sono solo favole... e nemmeno della buonanotte, perché foriere di incubi economici. La capacità di un attore di mercato di spingere la domanda è determinata dalla sua capacità di produrre beni e servizi. Ovvero, più un individuo è in grado di produrre, più avrà la possibilità di acquisire altri beni.

Infatti è con la produzione nostra che siamo in grado di pagare per tutti quei beni che riteniamo più utili per la nostra esistenza. Senza questo passaggio fondamentale, non ci sarebbe creazione di ricchezza, né ci sarebbe un miglioramento della specializzazione dell'offerta di beni. Quindi un ragionamento che considera la domanda un parametro indipendente è fallace, poiché ciò che alimenta l'economia non è la domanda in quanto tale ma la produzione di beni. Sono i produttori, quindi, i motori di un'economia; o per meglio dire gli imprenditori. La loro capacità di anticipare il futuro gli permetterà di offrire determinati beni e servizi che si aspettano di vendere sul mercato. Più è accurata la loro previsione, più successo avranno, più rapidamente una società riuscirà a prosperare. Avendo a che fare con l'incertezza, devono studiarla in modo approfondito affinché i loro calcoli siano quanto più corretti possibile; quindi, in base a ciò, determinano i prezzi e in base ad essi analizzare i costi della struttura di produzione.

Questo assetto della società e della produzione smonta l'apparato keynesiano, perché l'imprenditore impiega mezzi e capitale umano prima che la domanda dei consumatori si possa palesare. Se avrà successo, ci sarà una correlazione tra la domanda per i suoi beni e la redditività dell'impresa. Non si può assolutamente negare il fatto che la produzione precede il consumo, quindi l'ambiente economico deve essere quanto più genuino possibile affinché gli imprenditori possano dirigere la produzione nel modo migliore possibile in accordo con i bisogni dei consumatori.

Nessuno stato o banca centrale può cambiare il fatto che i loro trucchi saranno inutili quando si tratta di stimolare la domanda effettiva. Se si vuole aumentare la capacità di consumo, c'è bisogno che prima aumenti la capacità di produrre. Questa dipendenza non può essere sconfessata dal pompaggio monetario o dalla spesa pubblica. Al contrario, le politiche fiscali e monetarie allentate andranno ad ostacolare i segnali di mercato rendendoli più torbidi; di conseguenza impoveriranno l'ambiente economico, andando ad intaccare la domanda effettiva. Se allora si ha davvero a cuore la produzione e la prosperità, si dovrebbero abolire tutti quei metodi che vanno a facilitare la creazione di denaro fiat e si dovrebbe tagliare drasticamente la spesa pubblica.



LA GRANDE DISTORSIONE

Invece le attuali autorità nella pianificazione monetaria centrale hanno seguito ciecamente i dogmi keynesiani e monetaristi, affondando il colpo in quelle misure che sprecano ricchezza piuttosto che crearla. Infatti la (pseudo)ripresa economica di cui parlano i media generalisti è stata alimentata da tassi d'interesse ultra bassi. Fondi apparentemente a basso costo hanno spinto le imprese in linee di produzione non richieste da una domanda genuina di mercato, hanno spinto le famiglie a consumare oltre i loro mezzi e hanno spinto il settore pubblico a spendere di più. Questa apparente ripresa, però, sparirà una volta che suddette misure economiche verranno invertite, facendo tornare una recessione ben peggiore della precedente.

L'intromissione delle banche centrali all'interno dell'ambiente economico ha un effetto ancor più pernicioso: fa credere agli investitori che esista una rete di sicurezza in grado di salvaguardarli nonostante commettano errori. Ha creato l'illusione che l'incertezza possa essere sorpassata, imbastendo una dipendenza crescente dalle loro macchinazioni. Non hanno affatto questo potere. Le banche centrali, attraverso le loro politiche monetarie senza precedenti, hanno spinto investitori ed imprenditori in un labirinto di specchi; hanno mascherato le loro azioni dannose mediante appellativi suadenti come "forward guidance"; hanno indotto a credere gli attori di mercato che le recessioni potessero essere abolite, quando invece l'essenza stessa di questi interventi è quella di creare una ciclicità di boom/bust.

L'unica cosa che le banche centrali possono fare è ridistribuire la ricchezza all'interno dell'ambiente economico, non crearne di nuova. La ridistribuiscono a favore dei primi ricevitori del denaro fiat creato ex novo.

Ma una volta che tassi d'interesse reali tornano a salire, poiché slegati dal controllo della banca centrale, allora possiamo stare certi che un bust non è tanto lontano. Di recente la FED, ad esempio, ha affermato di voler restringere il proprio bilancio in virtù delle condizioni migliorate dell'economia americana. Entro l'ottobre di quest'anno il tasso di riduzione avrà raggiunto i $50 miliardi al mese, secondo le previsioni, portando entro il 2020 il bilancio della FED a raggiungere i $2,800 miliardi (ancora maggiore di $1,900 miliardi rispetto all'inizio della Grande Recessione). Attenzione, però, perché nonostante ci sia l'intenzione di portare a termine questa riduzione, essa non sarà effettiva, perché i proventi della vendita dei titoli in suo possesso verranno reinvestiti negli stessi titoli qualora i ricavi superassero i ritmi di riduzione imposti.

Inutile dire, quindi, che la FED continuerebbe ad influenzare i mercati monetari e del credito, perché un abbandono totale del suo ruolo attivo in suddetti mercati non è affatto in vista. Infatti l'ultima cosa che vuole l'Eccles Building è un'impennata del tasso interbancario, di conseguenza una contrazione dell'offerta monetaria non si paleserà finché le seguenti condizioni rimarranno in essere: la capacità e la disponibilità del settore bancario commerciale ad espandere i propri bilanci, e l'appetito degli investitori per i titoli venduti (obbligazioni sovrane e MBS, principalmente).

Ma attenzione, perché data l'attuale interconnessione del sistema finanziario mondiale, non è detto che il catalizzatore di una crisi economica debba essere esclusivamente interno. Infatti dopo la baldoria del QQE giapponese, dove la BOJ ha letteralmente comprato di tutto (obbligazioni statali, azioni, ETF, bond societari giapponesi, REIT giapponesi), sembra proprio che la patria dove è nato il quantitative easing stia tirando i remi in barca. È notizia di qualche giorno fa che il bilancio della BOJ sia sceso di ¥444 miliardi a dicembre; sebbene non una grande somma rispetto ad un bilancio totalizzante ¥521,416 miliardi, è il primo mese che gli acquisti della BOJ scendono in territorio negativo.




L'agnello sacrificale in questo caso è rappresentato dai JGB, ovvero, le obbligazioni sovrane giapponesi: il 31 dicembre discorso erano scese di ¥2,900 miliardi. In sintesi, è molto probabile che la BOJ abbia semplicemente lasciato che maturassero senza rinnovare gli acquisti. Anche se questo calo appare quasi impercettibile se si considerano gli attivi totali, ammontanti a circa il 96% del PIL giapponese, è interessante notare che sia avvenuto in concomitanza con la volontà della FED di restringere il proprio bilancio e praticamente in sordina rispetto alla stampa generalista. Anzi, finora si era detto praticamente il contrario.





E non scordiamoci che l'aprile dell'anno scorso la BCE ha tagliato il proprio QE da iniezioni monetarie da €80 miliardi al mese a €60 miliardi al mese, e da quest'anno ci si aspetta un ulteriore taglio fino a €30 miliardi al mese. Di conseguenza sembra proprio che il propellente fornito ai mercati finanziari dal QE stia ormai svanendo, lasciando col cerino in mano tutti coloro che pensavano che le banche centrali fossero onnipotenti. Senza dimenticarci, ovviamente, della mastodontica economia cinese, la quale nonostante i numeri dicano stia crescendo del 6.5% all'anno, è alimentata da un'offerta monetaria in crescita al 14% l'anno e da un debito pubblico ormai quadruplicato sin dall'inizio della Grande Recessione. Questo scenario non sarebbe preoccupante se in cambio ci fossero ritorni economici solidi, mentre invece quasi la metà delle società nell'indice Hang Seng contraggono debiti per ripagare gli interessi su quelli vecchi e adesso la Cina ha bisogno di circa quattro volte il debito di cui aveva bisogno nel 2007 per generare la stessa crescita di allora.

La sovraccapacità dell'industria cinese si prepara ad invadere il resto del mondo e la gigantesca bolla immobiliare ha reso attraente il debito ad alto rischio. Anche la Cina rappresenta un grande rischio, poiché voler mostrare i muscoli al mondo da parte del Partito Comunista Cinese significherà ignorare le bombe ad orologeria finanziarie che la sua sconsiderata ricerca di record statistici assurdi ha innescato.



ENTRANO IN SCENA LE CRIPTOVALUTE

Accanto alla continuità rappresentata dal sistema economico e monetario presente, è apparso qualcosa di nuovo dal 2009: le criptovalute. Cosa rappresentano? Una discontinuità. Entrambe queste forze infine si scontreranno e ciò che ne uscirà, rappresenterà un nuovo paradigma all'interno dell'ambiente economico. Le criptovalute, quindi, non sono altro che la risposta del libero mercato all'obsolescenza che nel tempo ha continuato ad infestare il sistema economico e monetario. È il modo in cui l'apriorismo dei teoremi in economia risulta sempre vero: le leggi in economia possono essere aggirate, ma non violate. In virtù di ciò potrebbe essere alle porte una nuova rivoluzione industriale. Dalle stampanti 3D alle criptovalute, il mondo così come lo conosciamo potrebbe cambiare in una o due generazioni al massimo, sorpassando tutti quei lavori e strutture lavorative obsolete.

E cosa alleviò principalmente la rivoluzione industriale del diciannovesimo secolo? La povertà. Prendiamo ad esempio una delle ultime ICO: il progetto everex, il quale ritiene l'inclusione finanziaria parte integrante la propria missione. La società che ha sviluppato questo progetto prevede di poter fornire microfinanziamenti, possibilità di pagamento e conversione delle valute fiat a tutti quegli individui che non possono più rivolgersi al sistema bancario canonico. Questo ci suggerisce che non c'è bisogno dello stato affinché possano essere accuditi i poverelli, visto che l'istinto di solidarietà è presente in tutti noi senza la presenza di terze parti a ridistribuire i redditi.

Non solo, ma la filosofia dietro le criptovalute sta anche portando con sé una cambiamento di mentalità: un abbandono delle politiche socialiste a favore di una visione della società e dell'economia più incentrata sulla libertà. Ecco perché su queste pagine ho sempre ripetuto che alla fine il libero mercato "avrebbe vinto". In quanto meccanismo di pagamento completamente decentralizzato, il bitcoin ci ha mostrato la potenza dei mercati ci creare "beni digitali" di valore e limitare la capacità dello stato di precluderne l'utilizzo. Inoltre, per sua natura, è matematicamente scarso nell'offerta, schermandolo da una svalutazione arbitraria (cosa che nemmeno le monete-merci potevano vantare). Malgrado ciò, lo scetticismo è ancora imperante nei riguardi delle criptovalute, a causa soprattutto della loro nascita "poco ortodossa". Le obiezioni sono due principalmente: le criptovalute non saranno mai denaro e le criptovalute sono una bolla.

Partiamo dalla prima obiezione. Nonostante abbia dimostrato su queste pagine che le criptovalute non violano il Teorema della Regressione misesiano, permangono perplessità riguardo la sua immaterialità e l'accettazione diffusa. Assodato il modo in cui una merce diventa spontaneamente denaro, e di come suddetta abbia un valore pre-esistente in base al suo uso "non monetario", è impossibile che le criptovalute possano diventare mezzi di scambio ampiamente accettati? No. Le persone accettano euro, dollari e yen in cambio perché conoscono il loro potere d'acquisto pre-esistente. In altre parole, hanno un punto di riferimento per valutare il denaro fiat oggi perché sanno cosa poteva comprare ieri. Ebbene, la stessa cosa vale per le criptovalute: basta guardare a quello che possono comprare oggi rispetto a ieri, e la lista di imprese che accettano criptovalute si allunga di giorno in giorno. Non solo, ma anche i dipendenti che lo accettano come salario.

"Essere denaro" non significa varcare una soglia, piuttosto significa che alcune merci sono più vendibili rispetto a altre e la loro adozione continuata nel tempo tende a ridurre la volatilità di prezzo. È qui che si inserisce bitcoin: non è la merce più popolare, ma si sta muovendo dal non essere denaro all'esserlo. Se dovessimo rimanere rigorosamente ligi alle definizioni, allora neanche l'oro è denaro visto che al giorno d'oggi quasi nessuno lo accetta come forma per acquistare altri beni e servizi. Bitcoin sta percorrendo questa strada perché nessuno le costringe ad usarlo, ma è liberamente scelto dagli individui. Più la sua adozione aumenta, più il prezzo crescerà fino a stabilizzarsi definitivamente. Possiamo tracciare a ritroso il suo potere d'acquisto fino a raggiungere la prima transazione in cui il bitcoin è stato utilizzato come mezzo di pagamento. Il perché l'abbiano fatto è ininfluente, ciò che conta è che l'abbiano fatto e che in tal modo abbiano fornito un punto di riferimento oggettivo affinché il mercato nel suo complesso potesse valutare bitcoin.

Per quanto riguarda la seconda obiezione, l'exploit di prezzo non è uscito fuori dal nulla ma è stato il risultato di migliorie finanziarie e tecniche che hanno incoraggiato l'uso del bitcoin. Nel corso del tempo si sono addensate sempre più perplessità riguardo la scalabilità della criptovaluta inventata da Nakamoto, con preoccupazioni riguardo l'uso e la sicurezza. Fortunatamente per il progetto di bitcoin, il network ha evitato una hard fork lo scorso novembre e si è scelto invece un progresso armonioso. Ad agosto 2017 è stato attivato un cambiamento chiamato "segregated witness" che avrebbe aumentato la velocità di bitcoin senza comprometterne la sicurezza o la decentralizzazione; mentre a dicembre sono stati fatti passi da gigante affinché si possa implementare "lightning network", uno sviluppo infrastrutturale affinché si possano velocizzare le piccole transazioni senza incappare in commissioni elevate o rallentamenti sulla blockchain. Senza contare che sempre a fine anno scorso sono stati lanciati a Wall Street due futures su bitcoin.

In sintesi stiamo praticamente assistendo ad una transizione volontaria da una valuta inferiore ad una superiore, e la sua adozione è incarnata dalle azioni individuali degli attori di mercato piuttosto che imposta da un monopolista in grado di manipolare il sistema. Infatti, dal punto di vista teorico, la crescita di bitcoin è possibile analizzarla secondo la Legge di Metcalfe, ovvero, all'aumentare del network di utenti ne aumenta anche il valore. Sebbene il campo di indagine fosse diverso, è un ragionamento applicabile anche alle criptovalute. Quindi su un normale grafico può effettivamente sembrare una bolla, ma se impostato su scala logaritmica possiamo vedere che il picco ancora non c'è stato.




Infine se analizziamo il prezzo di btc secondo un price to metcalfe value ratio (metodo analogo utilizzato per le azioni con il price to book ratio), noteremo che il prezzo era più in bolla nel 2013/14 piuttosto che oggi.





CONCLUSIONE

La bellezza del mondo delle criptovalute è proprio il fatto che è tutto un divenire. Niente è immutabile ma tutto in trasformazione. Seguo molto da vicino questi sviluppi, perché ritengo siano un modo per emanciparsi (almeno inizialmente) dal sistema monetario fiat che fino ad adesso ha governato i nostri portafogli. Poi è chiaro che bisogna scegliere accuratamente di quale criptovaluta fidarsi. Non tutte sono buone, così come non tutte sono uguali. Al di là delle oscillazioni delle quotazioni, è soprattutto lo sviluppo della tecnologia che deciderà quale o quali critpovalute sopravvivranno nel lungo periodo. Da questo punto di vista gli sfidanti di bitcoin si dividono in due grandi categorie.

Da una parte le monete che cercano di superarne i problemi di scalabilità, il fatto che l'infrastruttura alla base del bitcoin (la blockchain) sta diventando sempre più intasata e costosa, proponendone una versione evoluta. È il caso del Litecoin che rende più "leggere" e quindi più veloci le transazioni, o del Bitcoin cash, recente scisma dal bitcoin originario. Queste tecnologie aiuteranno le criptovalute ad imporsi come effettivo strumento di scambio, utilizzo rimasto finora marginale. Ma tutto ciò potrebbe risultare "superfluo" se lightning network venisse implementato in bitcoin stesso.

Dall'altra parte ci sono altre altcoin che nascono con una blockchain autonoma rispetto al bitcoin e vocazioni differenti, tanto che si possono definire "valute" solo per semplificazione. Ethereum per esempio è una piattaforma per la creazione di cosiddetti contratti intelligenti (smart contract), che pagano l'utilizzo della sua potenza di calcolo attraverso una unità di conto chiamata ether. Cardano è una versione simile nata in Giappone, mentre Neo quella nata in Cina. Mentre ancora diversa è Ripple, poiché offre alle banche un servizio di scambio di informazioni, una alternativa evoluta allo Swift, a cui aggancia una valuta virtuale che in prospettiva potrebbe essere usata per facilitare gli scambi internazionali. Non proprio un seguace del bitcoin, che nasce come alternativa al sistema bancario tradizionale. Progetto simile a questo, e pensato per il mondo bancario, è Waves. Inoltre, per coloro preoccupati per la loro privacy e ritenendo che l'anonimato di bitcoin non sia abbastanza, esistono alternative come Monero e Zcash: il primo crea indirizzi falsi per nascondere il destinatario, mentre il secondo lo cripta.

Tra le varie criptovalute quelle da tenere particolarmente d'occhio sono, ad esempio, Lisk che segue l'esempio di ethereum e punta a creare un sistema di applicazioni decentralizzato, presentandosi come alternativa a servizi come l'app store di Apple o Google Play. Un sistema grazie al quale gli sviluppatori potranno realizzare app, tramite SDK, e distribuirle al pubblico senza un sistema di controllo centralizzato. Dash, una criptovaluta il cui progetto punta direttamente all'uso reale e alla sostituzione del denaro tradizionale. Il sito ufficiale mette dunque in bella vista le opzioni per spendere Dash in cambio di servizi, dal vino all'affitto. Altro dettaglio importante è il fatto che Dash usa un sistema ibrido PoW/PoS, che insieme ad altri accorgimenti rende le transizioni istantanee. Iota, una moneta di scambio con il potenziale per innescare un'interoperabilità globale. Stratis, una piattaforma BaaS (Blockchain as a Service) pensata come servizio per aziende e professionisti. Ogni utente/cliente può crearsi una sua blockchain privata da usare come meglio crede (per esempio gestione logistica). Si tratta più precisamente di una sidechain, vincolata alla blockchain principale. L'azienda potrà quindi sfruttare i benefici della tecnologia blockchain riducendo al minimo i costi.

Ma come credo sia noto, i migliori sviluppi si hanno in sistemi entropici non entalpici. Con le criptovalute, infatti, la scelta individuale conta, e per quanto imprevedibile possa essere porterà sempre all'ordine.


giovedì 18 gennaio 2018

Il balletto a due tra Oxfam e Davos inizia la settimana prossima





di Gary North


Ogni anno, a gennaio, le élite si riuniscono a Davos, in Svizzera, per fare affari e ascoltare lezioni noiose da persone che non hanno né soldi né potere. Si chiama World Economic Forum.

Ogni anno la fondazione di sinistra, Oxfam, pubblica simultaneamente la sua ultima scoperta, che non cambia mai di molto: l'1% della popolazione mondiale possiede metà della ricchezza.

Queste sono operazioni di pubbliche relazioni. Il messaggio del WEF: "Noi ce l'abbiamo, e voi no". Il messaggio di Oxfam: "Loro ce l'hanno, e noi no". Sono fatti l'uno per l'altro. Sono uniti da un filo invisibile.



DAVOS

Il World Economic Forum è come la Duffy's Tavern per i ricchi e i potenti: "Dove le élite si incontrano per mangiare".

Perché si radunano a Davos ogni anno? Perché nessuno vuole ritrovarsi fuori dal cerchio. Come dicevano negli annunci radiofonici per spettacoli rock and roll quando ero giovane: "Siate lì, in pista". Mostrarsi significa che si è stati invitati. Se non siete stati invitati, non siete considerati come membri dell'élite... almeno non quest'anno.

Nel 2011 Ross Sorkin ha calcolato quanto costa partecipare. In primo luogo, c'era la quota associativa annuale: 50,000 franchi svizzeri. Nel 2011 erano $52,000, ma questo per la gente comune. Se volevate avere accesso agli incontri privati, presumibilmente presenziati dai negoziatori, dovevate sborsare $137,000 all'anno. Poi c'era il costo di un biglietto per l'incontro di Davos: $19,000. E non scordiamoci la quota annuale per gli addetti ai lavori: $156,000.

Poi c'era il costo di una stanza. Il costo medio era di $500 a notte.

Dovevate in qualche modo arrivarci. La tariffa di prima classe per Zurigo era di $11,000 nel 2011.

Avevate bisogno di un autista e di un'auto costosa. Aggiungete altri $10,000.

Poi ci sono gli altri incontri durante l'anno. Non ottengono pubblicità, ma gli addetti ai lavori sentono la pressione dei loro pari, quindi devono partecipare. "Siate lì, in pista."

Sono un sacco di soldi per annoiarsi ad ascoltare discorsi tenuti da professori universitari di ceto medio/alto.

La realtà economica è questa: il valore del tempo perso per i negoziatori è di gran lunga maggiore rispetto alle spese aziendali, deducibili dalle tasse. Queste persone sono davvero l'élite. O un partecipante deve fare uno sforzo nel corso dell'anno, oppure la sua iscrizione e partecipazione sono a rischio. "Io ce l'ho, tu no."



OXFAM

I promotori di Oxfam hanno capito anni fa che l'incontro di Davos è il modo ideale per ottenere pubblicità gratuita sulla stampa mondiale. Fornisce inoltre ai raccoglitori di fondi l'opportunità di utilizzare queste storie per raccogliere più denaro. "Vedete? Stiamo ricevendo attenzione in tutto il mondo." Questo è vero. Così, ogni anno, Oxfam pubblica un rapporto destinato a scioccare i disinformati dal punto di vista economico. Ho descritto la strategia di marketing di Oxfam per diversi anni.

Le persone non informate dal punto di vista economico non sono a conoscenza della Legge 20/80 di Pareto. Pareto era un economista svizzero che nel 1897 pubblicò un libro che riassumeva la sua scoperta: la ricchezza nei Paesi europei era distribuita su una base di 20/80. Circa il 20% della popolazione possedeva circa l'80% della ricchezza. Studi successivi hanno riportato una distribuzione simile. Questa cosa è così ampiamente riconosciuta tra gli storici dell'economia, che le distribuzioni che variano notevolmente da quella 20/80 sono considerate sospette.

La distribuzione di Pareto è una legge della potenza:

    Il 20% della popolazione possiede l'80% della ricchezza.
    Il 4% (20% del 20%) della popolazione possiede il 64% (80% dell'80%) della ricchezza.
    Lo 0.8% (20% del 4%) della popolazione possiede il 51% (80% del 64%) della ricchezza.

Questo 1% della popolazione possiederà più del 51% della ricchezza.

Questa legge sembra applicarsi al di là dei confini nazionali.

Ogni anno Oxfam denuncia che l'1% della popolazione possiede il 50% della ricchezza mondiale.

Penso che le statistiche siano difettose. La legge di Pareto indica che questo numero dovrebbe essere superiore al 50%. Ho parlato di questo argomento nel 2016: Legge di Pareto & riformatori in cerca di potere.

Ne ho anche parlato nel 2014: In Occidente è aumentata la disuguaglianza di ricchezza sin dal 1897? Probabilmente no.

Attendo l'ultimo rapporto di Oxfam. Vediamo se l'1% più ricco ha aumentato la propria ricchezza oltre il 50%.

Oxfam non fornisce mai un programma dettagliato per persuadere i governi nazionali a cedere la propria sovranità sulla tassazione a favore delle Nazioni Unite, in modo che l'ONU possa imporre tasse sui diplomatici al fine di raggiungere una maggiore uguaglianza economica. Ciò presuppone che il governo civile possa modificare in modo significativo la distribuzione di Pareto. Questo è chiaro: se non c'è un governo mondiale, nulla cambierà.

La mia previsione: questa distribuzione della ricchezza 20/80 non cambierà.



CONCLUSIONI

Il WEF esiste in modo che coloro che hanno denaro reale e potere reale possano mostrarli, ed è anche un modo affinché il WEF possa estrarre grossi guadagni dagli aspiranti benestanti. Fondamentalmente è un versione per adulti del Secret Decoder Ring della piccola Annie. Il concetto di marketing è lo stesso, ma il prezzo è più alto rispetto ad un barattolo di Ovaltine.

Il mio cappello è tolto di fronte a Klaus Schwab, un economista tedesco che ha inventato questa operazione al Duffy's Tavern nel 1971. Si trattava di imprenditorialità seria.

Il mio cappello è anche tolto di fronte all'analista senza volto di Oxfam che ha trovato un modo per incassare soldi ogni anno tramite l'operazione di Schwab.

Come George Washington Plunkitt annunciò oltre un secolo fa: "Ho visto le mie opportunità e le ho colte".


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


mercoledì 17 gennaio 2018

L'Unione Europea deve pensare a livello locale per affrontare i cambiamenti globali





di Daniel Lacalle


Le recenti elezioni nella zona Euro hanno dimostrato che i rischi per il progetto europeo sono ancora tutti in campo. In Germania molti sono stati sorpresi da una vittoria insufficiente della Merkel, dal crollo dei socialdemocratici e dall'ascesa dell'estrema destra e sinistra.

Tuttavia era prevedibile. Il rally dell'euro e il tono rialzista nei mercati azionari e obbligazionari dopo le elezioni francesi e la vittoria di Macron, per molti aspetti si sono basati su una visione molto ottimistica del rafforzamento dell'attuale modello europeo. I mercati hanno rapidamente dimenticato che quasi il 40% degli elettori in Francia ha deciso di sostenere i partiti anti-UE su entrambi i lati dello spettro politico. Le elezioni tedesche hanno dimostrato che questa percezione rialzista era un miraggio. In Germania quasi il 30% dei voti è andato agli estremisti.

L'Unione Europea sta ignorando questa tendenza e continua a fare i conti con ciò che Bruxelles chiama "più Europa", che spesso significa più interventismo e pianificazione centrale. E i cittadini non sono contenti di questo aspetto. Invece di vedere la Brexit come un segnale di pericolo e un'opportunità per migliorare l'indipendenza, l'apertura e la diversità dell'Unione Europea, la separazione dal Regno Unito è stata presa come un'opportunità per avanzare in un modello errato che rispecchia il "dirigismo" francese, un modello di pianificazione centrale fortemente interventista.

La Commissione Europea ha pubblicato a settembre un documento sorprendentemente euforico che dichiara la fine della crisi grazie a "l'azione decisiva dell'Unione Europea". Tuttavia quel tono positivo contrasta con un crescente malcontento tra i cittadini europei. Non si può negare che l'Unione Europea sia in (pseudo)ripresa economica. La fiducia delle imprese sta aumentando e gli indici di produzione sono in espansione. Tuttavia il ritmo di suddetta espansione si è moderato negli ultimi mesi e le sfide rimangono. L'economia europea non è "in forma", come sostiene la Commissione Europea, e questo spiega una parte significativa del crescente populismo e del voto agli estremisti.

Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali e Merrill Lynch, l'Europa ha oggi più società zombie rispetto a prima della crisi, cioè società che generano profitti operativi che non coprono i loro costi finanziari, nonostante i bassi tassi d'interesse e uno stimolo monetario senza precedenti. Le banche europee, alla fine del 2016, avevano più di €1,000 miliardi di prestiti in sofferenza, una cifra che rappresenta il 5.1% degli impieghi totali rispetto all'1.5% negli Stati Uniti o in Giappone. L'Europa si è barcamenata da crisi finanziaria a crisi finanziaria e recentemente abbiamo avuto nuovi episodi in Italia, Spagna e Portogallo.

Ma il problema chiave è la disoccupazione. La Commissione Europea "ha certificato" l'uscita dalla crisi con una disoccupazione del 9.1%, mantenendo tutte le rigidità nel mercato del lavoro, un tasso di disoccupazione più che doppio rispetto a Paesi con legislazioni lavorative flessibili e ambienti di business dinamici, come gli Stati Uniti o il Regno Unito. Ancora più importante, la sottoccupazione è ancora molto alta. Nel 2016 c'erano 9.5 milioni di lavoratori part-time nell'UE-28. Oltre a ciò, secondo Eurostat 8.8 milioni di persone erano disposte a lavorare, ma non cercavano lavoro, e altre 2.3 milioni di persone erano in cerca di lavoro, senza poter iniziare a lavorare.

Il carico fiscale in questo periodo è stato aumentato in tutta l'UE, con alcune eccezioni come l'Irlanda, con un cuneo fiscale medio del 45% sui lavoratori e del 40% sulle imprese. Se guardiamo agli squilibri economici, i principali sono il debito pubblico di quasi il 90% del PIL e la scarsa crescita che, stimata all'1.7%, è quasi la metà del suo potenziale. Molti politici accusano l'austerità per la crisi europea. Tuttavia i dati smascherano questo mito. La causa della crisi in Europa è il sistema burocratico. Con una spesa pubblica mediamente superiore al 46% del PIL, un deficit annuale di oltre l'1.7% in media e il 90% del rapporto debito/PIL, parlare di austerità è semplicemente scorretto.

Queste cifre mostrano che l'Unione Europea è lungi dall'essere "in forma", come afferma la Commissione, ed i risultati delle elezioni dimostrano che le autorità e gli stati membri non possono continuare ad ignorare la mancanza di conformità di una parte crescente della popolazione con le direttive economiche e burocratiche di questo modello europeo.

Secondo l'Intelligent Regulation Forum ed i dati ufficiali dell'Unione Europea per il 2015, i Paesi membri sono soggetti a più di 40,000 regole per il solo fatto di far parte dell'UE. In totale, comprese le regole, le direttive, le specificazioni settoriali e industriali e la giurisprudenza, stimano l'esistenza di circa 135,000 regole obbligatorie.

L'Unione Europea ricopre il 7.2% della popolazione mondiale, il 23.8% del PIL mondiale e il 58% della spesa mondiale per il welfare. Se questo modello vuole sopravvivere, deve prestare maggiore attenzione al potenziamento della crescita e al sostegno dei creatori di posti di lavoro, oppure si sbriciolerà sotto il crescente debito e l'invecchiamento della popolazione. Il più grande problema per l'Eurozona è demografico. L'età media nella maggior parte dei Paesi della zona Euro varia tra i 44 ed i 47 anni. Allo stesso tempo, le Nazioni Unite stimano che la popolazione dell'Unione Europea raggiungerà il picco e inizierà a contrarsi in meno di due decenni. Meno persone e più vecchie.

L'invecchiamento presenta molte sfide. Il costo dell'assistenza sanitaria e delle pensioni aumenterà, mentre le entrate fiscali diminuiranno con il rallentamento dei consumi e degli investimenti. Questa sfida demografica crea una sfida fiscale e produttiva che può essere invertita solo attraendo investimenti ad alto valore aggiunto e incentivando settori ad alta produttività. Ignorando questi rischi, l'UE rischia di cadere nella glorificazione della pianificazione centrale, in un'assoluta uniformità e in un interventismo obsoleto che non hanno nulla a che fare con gli Stati Uniti pluralisti, liberi e diversi.

Ci sono varie soluzioni. Vi sono chiari elementi positivi sul fatto di unire i Paesi per stimolare la crescita, l'occupazione e le opportunità, ma non ha senso provare a copiare un modello, quello francese, che ha creato stagnazione per vent'anni, tasse elevate, disoccupazione e diminuzione della competitività. Le soluzioni principali provengono da "meno Europa", qualcosa che molti politici potrebbero non gradire, ma è una necessità assoluta di fronte alla crescente opposizione al modello esistente.

Innanzitutto il sistema fiscale non può continuare ad essere un peso per le piccole e medie imprese, che sono responsabili di oltre il 70% del valore aggiunto e dell'occupazione nell'Unione Europea, e per la classe media che subisce un cuneo fiscale che varia tra i 10 ed i 20 punti in più rispetto agli Stati Uniti o al Regno Unito. L'Unione Europea deve capire che il consumo e la creazione di posti di lavoro non miglioreranno se il peso dello stato sociale in continua espansione e della spesa pubblica cadrà sui due agenti economici che possono guidare l'economia verso una forma migliore: le imprese e la classe media.

L'Unione Europea deve guardare alla diversità delle culture e smettere di perseguire l'uniformità ad ogni costo. La disuguaglianza non è una politica, ma un risultato. Non vi è alcun miglioramento nella disuguaglianza se tutte le misure sono dirette alla ridistribuzione di una torta in diminuzione. La migliore soluzione alla disuguaglianza è il lavoro. E ciò non può avvenire se la regolamentazione eccessiva e la tassazione continuano a guidare la politica dell'Unione.

Secondo la relazione della PriceWaterhouseCoopers “Paying Taxes”, il numero medio di ore utilizzate per conformarsi alla normativa e alle imposte è più alto nell'Unione Europea rispetto alla media dell'OCSE e degli Stati Uniti, tra il 6 e il 15% in più. Questi oneri rendono più difficile per le piccole imprese crescere e diventare grandi imprese. L'Unione Europea mostra anche una tendenza preoccupante di transizione più debole da società di piccole e medie dimensioni a grandi imprese, nonché società relativamente più piccole rispetto agli Stati Uniti in ciascuna delle categorie. Una piccola azienda in Europa ha, in media, meno dipendenti di una negli Stati Uniti. L'alto costo del lavoro, in particolare i contributi sociali e la rigida legislazione, rendono più difficile prendere decisioni riguardanti le assunzioni.

Pertanto l'Unione Europea deve pensare a livello locale per affrontare le sfide globali. Accrescere le differenze positive di ogni comunità, ridurre il cuneo fiscale e i requisiti burocratici per le piccole imprese, migliorare il reddito disponibile della classe media tagliando le tasse e sostenere le famiglie per affrontare la questione demografica fornendo detrazioni fiscali e rendendo più facile crescere i figli.

La soluzione è semplice, ma al tempo stesso complessa. I politici in Europa amano credere che tutto debba essere organizzato e diretto da loro, ma dovrebbero prestare più attenzione al crescente radicalismo. Esso non può essere combattuto facendo più cose uguali, ma dando a coloro che si sentono lasciati indietro gli strumenti per prosperare. Non attraverso sussidi inefficienti e spese statali, ma attraverso la libertà.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


martedì 16 gennaio 2018

È finalmente finito l'incubo peronista in Argentina?





di Federico Fernández


L'inizio del 21° secolo ha visto l'Argentina nel bel mezzo di una tempesta.

Nel 2001 il Paese è stato sommerso da una profonda recessione che si è trasformata in una crisi politica dopo le elezioni di metà mandato ad ottobre. Alla fine di quell'anno cadde l'amministrazione guidata da Fernando de la Rúa e ne seguì più di un decennio di politiche populiste.

Gli anni '90 non assomigliavano ai primi anni 2000. Dopo la caduta del muro di Berlino, tutta l'America Latina, dal Messico all'Argentina, ha vissuto la cosiddetta "onda neoliberale". In Argentina il neoliberismo ha significato una serie di riforme economiche, come ad esempio la privatizzazione dei monopoli statali altamente inefficienti — come quello delle telecomunicazioni.

Ha significato anche la riduzione dei dipendenti pubblici e un'apertura relativa dell'economia, ma la questione chiave era un sistema monetario basato sulla "convertibilità". La commissione valutaria istituita dall'allora ministro delle finanze, Domingo Cavallo, fermò quasi immediatamente un problema inflazionistico cronico e decennale che dal 1989 si era evoluto in iperinflazione.

Alla fine degli anni '90 le incoerenze del programma economico causarono squilibri, enormi disavanzi e disoccupazione. Nel 1998 l'economia entrò in un lungo periodo di recessione. Il presidente de la Rúa arrivò al potere con una campagna conservatrice, promettendo di sostenere la convertibilità e la stabilità dei prezzi, ma anche di rilanciare l'economia e combattere la corruzione dilagante.

Nello stesso momento Hugo Chávez veniva eletto in Venezuela. Il messaggio di Chávez era diametralmente opposto. Era chiaro che il neoliberismo sarebbe stato sostituito da una nuova ondata di populismo.

I semi del neopopulismo in Argentina furono piantati dal presidente Eduardo Duhalde, un oscuro personaggio della provincia di Buenos Aires arrivato alla presidenza grazie ad una procedura parlamentare appena due anni dopo aver perso le elezioni contro de la Rúa. Molti sostengono che sia Duhalde sia il partito peronista stavano cospirando contro il governo, fino a provocarne il crollo.

L'amministrazione Duhalde sarà ricordata per due decisioni. La prima è stata l'abolizione del sistema della convertibilità, cosa che ha rappresentato uno degli eventi più traumatici della storia del Paese. La parità con il dollaro aveva creato di fatto un'economia del dollaro, dal momento che gli argentini tendevano a diffidare del peso. I politici lo sapevano e sapevano anche che sarebbe stato troppo difficile onorare contratti e risparmi in dollari. Quindi devono aver gridato "Eureka!" quando qualcuno se n'è uscito con il concetto di svalutazione asimmetrica — che in pratica significava la distruzione di tutti i contratti esistenti.

Questa procedura ha rappresentato un importante trasferimento di ricchezza. I perdenti erano i risparmiatori, le persone che vivevano di stipendi, i creditori di contratti privati in dollari come i mutui, e molti altri. Tutti loro hanno visto il proprio reddito ed i propri risparmi liquefatti da un tasso di cambio imposto e dal potere di erosione dell'inflazione.

La seconda è stata l'implementazione di tasse sull'esportazione nel settore agricolo. Non molti Paesi nella storia hanno tassato i propri esportatori, l'hanno fatto principalmente quelli che hanno economie altamente estrattive con élite politiche corrotte ed inefficienti. Duhalde era desideroso di unirsi a questo patetico club di leader del Terzo mondo.

Nel 2003 la coppia Kirchner è salita al potere. Sono rimasti in carica per tre mandati consecutivi per un totale di dodici anni (Néstor Kirchner 2003-07 e Cristina Kirchner 2007-15). La politica delle tasse sull'esportazione è stata la quintessenza del loro piano economico.

Il ventunesimo secolo è stato finora un secolo caratterizzato da un dollaro debole e una politica monetaria allentata da parte della Federal Reserve. Questo allentamento monetario è stato caratterizzato da un eccesso di liquidità e tassi d'interesse estremamente bassi. I tassi di cambio internazionali hanno reagito di conseguenza, con un dollaro che è affondato rispetto all'euro. L'oro ha anche vissuto un rally invisibile per molti decenni. Questo processo di indebolimento è stato accompagnato da un boom dei prezzi delle materie prime.

Dal punto di vista storico esiste una correlazione tra i prezzi delle materie prime e il ciclo del dollaro USA. Per di più, come sostengono esponenti della cultura economica mainstream ed Austriaca, esiste una relazione causale tra la politica monetaria statunitense e il comportamento dei prezzi delle materie prime. Nelle parole di Steve Hanke: "Le prove suggeriscono che la Federal Reserve è il principale colpevole nella storia dell'inflazione delle materie prime".

È stato questo colpo di fortuna che ha facilitato l'attuazione dell'agenda populista del governo argentino. È stato l'ingrediente chiave della sua ricetta distruttiva. I Kirchner hanno semplicemente adattato il modello venezuelano alle condizioni locali. Il governo del Venezuela esercita la proprietà e il controllo sulla compagnia petrolifera nazionale, PDVSA, mentre il governo argentino, a partire dall'amministrazione di transizione non eletta nel 2002-3, ha pesantemente tassato le esportazioni di materie prime.

L'ascesa del populismo argentino (e venezuelano) è stata favorita indirettamente dalla politica monetaria della Federal Reserve e del suo impatto sui prezzi delle materie prime. Contrariamente alle affermazioni del loro apparato di propaganda — che comprende l'istruzione pubblica, i media e gli intellettuali — la forza trainante del processo sociopolitico in entrambi i Paesi non è stato il cosiddetto "modello di accumulazione con inclusione sociale" o "rivoluzione bolivariana", ma principalmente il ciclo del dollaro e le sue ripercussioni sui prezzi delle materie prime.

L'ordine democratico è tornato in Argentina nel 1983. Tra allora e il 2015, i peronisti sono saliti al potere per 24 su 32 anni. Le uniche eccezioni alla loro egemonia sono state le amministrazioni di Alfonsin (1983-1989) e de la Rúa (1999-2001). Entrambe sono finite prima della loro scadenza naturale.

L'influenza populista pervasiva del peronismo può essere fatta risalire alla fine degli anni '40. Da allora il peronismo ha avuto un'influenza egemonica sulla vita politica del Paese. Gabriel Zanotti ritiene che questo sia precisamente il "dramma culturale" dell'Argentina e lo paragona all'ipotetica situazione in cui la Germania di oggi avesse un partito nazionalsocialista estremamente popolare, con tutti gli altri partiti tedeschi a copiare ed imitare l'agenda nazista.

Il programma economico dei peronisti e dei populisti in generale viene descritto egregiamente da un termine coniato da Ludwig von Mises: distruzionismo. Non ha prodotto nulla. Non ha creato nulla. Ha vissuto parassitando le risorse create dalle generazioni precedenti e sfruttando i contesti internazionali favorevoli.

Ma dopo settant'anni di dominio politico, il populismo egemonico sembra mostrare segni di esaurimento. Il partito peronista, un tempo potente, è oggi ridotto ad una debole lega di signori feudali provenienti dalla cintura suburbana più povera della provincia di Buenos Aires. Può darsi che gli eccessi dell'ex-presidente Cristina Kirchner abbiano segnato l'apice del potere peronista e l'inizio del suo declino.

Dopo tanti anni di cattiva gestione e decadenza economica, la frustrazione è palpabile. Il candidato Daniel Scioli, sconfitto alle ultime presidenziali nel 2015, ha incentrato la sua campagna elettorale sulla costruzione di nuovi sistemi fognari. Eppure lo stesso Scioli è stato governatore di Buenos Aires per otto anni e il suo partito è rimasto in carica in questa provincia dal 1987 al 2015. Ventotto anni non sono stati abbastanza per risolvere la situazione dei liquami.

L'attuale presidente, Mauricio Macri, si è presentato alle elezioni offrendo una chiara alternativa anti-populista. La sua vittoria è stata scioccante come quella di Trump e la Brexit. Ha fatto molto bene in tutti i settori della società, compresi quelli in condizioni pietose.

La sorpresa generata dall'elezione di Macri tra esperti, sondaggisti e persino la comunità imprenditoriale, potrebbe (e dovrebbe) essere attribuita alle tendenze sottostanti alla società argentina. Queste tendenze non sono ancora pienamente apprezzate. Potrebbe essere che la vittoria di Macri sia un sintomo di qualcosa di molto più profondo, vale a dire, che gli argentini ne hanno avuto abbastanza del populismo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


lunedì 15 gennaio 2018

Che liberazione!





di David Stockman


Steve Liesman ha accidentalmente fatto la storia quando ha attirato Janet Yellen in una battuta che sicuramente verrà affibiata al suo funesto ruolo. Liesman ha chiesto:

"Ogni giorno sembra che il mercato azionario salga a tre cifre... diventerà presto una preoccupazione per la banca centrale che le valutazioni siano così alte?"

Dopo un po' di chiacchiere, la Yellen ha detto quanto segue:

"Non c'è nulla di preoccupante riguardo le valutazioni degli asset..."

Santi numi!

Sicuramente la nostra keynesiana non pensava al fatto che l'indice S&P 500 fosse pari a 2662 mentre parlava, il che equivale al 24.9X i $107 per azione degli utili aziendali per il periodo annuale terminato a settembre 2017

Questa è come minimo una luce arancione lampeggiante di fronte a certe realtà innegabili. Ad esempio, in base a qualsiasi standard storico 24.9X è un multiplo PE a crescita elevata. Tuttavia la più recente cifra degli utili a $107 per azione rappresenta un microscopico tasso di guadagno dello 0.3% annuo rispetto ai $106 per azione fatti registrare dalle società nell'indice S&P 500 tre anni fa a settembre 2014.

OK, a quanto pare la storia e i fatti non contano più a differenza delle proiezioni rosee dei venditori di fumo di Wall Street.

Durante l'ultimo ciclo, i guadagni dell'indice S&P 500 hanno raggiunto un picco di $85 per azione nel giugno 2007. E quello era il punto in cui il tasso di disoccupazione era sceso al 4.5%, sottintendendo che il quadro macroeconomico era approssimativamente simile a quello presente.

Detto in modo diverso, stiamo osservando un ciclo macroeconomico da picco a picco decennale, ma durante questo intervallo il tasso di crescita degli utili nominali dell'indice S&P 500 è stato appena del 2.3%.

Come si ottiene un multiplo di iper-crescita del 24.9X?

A quanto pare ignorando il passato e il presente. Anche così, tuttavia, la prospettiva lungimirante incorporata nelle previsioni del personale della FED non racconta tutta la storia.

Per i prossimi tre anni (2018-2020) la FED prevede una crescita del PIL nominale di solo il 4.0% all'anno. Quindi come verrà mantenuto il robusto trend di crescita a due cifre negli attuali multipli di PE, a meno che non si presuma che la quota di aumento già elevata del PIL continuerà a crescere indefinitamente?

Oltre a ciò, tuttavia, la fase espansiva del ciclo economico ha ora 102 mesi; è già il 70% più lunga dell'espansione media sin dal 1950 (61 mesi); e non è lontana dal raggiungere il record di tutti i tempi di 118 mesi (raggiunto negli anni '90).

Vale a dire, il multiplo PE appropriato non è mai una grande media estratta da decenni o secoli di recessioni e riprese; dipende da che punto vi trovate nel ciclo economico e se il mondo sembra -- in senso lato -- più favorevole o più defilato riguardo il ciclo o i cicli più recenti.

Per quanto riguarda quest'ultimo punto, di recente anche la Yellen ha iniziato a preoccuparsi delle prospettive fiscali.

La sregolatezza fiscale storica già incorporata nella linea di base del budget ammonta a $12,000 miliardi di nuovi deficit nel prossimo decennio (aggiustati secondo le scadenze di spese fasulle ed agevolazioni fiscali). Così ora, con il GOP che accenderà prestiti per finanziare i tagli alle tasse, gli aumenti della difesa e molto altro... le prospettive fiscali a 10 e 20 anni non sono mai state così cattive.

Cioè, anche se non ci sarà un'altra recessione prima del 2027 e l'economia americana sperimenterà 207 miracolosi trimestri di crescita continua, il debito pubblico salirà di $35,000 miliardi o quasi il 140% del PIL entro il 2027; e anche così non si presuppongono nuovi disastri o guerre e nemmeno che il Congresso opererà per un intero decennio senza aggiungere un nuovo programma statale o un dollaro incrementale ai programmi già presenti.

E vivremo tutti nel mondo delle favole!

Allo stesso tempo, la FED e le altre banche centrali non sono mai state così prive di opzione d'azione tra cui scegliere. Dopo un'orgia di stampa monetaria da $20,000 miliardi fin dalla fine degli anni '90, anche i banchieri centrali keynesiani del mondo riconoscono che non possono continuare a monetizzare il debito pubblico ai ritmi degli ultimi anni.

Perlomeno non quando l'economia mondiale risulta presumibilmente operativa su tutti i fronti, ma ci sono ancora $9,700 miliardi di obblitgazioni trattate a tassi d'interesse negativi. O quando stati quasi in bancarotta come l'Italia vedono il rendimento del proprio biennale scivolare in territorio negativo.

Quindi, con i disavanzi fiscali statunitensi già superiori a $1,000 miliardi l'anno e banche centrali globali che intraprendono un epocale QT (quantitative tightening), i tassi d'interesse ed i rendimenti obbligazionari non hanno nessun posto in cui andare se non su.

Inoltre non si può negare che l'epoca ormai al tramonto dei tassi d'interesse ultra bassi è completamente "data per scontato dai prezzi" di azioni ed altri asset di rischio. Ad esempio, per mantenere le "offerte d'acquisto" di azioni ai livelli attuali, il casinò è fondamentalmente dipendente dai massicci riacquisti di azioni finanziati con denaro preso a prestito e dall'inesorabile liquidazione delle azioni esistenti attraverso mega fusioni, finanziate principalmente con debito a basso costo.

Infatti il grafico qui sotto, che tiene traccia dei 17 anni consecutivi di emissioni negative nette di azioni da parte di società statunitensi, è una delle conseguenze "invisibili" del sistema di pianificazione monetaria della FED. Ma non è questo lo stato naturale delle cose, e certamente la funzione delle borse in un mercato libero ed onesto non dovrebbe rassomigliare ad un campo di sterminio per il capitale azionario.

Inutile dire che la Yellen e il suo gruppo non si sono mai presi la briga di esaminare queste conseguenze "invisibili" causate dalla loro sistematica repressione finanziaria e falsificazione dei prezzi degli asset finanziari. Ma ciò non significa che il modello sottostante non sarà pesantemente influenzato dal QT.

In una parola, la FED è stata la balia deli Grandi Acquirenti di azioni -- tesorieri aziendali e artisti della leva finanziaria di Wall Street -- durante l'esteso mercato toro da quando Greenspan è arrivato all'Eccles Building nell'agosto del 1987. Tuttavia l'impatto dell'inevitabile e atteso piano della FED di ridurre il proprio bilancio elefantiaco, sarà quello di togliere la brocca del punch del debito a basso costo, da cui suddetti Grandi Acquirenti sono completamente dipendenti sin dalla fine degli anni '80.

Quindi quando la Yellen sostiene che le valutazioni sono ancora all'interno degli "intervalli storici" (sebbene "elevate"), di quale storia sta parlando? Sicuramente gli ultimi tre decenni di soldi facili e rendimenti in calo -- grazie ad un massiccio QE e praticamente rendimenti a zero sin dal 2008 --- non sono affatto il giusto punto di riferimento storico.




In breve, cosa succederà ai guadagni quando il costo degli interessi sui $13,000 miliardi di debito delle imprese statunitensi inizierà ad aumentare in modo significativo? E cosa succederà al tasso dei riacquisti delle azioni societarie quando i costi dei prestiti aumenteranno?

La Yellen non aveva opinioni su questi argomenti, perché la verità è che lei non ha mai pensato alla finanza aziendale e al modo in cui le massicce intrusioni della FED nei mercati monetari e dei capitali abbianoo distorto i flussi di informazione ed i sistemi di segnalazione dai quali dipende in ultima analisi un'attenta valutazione degli asset finanziari.

E questo ci porta alla Vita Eterna dell'attuale ciclo economico, la quale è "data per scontato nei prezzi" del mercato azionario di oggi. Eppure mentre la Yellen prendeva applausi per aver guidato l'economia degli Stati Uniti verso il nirvana keynesiano della piena occupazione, anche lei ha ripetuto -- come Bernanke nel suo discorso sulla Grande Moderazione del marzo 2005 -- che il ciclo economico è stato abolito per sempre e che nessuna recessione oscurerà mai più le porte della nazione.

Poi la Yellen ha espresso la fiducia che il PIL reale crescerà di oltre il 2.0% all'anno entro la fine del 2020, ma staremmo parlando del mese 138 dell'attuale espansione -- un luogo in cui l'economia statunitense non è mai stata in tutta la storia!

Quindi forse la nostra keynesiana ha sottinteso che il triste reato di recessione sarebbe stato sospeso fino al 2021.

In tal caso perché dovreste valutare l'indice S&P 500 a quasi il 25X gli utili, i quali sono destinati a diminuire del 30-40% durante la prossima recessione?

Oppure perchè dovreste acquistare l'indice Russell 2000 delle società nazionali a piccola e media capitalizzazione al 110X, le quali subiranno l'impatto più forte della prossima recessione?

O, soprattutto, perchè dovreste comprare azioni Amazon al 280X -- anche se AMZN sta già perdendo un sacco di soldi per il suo business di e-commerce da $140 miliardi?

In breve, anche se la Yellen non vede luci rosse o gialle nei mercati finanziari di oggi, ha ammesso che le valutazioni sono "elevate". Non siamo sicuri di cosa intendesse realmente con quel termine, ma siamo abbastanza certi che "elevato" è un eufemismo quando si tratta dei tre grafici qui sotto.

E le dozzine in più come questi disponibili con un clic del mouse.






La cecità di Janet Yellen nei confronti delle bolle non è per mancanza di informazioni sul mercato azionario. I rapporti di PE massicciamente gonfiati che abbiamo citato sopra sono tutti stampati quotidianamente nella sezione dei dati di mercato del Wall Street Journal.

Invece la Yellen è così maniacalmente impegnata nel suo modello della vasca da bagno riguardo l'economia statunitense e nella supposizione infondata che l'inflazione al 2.00% sia la chiave essenziale per la crescita economica e la prosperità, che sceglie semplicemente quei rapporti di valutazione che le fanno più comodo -- cioè, coerenti con politiche di tassi d'interesse ultra bassi che ritiene essenziali per raggiungere il suo obiettivo d'inflazione.

Ma la preoccupazione della Yellen e degli altri banchieri centrali è semplicemente folle. Non vi è assolutamente alcuna correlazione storica tra il tasso di crescita reale e l'inflazione compresa tra l'1.4%, o il 2.2%, o il 3.1% --- o anche lo 0.0%, oppure meno.

Inoltre ci sono solide ragioni per affermare che la cosiddetta "lowflation" di oggi non abbia nulla a che fare con gli infiniti tentativi della FED di generarne di più.

Il mondo è stato inondato da capitale a basso costo proveniente da decenni di repressione finanziaria della banca centrale, e tale inondazione di strumenti, impianti, treni, camion, navi e tecnologia ha mobilitato decine di miliardi di ore lavorative che in precedenza non figuravano nell'economia commerciale mondiale.

Vale a dire, la causa principale della cosiddetta bassa inflazione è il prezzo cinese delle merci, il prezzo in India per i servizi e il prezzo della tecnologia stimolato da un'infinità di investimenti e capitali speculativi.

In breve, Janet Yellen ha speso gli ultimi 13 anni nella FED a battersi per una maggiore inflazione in beni e servizi quando non era minimamente necessario, alimentando al contempo un'inflazione massiccia, instabile, insostenibile e distruttiva negli asset finanziari su cui è rimasta completamente ignara.

Eppure anche la sua preoccupazione cronica su un'inflazione insufficiente si rivela essere un non-problema. Dal momento della sua nomina a capo della FED di San Francisco nel 2004, l'IPC è aumentato del 33% o ad un tasso annuo del 2.15%.

Quindi di cosa stiamo parlando?




A quasi dieci anni dalla crisi finanziaria, abbiamo ancora alcuni dei tassi d'interesse più bassi nella storia dell'umanità. Abbiamo alcuni dei valori degli asset più alti mai registrati, o immaginati. E quando questa anomalia cadrà a pezzi, siamo sicuri che Janet Yellen sarà maledetta dagli storici.

Come Jim Grant ha detto di recente:

Abbiamo tassi d'interesse a livello di depressione, abbiamo un boom nelle azioni e nei valori immobiliari, e non c'è alcuna volatilità -- e tutto questo allo stesso tempo. È piuttosto sconcertante, vero?

Il problema con la Yellen ed i suoi coetanei è che hanno derubato i mercati monetari e dei capitali delle informazioni e valutazioni che sarebbero arrivate dai partecipanti al libero mercato.

E per quale motivo?

Apparentemente per ottenere un tasso d'inflazione al secondo punto decimale.

Il fatto è che negli ultimi 21 anni il tasso d'inflazione dell'IPC normale -- con tutti i suoi difetti legati all'edonica e molti altri artifici statistici progettati per abbassarlo -- ha superato il 2.00% all'anno più di due/terzi del tempo, come mostrato nel grafico qui sotto.

E adesso è salito ancora una volta sopra il 2.00%!




D'altra parte, la misura d'inflazione preferita dalla FED -- il deflatore della PCE meno cibo ed energia -- è sceso sotto il 2.00% circa l'80% delle volte. E questo non è dovuto ad una qualche forma di isteria post-finanziaria; è rimasto ben al di sotto del 2.00% dal 1996 al 2004.




Ma una cosa di cui possiamo essere sicuri è che la differenza tra le barre blu e le barre arancioni negli ultimi 21 anni è interamente dovuta alla costruzione dell'indice e alle ponderazioni, e ai relativi dibattiti accademici irrisolvibili su come misurare correttamente il tasso generale d'inflazione. E questi dibattiti sui tecnicismi sono tanto rilevanti per il mondo reale quanto una discussione sul sesso degli angeli.

Detto in modo diverso, le differenze tra le barre blu e arancioni sono assolutamente irrilevanti per la crescita reale, i posti di lavoro, i salari, gli standard di vita e la ricchezza dell'economia americana.

Quindi Janet Yellen ha dedicato una vita intera alla FED promuovendo bolle finanziarie distruttive e una ridistribuzione della ricchezza ai vertici della scala economica.

Per questo motivo possiamo esclamare, che liberazione!


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


venerdì 12 gennaio 2018

Perché gli economisti non possono prevedere una recessione





di Alasdair Macleod


Lo scopo di questo articolo è quello di attirare la più ampia attenzione sull'incapacità cronica dell'establishment economico di prevedere le recessioni. La prossima volta che sentirete un economista fare una previsione sui media mainstream, dovreste subito concludere che ha torto.

Perché? Un economista del FMI, Prakash Loungani, ha compiuto alcune interessanti ricerche nel 2000 circa l'accuratezza delle previsioni degli economisti. Utilizzando dati tratti da una pubblicazione chiamata Consensus Forecasts (pubblicata dal Consensus Economics), ampiamente utilizzata come fonte di stime indipendenti sulla crescita economica dei vari governi, Loungani ha scoperto che delle 60 recessioni registrate sin dal 1989 nei 63 Paesi campionati, solo due sono state previste nell'aprile dell'anno precedente e due terzi sono rimaste inosservate nell'aprile dell'anno in cui si sono verificate. Inoltre le previsioni degli economisti nel settore privato e pubblico erano poco differenti e la più forte preoccupazione si concentrava sull'ottimismo.[1]

Loungani è stato intervistato di recente in un programma della BBC. In quell'intervista ha affermato che per oltre tre decenni tra le 150 recessioni registrate solo due sono state previste, implicando che fin dal primo decennio non si riusciva a prevedere alcuna recessione.[2] Il tasso di fallimento è aumentato al 100%, non diminuito, come si potrebbe credere pensando ai modelli economici che vengono continuamente aggiornati. Non sorprende che Loungani ammetta di essere impopolare tra i suoi coetanei.

Non è un caso se, ad esempio, alla fine del 2008 la regina d'Inghilterra si domandasse come mai gli economisti avessero fallito nel compito di prevedere la grande crisi finanziaria. Un consenso di macroeocnomisti, i quali consigliano l'establishment economico, si presero la briga di rispondere alla regina un anno dopo il suo quesito. In una lettera di tre pagine si lamentavano del fatto che non fosse loro la colpa e, soprattutto, del loro metodo.[3]

In altre parole, comprendere il rischio è una funzione finanziaria condotta nei mercati, non una funzione di previsione economica. Tuttavia, nonostante il fallimento della comunità accademica nell'aggiungere un valore predittivo alle nostre vite, sono ancora assunti dai governi per gestire l'economia e per prevedere le entrate fiscali. A meno che non si possa prevedere o misurarne l'esito, la politica economica non ha alcuna giustificazione e non dovrebbe essere intrapresa. Il continuo fallimento dell'establishment macroeconomico nel voler quantificare gli effetti delle politiche che essi raccomandano, non sarebbe consentito in un mondo razionale. La loro scienza non offre alcun beneficio all'umanità.



FMI e Brexit

Nonostante le prove di un economista del FMI riguardo l'incompetenza degli economisti mainstream, il FMI non ha riconosciuto la futilità di prevedere i risultati economici. Inoltre sbagliano anche quando cercano di prevedere una recessione. Avevano avvertito, insieme alla Banca d'Inghilterra e al Tesoro inglese, che un voto per la Brexit sarebbe stato un disastro economico per il Regno Unito. Invece l'economia ha prosperato, con la disoccupazione al tasso più basso in quarant'anni. Avevano avvertito che gli investimenti industriali sarebbero crollati. Invece hanno sfoggiato un ritmo accelerato, una volta che l'incertezza causata dal negativismo dell'establishment era finita dopo il referendum. Avevano avvertito che la City ne avrebbe sofferto, congelata dai mercati dell'UE. La City continua a prosperare. L'unica volta che l'establishment, tra cui il FMI, il Tesoro britannico e la Banca d'Inghilterra, hanno deciso di prevedere una recessione in contrapposizione alla crescita economica, hanno avuto torto.

Solo la scorsa settimana l'FMI ha deciso di riprovarci, con un aggiornamento del suo World Economic Outlook pubblicato il 19 luglio. Ecco un esempio delle supposizioni del FMI:

Il risultato del voto inglese, che ha sorpreso i mercati finanziari globali, implica un importante rischio di ribasso per l'economia mondiale. Di conseguenza le prospettive globali per il 2016-17 sono peggiorate, nonostante le prestazioni migliori all'inizio del 2016.[4]

Quindi, dopo aver ammesso di aver sbagliato la previsione per il Regno Unito, ora la Brexit è una scusa per la revisione al ribasso delle precedenti aspettative troppo ottimistiche. Sembra che la Brexit sia risultata tanto contraria al copione dell'establishment da non poterla lasciarla perdere. Tuttavia è difficile resistere alla tentazione di concludere che, come indicatore contrario, il WEO è una notizia positiva per le economie britanniche e globali.

C'è una spiegazione semplice per questo fallimento, trascurato dai pianificatori. Mentre le distorsioni e le conseguenze non intenzionali degli interventi monetari ed economici si accumulano e occasionalmente innescano una crisi, il resto del tempo le persone non fanno altro che vivere la loro vita. Non si siedono con le mani in mano ad attendere istruzioni dagli economisti su come dovrebbero comportarsi. Di conseguenza gli interventi statali hanno risultati limitati, se non imprevedibili.



Perché la previsione economica non funzionerà mai

Il record di cattivi consigli da parte degli economisti mainstream è veramente imbarazzante, ma collettivamente ci crediamo ancora. Parte del problema è sistematico, con qualsiasi dissidente dal grande consenso che viene considerato uno squinternato. Per un economista in carriera è molto meglio chinare la testa e non ottenere una reputazione tra i suoi coetanei come squinternato. Ciò spiega e giustifica la conformità del pensiero di gruppo. Ma ancora non spiega completamente la quasi perfetta non correlazione tra le previsioni economiche ed i risultati.

La radice del problema sta nell'evoluzione della teoria macroeconomica sin dalla prima guerra mondiale, e più in particolare dalla seconda. A partire dal sistema bancario, gli economisti sono stati sempre più incoraggiati a combattere contro l'economia classica di libero mercato e inventare un ruolo positivo per lo stato e le sue agenzie. A seguito della prima guerra mondiale, il Federal Reserve Board divenne responsabile del sovraintendimento dell'espansione dell'offerta di moneta.

La FED, sotto la presidenza di Benjamin Strong, aiutò la Banca d'Inghilterra a rimanere col gold standard. I ruoli monetari e politici della FED non erano più esclusivamente nazionali. Divennero internazionali e contribuirono agli eccessi monetari su scala globale. Poi il presidente Hoover, seguito dal presidente Roosevelt, promosse l'intervento statale diretto nell'economia statunitense dopo che Wall Street sperimentò il famoso crash degli anni '30.

C'è una tesi, al di là del campo d'indagine di questo articolo, secondo cui se ai mercati liberi fosse stato permesso di operare senza ostacoli, la depressione sarebbe finita dopo un anno o due. Al contrario, i politici interferirono costantemente, cercando di proteggere i posti di lavoro e tenendo in vita cattive attività imprenditoriali. Soffocarono il libero scambio, attraverso lo Smoot-Hawley Tariff Act. I risultati furono disastrosi e prolungarono la depressione. Ma, nonostante le prove evidenti, gli economisti mainstream come J. M. Keynes persistevano con la loro convinzione secondo cui l'intervento statale era superiore ai mercati liberi.

Ce ne sono molti di motivi, ma quello che è centrale al fallimento della previsione economica è solo uno: il PIL misura i consumi economici. Misura solo il valore monetario del consumo incluso in un indice selettivo, che non è la stessa cosa. Inoltre confonde un'identità contabile per un'economia dinamica, dove la domanda di domani è diversa da quella odierna.

Svalutare il denaro crea un'apparenza statistica di crescita economica, dipendente dal ritardo tra la creazione di denaro e il suo effetto sui prezzi registrati in un indice di prezzi al consumo selettivo. E poiché l'aumento dei prezzi è successivo all'introduzione nell'economia del denaro creato ex novo, il PIL regolato dall'indice dei prezzi sarà normalmente un numero positivo, a patto che la quantità di denaro e credito continui ad espandersi. Tuttavia la velocità con cui questo nuovo denaro fa aumentare l'indice dei prezzi è di per sé imprevedibile.

Le due eccezioni comuni sono quando il nuovo denaro finisce in elementi non nell'indice (in particolare asset finanziari ed altri beni non consumabili) e quando l'accumulo di debito comporta una crisi del credito e la sua distruzione.

In realtà non c'è bisogno del cervello di Einstein per capirlo. Una volta che questo punto viene compreso, diventa chiaro che il PIL non è altro che un'identità contabile incompleta, non ci dice nulla sull'economia futura. Tuttavia gli economisti sono ciechi davanti alle prove. Il fallimento della macroeconomia moderna indebolisce la logica dell'intervento stesso. Ribaltate questa logica e potrete facilmente dimostrare che il sistema monetario controllato dallo stato è di per sé responsabile di recessioni periodiche, depressioni e crash.

Questa è la causa dei nostri mali economici, non i mercati liberi. Le banche centrali e le banche a riserva frazionaria dovrebbero essere bandite e sostituite da denaro sonante. Pensate a tutti quegli economisti che finirebbero disoccupati e capirete perché si attaccheranno alle loro illusioni fino alla fine.



Una previsione su cui potete contare

L'economia, o almeno quella parte che si basa sul settore privato, è dinamica e progredisce. Pensarla come un'entità statica, affermazione alla base dell'attuale analisi macroeconomica, è sbagliato. Il suo progresso non può essere misurato né predetto ed è un progresso importante.

Ciò che è più facile prevedere, sono le conseguenze economiche di uno stato che persegue i propri obiettivi. I governi delle principali economie europee ed americane hanno raggiunto il limite delle tasse da imporre per pagare le loro spese. Al contrario, ora si affidano a prestiti e all'inflazione monetaria per finanziare la loro spesa in eccesso.

Il deterioramento delle finanze pubbliche, incorporato nel welfare state dei vari stati, sta accelerando ed è già fuori controllo. I dati demografici sfavorevoli, uniti all'invecchiamento delle popolazioni, si stanno aggiungendo rapidamente ai costi pensionistici e sanitari. Sappiamo pertanto che la spesa pubblica continua a crescere ad un tasso insostenibile, anche se possiamo avere opinioni diverse sul valore attuale netto di tali passività future. La conseguenza è che il settore privato sarà sempre più soppresso nella sua capacità di accumulare la ricchezza necessaria per sostenere la spesa statale.

C'è anche l'eredità del debito pubblico, il cui costo è aumentato in quanto la quantità di debito è aumentata. L'ingombro immenso di questo debito è stato solo temporaneamente compensato dalle banche centrali che perseguono politiche ultra basse sui tassi d'interesse. E ci vuole solo un modesto aumento dei tassi di prestito per minacciare di destabilizzare le finanze pubbliche. E i tassi d'interesse sono destinati ad aumentare nel tempo.

I tassi d'interesse aumenteranno, in parte perché non possono andare più giù e in parte perché siamo in un ciclo globale coordinato di espansione del credito, il quale nel tempo minaccerà un calo significativo del potere d'acquisto delle valute fiat. E poiché il potere d'acquisto del denaro diminuirà, i prezzi aumenteranno, costringendo le banche centrali ad aumentare i tassi d'interesse. Nonostante la diffusa riluttanza a capire che il problema è l'espansione del credito, questa è una previsione che può essere fatta con totale fiducia.

Possiamo anche predire l'oppressione dei governi sui loro settori privati. E qui dobbiamo distinguere tra quegli stati che hanno pesanti oneri sociali e quelli che non li hanno. Fino a quando persisterà la fase di crisi del ciclo del credito globale, i Paesi con bassi costi del welfare la supereranno con una certa semplicità.

E infine, sappiamo che il ciclo del credito indotto dalla pianificazione centrale è prevedibile, anche se il suo corso nel tempo e nella grandezza può variare. L'espansione del credito è seguita da una crisi creditizia, ogni volta. L'espansione del credito è la causa principale dietro ogni recessione. Comprendete ciò e comprenderete la futilità del sistema. Tuttavia abbiamo difficoltà a capire come gli economisti mainstream non abbandonino la divinazione dei numeri del PIL. Ma almeno come individui, dovremmo sapere che faremmo molto meglio a capire che il ciclo economico è in realtà un ciclo del credito e accettare che le previsioni macroeconomiche sono prive di significato.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] Si veda, How Accurate are Private Sector Forecasts? Cross-Country Evidence from Consensus Forecasts of Output Growth, Prakash Lougani,  IMF Working Paper.

[2] Si veda: http://www.bbc.co.uk/programmes/p058qrkt

[3] Si veda: https://www.euroresidentes.com/empresa_empresas/carta-reina.pdf

[4] Si veda: http://iwww.imf.org/external/pubs/ft/weo/2016/update/02

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giovedì 11 gennaio 2018

La guerra tra valute della prossima generazione: criptovalute private & criptovalute supportate dallo stato





di Tho Bishop


Di recente la Russia ha annunciato la sua volontà di emettere un CriptoRublo, una settimana dopo che Vladimir Putin aveva fortemente criticato bitcoin e altre criptovalute private. Quando è stata annunciata questa possibilità, il ministro delle comunicazioni Nikolay Nikiforov ha affermato che era in parte un modo per avvantaggiarsi su altri governi:

Dichiaro con fiducia che ci sarà un CriptoRublo per una semplice ragione: se non lo faremo, dopo due mesi i nostri vicini dell'EurAsEC lo faranno.

In tal modo, la Russia sta seguendo la scia di un altro Paese che non è tanto amico delle criptovalute private, la Cina. Lo scorso luglio la Banca Popolare della Cina è stata la prima banca centrale ad annunciare che avrebbe sviluppato un cripto-prototipo che prevede di offrire accanto al tradizionale renminbi.

Che le prime criptovalute coperte dallo stato provengano da due Paesi con una storia di restrizioni alla libertà non è sorprendente. Mentre bitcoin è nato come un modo per scindere il controllo dello stato dall'offerta di moneta, questa tecnologia viene considerata sempre più come un modo per aumentare il suo controllo sull'economia.

Come ha spiegato Xiong Yue:

Ad esempio, se il governo centrale intendesse sovvenzionare alcune aziende agricole, ad esempio quelle che si occupano di granturco, per sostenere questo settore potrebbe iniettare direttamente un certo importo nei portafogli di alcune aziende, ad esempio $100 milioni a certi mercanti del concime in un certo periodo di tempo e ognuno potrebbe solo spendere al massimo $10 milioni l'anno; in questo modo potrebbe assicurarsi che gli agricoltori non sprechino i soldi ricevuti e che non finiscano in altri settori, ad esempio il mercato azionario o il mercato immobiliare.

Anche se questo tipo di politica monetaria è destinata a fallire, secondo i funzionari governativi CBDC fornisce loro uno strumento migliore. Secondo loro, con l'aiuto del CBDC, possono pianificare e gestire meglio l'economia.

Non scordiamoci che il FMI – che alcuni analisti, come Jim Rickards, credono sia disposto a sostituire il dollaro USA come valuta di riserva globale – ha di recente aperto la porta affinché in futuro possa emettere la propria criptovaluta. Mentre alcuni cripto-sostenitori hanno festeggiato i recenti commenti di Christine Lagarde sul potenziale futuro della moneta digitale, tale lode riflette semplicemente la crescente consapevolezza che la finanza sta cambiando e bisogna essere preparati. Considerando che le banche centrali in tutto il mondo hanno continuato a far avanzare la loro guerra contro il denaro contante, non sorprende che la Lagarde e altri si adattino così rapidamente al concetto.



Regolamentazione degli exchange

L'utilità di una criptovaluta controllata dallo stato è il motivo per cui ci si dovrebbe aspettare un maggiore controllo e regolamentazione sugli exchange di criptovalute.

Il governo cinese, che ha fatto chiudere alcuni exchange a settembre, sta cercando di riaprire alcuni di essi sottoponendoli però ad una maggiore regolamentazione. Anche la Russia sta lavorando alla regolamentazione degli exchange piuttosto che ad un loro divieto totale. Questo apparente cambiamento di direzione potrebbe essere la conseguenza del caos in Cina dopo la chiusura degli exchange, con conseguente aumento dell'uso delle piattaforme peer-to-peer nonostante la repressione del governo centrale.

Per la stessa ragione per cui il governo centrale preferisce conti bancari regolamentati piuttosto che contanti e casseforti, i funzionari statali possono riconoscere il beneficio di sostenere exchange autorizzati. Già abbiamo visto numerosi exchange disposti a raccogliere e cedere informazioni sensibili sui clienti in cambio di licenze ufficiali. Come le banche, questi exchange sono sempre più visti come esattori delle tasse.



La calma prima della tempesta?

Sebbene questa perdita di privacy possa offendere i sostenitori iniziali di bitcoin, è comprensibile perché molti possessori attuali possano essere perfettamente soddisfatti di questi sviluppi. Dopo tutto, mentre gran parte dell'attrazione iniziale nei confronti di bitcoin era la sua utilità nei mercati neri, una delle ragioni principali per il suo aumento astronomico di valore è stato il suo crescente appeal tra i clienti medi che non considerano tanto cattiva la regolamentazione dei servizi finanziari. Non solo ha aiutato a rafforzare il suo appeal come investimento, ma anche il suo uso quotidiano. Il Giappone, per esempio, ha visto un grosso aumento dei dettaglianti che accettano bitcoin una volta che è stato implementato un quadro normativo preciso.

Vale la pena chiedersi se questa armonia tra governo centrale e consumatori continuerà una volta che entreranno in scena le criptovalute controllate dello stato.

Dopo tutto, abbiamo già visto che lo stato si affida a spauracchi come i terroristi, i rivenditori di droga e altri criminali come giustificazione per un ampliamento della sua sfera d'azione. L'uso sempre più diffuso di bitcoin da parte di hacker e simili offre una versione moderna di queste vecchie tattiche di spavento. È davvero tanto difficile immaginare uno scenario in cui i governi tentano di bloccare tutti gli exchange regolamentati in seguito ad un attacco terroristico o ad altri scenari? Oppure ordinare la sostituzione di un asset privato per una moneta pubblica?

L'esempio della Cina dimostra la natura intrinsecamente decentralizzata di bitcoin che probabilmente garantirà sempre un certo grado di funzionalità oltre la portata dello stato. Allo stesso tempo, il crescente appeal delle criptovalute tra il popolo significa anche una crescente dipendenza dai servizi di terze parti e meno persone che assicurano i loro investimenti in portafogli privati. Dal momento che gli exchange più popolari – e quindi più redditizi – e gli altri servizi hanno un incentivo a mantenere un buon rapporto con le autorità legali, è facile vedere come questo possa giocare a vantaggio dei funzionari governativi.

Già nell'ambito di questo settore si sta scatenando un dibattito tra coloro che privilegiano l'efficienza e l'appello mainstream, anche a scapito delle origini decentrate delle criptovalute. Fortunatamente l'ethos austro-libertario originale di bitcoin significa che vedremo molto probabilmente un pollice verso per quanto riguarda il controllo statale.



Dalla parte della libertà monetaria

Nel frattempo questo è un buon motivo affinché il punto di vista libertario sulla politica monetaria non venga sprecato perseguendo riforme moderate, come forzare la FED ad abbracciare una politica monetaria basata sulle regole. Non c'è speranza di trasformare la Federal Reserve in un'istituzione utile o addirittura non dannosa. Tale speranza esiste nel mondo delle criptovalute invece.

Poiché la politica monetaria futura diventerà presto un argomento importante di conversazione, mentre il presidente Trump rilancia le sue nomine alla Federal Reserve, sarebbe una grande perdita per la causa non vedere il senatore Rand Paul e gli altri scettici utilizzare l'occasione per spingere la discussione sulla necessità di una concorrenza tra le valute. Inoltre il recente aumento di stati che hanno legalizzato l'uso dell'oro e dell'argento per il pagamento dei debiti significa che esiste una volontà crescente di eliminare il corso legale e le imposte sulle valute alternative, come Ron Paul aveva proposto quando era ancora al Congresso. Una tale mossa potrebbe permettere all'America di diventare in futuro un vero paradiso fiscale per le criptovalute private.

In questo modo, l'industria delle criptovalute può offrire la possibilità di sfruttare quella tanto agognata libertà per combattere e porre fine alla FED e ai suoi cloni di tutto il mondo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/