venerdì 17 novembre 2017

Non esiste alcuna struttura di produzione per le idee





di Jeffrey A. Tucker


Qual è il rapporto tra idee e cambiamento sociale? È una domanda che ha generato una vasta letteratura e nessun consenso. Questo per una ragione: le idee non sono come la proprietà fisica. Non devono essere razionate, perché non hanno le proprietà che le renderebbero economicamente scarse. La loro distribuzione non segue una struttura di produzione prevedibile, controllabile, rintracciabile. Quello che succede in alcuni tempi, luoghi, e questioni non sembra accadere in altri. È per questo motivo che ogni contributo a questo dibattito sembra in parte aver ragione e in parte aver torto.

Perché è importante? Ciò che crediamo sul rapporto tra le idee ed i loro effetti, ha un'enorme influenza sulle strategie che decidiamo di perseguire. Un movimento ideologico dovrebbe focalizzarsi sul mondo accademico, sull'accesso ai media mainstream, sulle elezioni politiche, sulle coalizioni politiche, sulle lobby, sulle pubblicazioni underground, sull'attivismo, sull'agitazione locale, sulla filantropia globale, o simili? Esiste un modo giusto d'agire o sbagliato?



Rothbard sulla questione strategica

Alla fine degli anni '80, mi sono trovato a dibattere amichevolmente con Murray Rothbard su questioni di strategia. Era uno scambio di lettere private e telefonate. Non riesco a ricordare i dettagli, ma la questione aveva qualcosa a che fare con il modo in cui gestire una rivista ideologica, con l'obiettivo di diffondere un corpo di idee.

Avrebbe dovuto incoraggiare un ampio dibattito, o cercare di avanzare un particolare pensiero? Avrebbe dovuto sostenere esclusivamente un punto di vista, o molti punti di vista tra cui quelli radicali che le pubblicazioni mainstream evitano?

Dopo un po' di tira e molla, Rothbard concluse la nostra corrispondenza con un'osservazione di carattere generale che posso solo parafrasare: non credeva d'avere tutte le risposte giuste sulla questione strategica. Era molto interessato a discutere di più su questo tema ed era felice che se ne parlasse.

Per lui ciò che contava era la strategia, qualunque essa fosse, e a) non doveva essere immorale o basata su una bugia; b) doveva raggiungere il risultato desiderato. Il suo atteggiamento era altamente flessibile sulle questioni strategiche. Aveva le sue preferenze, ma non escludeva altri modi di fare le cose fino a quando non erano immorali o avevano una qualche possibilità di successo.



L'altra strategia è sempre sbagliata

Nel corso dei miei dibattiti ho sempre tenuto a mente la strategia. Le persone possono appassionarsi a questo tema al punto da spingere il loro punto di vista come se esistesse solo quello. Se votate, sbagliate; se non votate, non state aiutando la causa. Se evitate il mondo accademico, non investite nelle idee serie; se siete nel mondo accademico, siete dei venduti. Se non protestate per le strade, non siete disposti a sporcarvi le mani; se protestate per le strade, state contribuendo al problema della plebaglia. E così via. La gente suppone d'avere il modo giusto, ed è l'unico modo.

Se conoscessimo le risposte giuste, e se avessimo visto qualche particolare visione strategica prevalere sulle altre, le cose sarebbero più semplici. Ma raramente abbiamo assistito a tale progresso. Ludwig von Mises si chiedeva nel suo diario privato se i suoi sogni di essere un riformatore l'avessero reso uno "storico del declino." Ho il sospetto che molte persone si sentano così.



E malgrado ciò le idee contano

Eppure, se ci guardiamo intorno oggi, con lo stato ancora in marcia, vediamo una nuova fioritura della libertà. Come misurarla? Basta guardare il numero di organizzazioni libertarie. Sicuramente è meglio guardare al progresso effettivo della libertà stessa. Qui vediamo enormi note positive attraverso le comunicazioni, le opportunità di vita, il declino della violenza, la riduzione della povertà, la globalizzazione della divisione del lavoro, e l'effettiva realizzazione dei diritti universali in più luoghi nel mondo.

Come sta accadendo? L'imprenditoria sta superando la capacità dello stato di regolarla. Sul come e perché l'imprenditoria abbia fatto così tanto e così in fretta, non riesco ad individuare un agente causale. Come ha osservato David Hart: "Essendo il mondo un luogo complesso e disordinato, probabilmente non c'è una strategia che avrà successo in tutti i luoghi e tutti i tempi."

Le implicazioni di questa osservazione sono profonde. Così come non possiamo anticipare la forma emergente delle istituzioni sociali in condizioni di libertà, non possiamo anticipare, e tanto meno pianificare, il modo in cui una qualsiasi idea particolare porterà ad un cambiamento sociale e politico. Pensiamo di saperlo, ma poi, a quanto pare, non è così.

Ad esempio, F. A. Hayek in "The Intellectuals and Socialism" ha osservato che l'idea di un'economia socialista non è nata dai lavoratori e dai contadini. Venne piantata nel flusso della storia dalle élite. Questo in contrasto con le favole raccontate dai socialisti stessi, che hanno immaginato che i lavoratori si sarebbero ribellati, motivati da una coscienza nascente della propria misera condizione.

Questa favola è sbagliata disse Hayek: "Ogni paese che ha sposato il socialismo, la fase dello sviluppo in cui il socialismo diventa un'influenza determinante sulla politica, è stata preceduta da un lungo periodo durante il quale gli ideali socialisti muovevano il pensiero degli intellettuali più attivi".



Il modello è un'illusione

Si potrebbe provare a modellare tutto questo in qualche forma. Gli intellettuali costituiscono l'idea di base. I loro seguaci devono renderla popolare. I media la riportano. Le masse la adottano. Comincia ad influenzare gli attori politici. Essi influenzano gli affari di stato. E così via. Si potrebbe concludere che guardando a questo modello, possiamo notare come tutte le idee cambiano la storia e, di conseguenza, gli investimenti dovrebbero avere la priorità.

Ma c'è bisogno di notare qualcosa di importante qui. Hayek non stava presentando una teoria generale di come le idee influenzano il cambiamento politico. Stava fornendo una ricostruzione storica applicata al caso del socialismo in particolare. In nessun punto afferma che questo modello si applica a 360° o che le idee non possono permeare la società in qualsiasi altro modo.

In realtà dice espressamente il contrario. Descrive il ruolo degli intellettuali nel determinare il corso del cambiamento sociale nel XX secolo come "un fenomeno abbastanza nuovo della storia", non una caratteristica permanente del mondo. Curiosamente ipotizza anche che questo sviluppo è stato "stimolato artificialmente dalla legge del diritto d'autore." (Hayek era contrario a tutte le "proprietà intellettuali", perché si trattava di una limitazione artificiale del processo di mercato.)

In altre parole è lo stato stesso che sembra creare una "struttura di produzione" per le idee. Tale struttura non esiste come caratteristica fissa. Possiamo immaginare le condizioni in base alle quali tutto questo cambierebbe, per esempio, con un impatto ridotto del diritto d'autore e la distribuzione più universale delle idee. In base a ciò, Hayek esprime la sua speranza: "Dobbiamo rendere la costruzione di una società libera un'avventura intellettuale, un atto di coraggio." Non offre alcun "piano centrale" per stendere l'idea giusta, ma solo una richiesta di ispirazione e creatività.



La digitalizzazione fa saltare in aria la struttura

Questo è il motivo per cui ho dei dubbi nell'applicare al mondo delle idee la struttura della produzione, poiché essa appartiene al mondo fisico. È troppo costruttivista e pianificata. Inoltre ci sono ragioni importanti per cui il modello potrebbe essere fondamentalmente errato, soprattutto nell'era digitale. Le idee si muovono attraverso il tempo e lo spazio in un modo che è completamente diverso dal mondo fisico. Il pericolo di una confusione fra queste due diverse sfere può limitare il potere delle idee piuttosto che incentivarle.

Per capire il perché, chiedetevi il motivo dell'esistenza di una struttura della produzione. Le merci devono essere prodotte dalle risorse scarse. Una volta che sono consumate, devono essere prodotte di nuovo. La produzione richiede tempo e deve essere coordinata attraverso molti strati di cooperazione industriale: beni strumentali, beni intermedi e beni di consumo. I segnali quali i prezzi ed i tassi d'interesse aiutano questo processo coordinativo. Il processo è faticoso, ma necessario per superare le privazioni intrinseche dello stato di natura. Esso richiede l'impiego di mezzi scarsi per realizzare desideri senza limiti, e questo processo di produzione deve tenere costantemente conto dell'economia.

Ma qual è il fatto fondamentale che rende queste strutture produttive necessarie? Perché non possiamo solo avere tutte le cose che vogliamo, senza dover costruire questi sistemi complessi intertemporali? Il motivo è la scarsità stessa. Qualora tale condizione non esistesse, potremmo fare a meno delle strutture produttive.

Se fosse possibile fare benzina, avere bistecche e scarpe da ginnastica, e questi beni potessero in qualche modo essere replicati fino all'infinito, l'intera economia della produzione non sarebbe più fondamentale. Non esisterebbe nessuno dei fattori che le danno vita.

Considerate la seguente cosa: le idee non sono scarse in senso economico. Una volta prodotta – e tale produzione può richiedere decenni o solo un istante – un'idea può essere infinitamente riprodotta, proprio come disse Thomas Jefferson sul fuoco stesso. Non si deprezza come la proprietà fisica. Può appartenere ed essere consumata da una persona o miliardi di persone nello stesso istante. Un'idea è anche immortale: le idee prodotte da Platone o Einstein sono disponibili per sempre.

Un'idea è malleabile: può essere cambiata e rimodellata con altre idee da qualsiasi mente, senza disturbare l'integrità di quella originale. Il suo viaggiare tra la popolazione e la storia segue una strada del tutto imprevedibile: libri, passaparola, blog, podcast, segni, sms, voci, pubblicità. Il mondo digitale ha messo le ali allo spostamento delle idee. La loro distribuzione non segue alcun corso; ogni idea diventa parte di una tempesta di idee, fondendosi con tutte le altre idee che esistono. Il loro trionfo finale può prendere un percorso tortuoso che sfida tutte le aspettative.

In economia la prima condizione della necessità è la scarsità. Per questo motivo la differenza tra beni scarsi e non scarsi è fondamentale e assoluta. Un bene o è controllato da qualcuno o no. Inoltre deve essere riprodotto in seguito al consumo o no. Infine si deprezza nella sua integrità fisica o no.

Se indosso le mie scarpe adesso, nessun altro può indossarle. Ma se penso ad un'idea e decido di condividerla col mondo, posso conservare la mia proprietà, permettendo nel contempo la creazione di un numero infinito di copie. In questo senso, le idee eludono tutti i limiti del mondo fisico.



Un'idea che circola non può essere seguita

Un altro esempio: diciamo che io mi trovi in piedi di fronte ad un gruppo di un migliaio di persone. Cedo un oggetto, come un orologio o un bicchiere, ad una persona al primo della fila. Lei lo fa girare tra gli altri. Per me sarebbe possibile tracciare con precisione in qualsiasi punto nel tempo chi ha l'oggetto, che l'ha consegnato a chi e poi vedere nelle mani di chi finisce per ultimo. Segue un percorso tracciabile. Questo percorso può essere osservato.

Ma se mi trovo di fronte allo stesso gruppo, e canto una canzone, parlo di un'idea, o mostro un'immagine, sarebbe impossibile tracciarne il percorso mentre si imprime nella mente delle persone presenti. Il viaggio di un'idea è impossibile da mappare.

Questa è la differenza tra idee e proprietà scarsa. Sono prodotte e distribuite in un modo completamente diverso. Nessuna delle condizioni che permettono l'esistenza della struttura di produzione nel mondo fisico si applica al mondo delle idee. Il loro funzionamento è radicalmente diverso.

Forse è meglio applicare la struttura della produzione al mondo delle idee solo in senso metaforico? Anche in questo caso, tale metafora non è una spiegazione tanto affidabile. Le buone idee possono provenire da qualsiasi luogo. Prendete in considerazione l'abrogazione del proibizionismo dell'alcool negli Stati Uniti. L'idea nacque prima dagli studiosi, poi passò attraverso i media e infine arrivò alla gente comune? Non andò così in realtà. Invece il proibizionismo non fu più applicabile alla luce della disobbedienza civile di massa. Lo stesso si potrebbe dire per la legalizzazione della marijuana oggi.

E prendete anche in considerazione gli sforzi di deregolamentazione alla fine degli anni '70: autotrasporti, petrolio, compagnie aeree, telecomunicazioni e settore bancario. Jimmy Carter, un democratico, fu un campione di questo movimento. Lavorò principalmente con l'ufficio del senatore Edward Kennedy, un democratico, per introdurre suddetta normativa. Questo fu qualcosa che nessuno avrebbe potuto prevedere. La "struttura di produzione" di queste idee seguì un percorso non intuitivo e, naturalmente, non pianificato.



Reti distribuite

Tali sforzi bottom-up sono evidenti nel progresso del mondo cyberpunk che ci ha dato le reti distribuite, la disponibilità della crittografia e l'innovazione rappresentata dalla blockchain.

Ora abbiamo la tecnologia per mercificare, raggruppare e identificare qualsiasi tipo di informazione sulla base di una nostra creazione come un'estensione della nostra immaginazione, e trasmetterla su linee geograficamente non contigue, utilizzando la crittografia per personalizzare le informazioni che condividiamo e metterle su una rete distribuita che nessuno stato può abbattere, in un modo che è non riproducibile e non soggetto a qualsiasi livello di ammortamento, mai.

È semplicemente fantastico. Possiamo farlo ora, e nessuno può toglierci questa tecnologia. L'intero apparato è stato rilasciato su un forum libero da un programmatore anonimo. Come possiamo adattare questa tecnologia a qualche struttura di produzione?



Dire la verità

Commettiamo un errore nell'immaginare di poter pianificare il cambiamento intellettuale nello stesso modo in cui pianifichiamo la produzione di altri beni e servizi. Che le idee permeano la società in modo imprevedibile e anche caotico, non è qualcosa a cui guardare con disprezzo. Ma dobbiamo fare i conti con la realtà e, quindi, rifuggire le presunzioni di conoscenza: cercare di costruire qualche strategia top-down per il cambiamento sociale. È meglio parlare, dire la verità e costruire la libertà in ogni modo immaginabile possibile, spingendo la storia nella direzione in cui deve andare e poi gioire di come il corso degli eventi possa sovvertire ogni nostra aspettativa.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


giovedì 16 novembre 2017

La magia del moltiplicatore keynesiano





di Frank Shostak


Per la maggior parte degli economisti e dei commentatori finanziari, il cuore della crescita economica è l'aumento della domanda di beni e servizi. Secondo loro la salita o la discesa della domanda catalizza aumenti e diminuzioni della produzione di beni e servizi. Si ritiene inoltre che la produzione totale dell'economia aumenti in base al multiplo delle spese da parte dello stato, dei consumatori, o delle imprese.

Un esempio illustrerà come un aumento della spesa possa aumentare l'output complessivo di un multiplo di suddetta spesa.

Supponiamo che in base ad un dollaro ricevuto, gli individui spendano $0.90 e risparmino $0.10. Inoltre supponiamo che i consumatori aumentino le loro spese di $100 milioni. Di conseguenza i ricavi dei dettaglianti aumenteranno di $100 milioni. I dettaglianti, in risposta all'aumento del loro reddito, consumeranno il 90% dei $100 milioni, cioè aumenteranno le spese per beni e servizi per $90 milioni. I destinatari di questi $90 milioni ne spenderanno a loro volta il 90%, cioè $81 milioni. Poi i destinatari di questi $81 milioni spenderanno il 90% di questa somma, pari a $72.9 milioni e così via. Si noti che la caratteristica chiave di questo modo di pensare è che la spesa di una persona diventa il reddito di un'altra.

In ogni fase della spesa le persone spendono il 90% dei redditi che ricevono. Questo processo finisce con una produzione totale superiore a $1 miliardo (10 * $100 milioni) rispetto a prima che i consumatori avessero aumentato la loro spesa iniziale di $100 milioni.

Da notare che più si spende, maggiore sarà il moltiplicatore e quindi l'impatto della spesa iniziale sull'output complessivo. Ad esempio, se le persone cambiano le proprie abitudini e spendono il 95% di ogni dollaro, il moltiplicatore diventerà 20. Viceversa, se decidono di spendere solo l'80% e risparmiare il 20%, il moltiplicatore sarà 5. Tutto ciò significa che meno è il risparmio, maggiore sarà l'impatto sull'output complessivo grazie all'aumento della domanda complessiva.

Seguendo questa logica non sorprende se oggi la maggior parte degli economisti ritiene che attraverso stimoli fiscali e monetari è possibile evitare che un'economia cada in recessione.

Infatti l'ex-presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, ha addirittura suggerito che ci sono buone probabilità che i soldi che vanno in tasca a persone con un reddito medio/basso verranno spesi nel breve termine — per cui questa prospettiva sarà più utile per la crescita economica.[1]

Lo sciamano del potere magico del moltiplicatore, John Maynard Keynes, scrisse:

Se il Ministero del Tesoro dovesse riempire vecchie bottiglie con banconote, seppellirle in varie miniere di carbone, poi riempite di rifiuti e lasciare alle imprese private il compito di scavare e riportarle in superficie (col diritto di farlo ottenuto mediante gare d'appalto), non ci sarà più disoccupazione e con l'aiuto delle ripercussioni, del reddito reale della comunità e del suo capitale, anche la ricchezza probabilmente diventerà molto più grande di quanto lo sia adesso.[2]



Il moltiplicatore è reale?

Più risparmio è un male per l'economia come indica il modello del moltiplicatore?

Un produttore di beni di consumo produce un determinato livello di tali beni. Se tale livello di produzione è sufficiente solo per i bisogni personali di quel produttore, allora non può scambiare nulla per altri beni e servizi di altri produttori. In altre parole, non può esserci domanda da parte di questo produttore per l'output di altri produttori se la produzione non è superiore al livello richiesto per sostenere la sua sussistenza.

Ciò vale anche per tutti i produttori in tutta l'economia — senza una produzione in eccesso (ossia, l'eccesso di offerta), non ci può essere domanda e nessuna capacità di spendere per entrare in possesso della produzione di altri.

Oggi i proprietari dei beni di consumo invece di scambiarli per altri beni di consumo, potrebbero decidere di utilizzarli per assicurarsi strumenti e macchinari migliori. Con strumenti e macchinari migliori, sarà possibile accedere nel futuro ad una produzione maggiore e ad una migliore qualità dei beni di consumo.

Si noti che trasferendo una parte dei rispettivi beni di consumo alla produzione di utensili e macchinari, i proprietari dei beni di consumo trasferiscono i loro risparmi reali a persone specializzate nel realizzare questi strumenti e macchinari. I risparmi reali sostengono questi individui, mentre sono impegnati a creare questi strumenti e macchinari.



Prima di spendere dobbiamo produrre

Una volta costruiti questi strumenti e macchinari, ciò consente un aumento della produzione complessiva di beni di consumo. Mentre il flusso della produzione si espande, ciò consente di ottenere ulteriori risparmi, ceteris paribus, il che a sua volta consente un ulteriore aumento della produzione di utensili e macchinari. Questo a sua volta consente di far aumentare ulteriormente la produzione di beni di consumo, vale a dire, aumentare il potere d'acquisto nell'economia. Quindi, contrariamente al pensiero popolare, più risparmi espandono piuttosto che contrarre il flusso produttivo dei beni di consumo.

Può un aumento della domanda dei beni di consumo portare ad un aumento della produzione globale per un multiplo del primo aumento della domanda? No. L'aumento della domanda di beni e servizi è limitato dall'aumento dei risparmi reali.

Si noti che una volta che l'offerta di beni aumenta, ciò consente un aumento della domanda di beni, ceteris paribus. È l'aumento della produzione di beni che dà origine ad una maggiore domanda di beni, proprio grazie all'eccedenza per superare la sussistenza.

Abbiamo visto che ciò che consente l'espansione dell'offerta di beni di consumo è l'aumento dei beni strumentali o di strumenti e macchinari. Ciò che a sua volta consente l'aumento degli strumenti e delle macchine è il risparmio reale. Possiamo quindi dedurre che l'aumento del consumo deve essere in linea con l'aumento della produzione. Da ciò si può anche dedurre che il consumo non induce l'aumento della produzione per un multiplo dell'incremento del consumo. L'aumento della produzione è in linea con l'aumento del risparmio reale e non è vincolato alla domanda dei consumatori in quanto tale. La produzione non può espandersi senza il sostegno dei risparmi reali, cioè, qualcosa non può emergere dal nulla.



Aumento della domanda senza aumento della produzione e del risparmio

Esaminiamo l'effetto di un aumento della domanda statale sulla produzione complessiva dell'economia.

Può una tale domanda dare origine a più output come sostiene il punto di vista popolare? Al contrario, impoverirà i produttori. I produttori saranno costretti a cedere il loro prodotto in uno scambio di beni e servizi che avranno una priorità inferiore sulla lista dei desideri degli altri produttori, e questo a sua volta indebolirà il flusso di produzione dei beni di consumo. Ancora una volta, come si può vedere, non solo l'aumento delle spese statali non aumenta l'output complessivo, ma al contrario ciò porta all'indebolimento del processo di creazione di ricchezza in generale. Secondo Mises:

[...] bisogna sottolineare che un governo può spendere o investire solo ciò che toglie ai suoi cittadini e che la sua spesa ed investimenti aggiuntivi riducono la spesa e gli investimenti dei cittadini.[3]

Ma forse l'introduzione del denaro in questo scenario rende possibile il moltiplicatore?

L'introduzione del denaro non altera le nostre conclusioni. Il denaro aiuta solo a facilitare il commercio tra i produttori — non genera niente di materiale o reale.

Parafrasando Jean Baptiste Say, Mises disse che:

Le merci, dice Say, in definitiva non sono pagate coi soldi, ma con altre merci. Il denaro è semplicemente il mezzo di scambio comunemente usato; gioca solo un ruolo di intermediario. Quello che il venditore vuole alla fine ricevere in cambio delle merci vendute, è altre merci.[4]

Quando un individuo aumenta la sua spesa di $100, ciò significa che ha abbassato la sua domanda di denaro per lo stesso ammontare. Possiamo anche dire che l'individuo ha esercitato la sua domanda su beni risparmiati per il valore di $100. Il venditore di beni acquisisce quindi un credito di $100 sui risparmi reali. Possiamo anche dire che la domanda di denaro del venditore è aumentata di $100. Tutto ciò, tuttavia, non porta ad un aumento complessivo della produzione, come suggerito dal punto di vista popolare. Ciò che abbiamo qui è che le rivendicazioni sui risparmi reali sono state spostate da un individuo ad un altro. L'aumento della spesa monetaria non porta ad alcun aumento del reddito reale nell'economia. Allo stesso modo, se il venditore ora spende il 90% dei $100, tutto ciò che avremo è una situazione in cui la sua domanda di denaro è diminuita a $90, cioè ha esercitato la sua domanda sul bacino esistente di beni reali per un valore di $90. (La domanda di denaro di qualcun altro è ora aumentata di $90.)

Inoltre, ceteris paribus, se gli individui hanno aumentato le loro spese per alcune merci, allora saranno costrette a spendere meno per altri beni. Ciò significa che la spesa complessiva in un'economia rimane invariata.

Solo se la quantità di denaro nell'economia aumenta, ceteris paribus, allora aumenterà anche la spesa in termini monetari. Tuttavia anche in questo caso l'aumento non sarebbe dovuto ad un moltiplicatore, ma ad un incremento dell'offerta di moneta. L'aumento delle spese monetarie a causa di un aumento dell'offerta di moneta non può produrre un'espansione in termini reali, come sostiene il punto di vista popolare. Tutto ciò che genererà, sarà una ridistribuzione dei risparmi reali. Arricchirà i primi ricevitori del denaro ex novo a scapito dei ricevitori successivi.

Ovviamente una politica monetaria allentata che mira a stimolare la domanda dei consumatori, non può aumentare la produzione reale per un multiplo dell'incremento iniziale della loro domanda. Non solo la politica monetaria allentata non farà aumentare la produzione, ma al contrario impoverirà i creatori di ricchezza esattamente come avviene per l'aumento della domanda statale.

Gli scritti di John Maynard Keynes sono tanto influenti oggi così come lo erano ottant'anni fa. Le sue idee rimangono la forza trainante dei responsabili delle politiche economiche presso la FED e le istituzioni statali. Queste idee permeano i pensieri e gli scritti degli economisti più influenti a Wall Street e nel mondo accademico.

Il cuore della filosofia keynesiana è che ciò che guida l'economia è la domanda di beni. Le recessioni economiche sono principalmente il risultato di una domanda insufficiente. Nel quadro keynesiano, un aumento della domanda non solo aumenta l'output complessivo, ma l'output aumenta per un multiplo dell'incremento iniziale della domanda. In questo quadro, qualcosa può essere creato dal nulla.

Nel mondo reale una spinta artificiale della domanda che non è sostenuta dalla produzione, porta all'esaurimento dei risparmi reali e, contrariamente alla concezione keynesiana, ad una riduzione del flusso di ricchezza reale, vale a dire, impoverimento economico.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] Ben S.Bernanke nella sua testimonianza davanti la House of Representatives Budget Committee, 17 gennaio 2008.

[2] J.M. Keynes, The General Theory of Employment, Interest and Money (London: Macmillan & Co., 1964), p. 129.

[3] Ludwig von Mises, Human Action, 3rd rev. ed. (Chicago: Contemporary Books),  p. 744.

[4] Ludwig von Mises, "Lord Keynes and Say's Law," in The Critics of Keynesian Economics, curato da Henry Hazlitt (Lanham, Maryland: University Press of America, 1983), p. 316.

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mercoledì 15 novembre 2017

Luigi XIV di Francia ha fondato lo stato-nazione... ma come e perché?





di Jeffrey Tucker


Mi stavo godendo The Crown su Netflix, una serie TV che parla degli inizi del regno della regina Elisabetta II nel dopoguerra in Inghilterra. Assolutamente affascinante.

E poi ho notato una nuova serie, sempre su Netflix, chiamata Versailles. Copre gli inizi del XVII secolo e racconta il regno di Luigi XIV, il famoso "Re Sole": lunghi capelli, tacchi alti, arte decadente e lo sfoggio più assurdo di privilegio aristocratico sul pianeta Terra.

Conoscete la storia, giusto? Certo che sì. Sicuramente avete letto qualcosa ai tempi del liceo. Luigi XIV costruì un enorme palazzo e preparò la strada ad una rivoluzione che arrivò molto più tardi. Vi ricorderete come fosse dispotico davanti la propria corte, e stabilì il grado di deferenza richiesto da un qualsiasi leader europeo negli ultimi mille anni.

Me lo immagino seduto su un trono in abiti pomposi, circondato da musicisti di corte che suonano musica froufrou, e che dichiara ripetutamente: "Io sono lo stato" (“l'état, c' est moi”).

Oltre a ciò, possiedo una scarsa conoscenza delle opere scritte durante il suo regno ed eseguite a corte, così come le peculiarità della scena liturgica. Non riuscirei a raccontare una storia avvincente sulla vita di corte, e tanto meno i dettagli del cambiamento che il suo regno ha significato nella vita politica.

Quindi lo ammetto: non ho mai approfondito lo studio della sua figura.

Pertanto questa serie è una delizia e una fonte d'ispirazione. E subito ho voluto saperne di più, approfondire il significato che questo periodo ha rappresentato per il mondo, e come continui a risuonare nel mondo di oggi. In altre parole, questa serie fa esattamente quello che le imprese di formazione sono tenuti a fare: ampliare le conoscenze e ispirare avventure intellettuali.



Può l'intrattenimento essere istruttivo?

Eppure basta guardare una serie su Netflix! E quando ci penso, Netflix negli ultimi anni mi ha spinto a scoprire una lunga serie di epoche storiche: l'ascesa del Sacro Romano Impero, il proibizionismo tra le due grandi guerre, l'inizio della caduta di Roma, i travagli dell'aristocrazia inglese negli anni della Riforma, i primi anni del consumismo di massa in Inghilterra, l'avvento della finanza commerciale in Italia, e così via, più alcune cose sugli zombie e sui robot; argomenti che sollevano domande sulle dinamiche della società umana.

È sorprendente quando ci pensate. Alla fine degli anni '30, quando si potevano solo immaginare le possibilità della televisione, gli esperti predicevano che la programmazione sarebbe stata principalmente educativa. Sarebbero stati trasmessi professori nelle loro classi e tutta la cultura sarebbe stata elevata con nuove conoscenze di matematica, scienza, filosofia e storia.

La rivista Life scrisse nel 1952: "La fame per la cultura della nostra cittadinanza e l'auto-miglioramento è sempre stato grossolanamente sottovalutato; il numero di americani che preferisce imparare un po' di qualcosa piuttosto che ricevere una provetta di dopobarba, è assolutamente colossale".

Diciamo solo che non tutto è accaduto come immaginato. Avremmo dovuto aspettare altri 60 anni con l'avvento di Netflix. Era necessario trovare il giusto mix di buona arte, buona storia e buon intrattenimento. Questo richiede tempo e un sacco di prove ed errori. Sembra che infine abbiamo trovato la quadra.



Basta allo snobismo anti-Netflix

Tuttavia vi è ancora una sorta di snobismo là fuori: questa non è storia vera, non è istruzione, perché è costruita per il consumo di massa, troppo poca precisione, e così via. Sembra proprio che non si possa imparare nulla a meno che non si sia seduti ad un banco, ad ascoltare un docente, e leggendo testi assegnati di autori autorevoli.

Non ci credo. Quello che sta realmente accadendo qui, è che il capitalismo sta scoprendo qualcosa di spettacolare, vale a dire, che è possibile ispirare l'apprendimento e sollevare la cultura senza sacrificare la necessità di essere deliziati da storie avvincenti con grandi attori e set cinematografici. Questi non devono essere incoerenti.

Inoltre ho seri dubbi che l'apprendimento vero e proprio sia ancora possibile in assenza d'ispirazione ed eccitazione. L'intero sistema educativo presume che la mente umana sia una specie di vaso vuoto nel quale gli esperti possano immettere roba astratta chiamata "conoscenza". Questo non è apprendimento; questo è lavoro noioso.



Che cosa c'insegna Versailles?

Analizziamo rapidamente ciò che c'insegna la serie Versailles. C'è stato un periodo nel tardo Medioevo quando due enormi eventi sono accaduti in successione: il Feudalesimo – aristocratici possessori terrieri che scambiavano un riparo e sicurezza per produzione di cibo e altri lavori – venne sostituito da un nuovo modello di scelta dei consumatori e mobilità di massa; allo stesso tempo, lo stato personale venne sostituito da una nuova cosa chiamata stato-nazione.

Il secondo punto è intrigante. Prima di Luigi XIV, la vita di ogni stato era incarnata nel suo capo di stato. Quando il re o la regina o il barone o il duca o il Cesare o chiunque di questi moriva, o veniva ucciso, lo stato moriva con lui o lei. Non esisteva nessuna struttura legale o burocratica permanente, nulla che si avvicinasse a ciò che noi oggi diamo per scontato, che sarebbe sopravvissuta al capo di stato. Lo stato era mortale, un progetto personale, qualcosa che poteva essere sempre spento e ricreato.

Il regno di Luigi XIV cambiò tutto, con la creazione di quello che oggi chiamiamo stato-nazione. Che cos'è? È una cosa che tenta di vivere al di là e al di sopra anche del capo dello stato. Non può essere ucciso. Il tipo muore, ma la burocrazia e la struttura legale – istituzionalizzata, indiscussa e perpetua – sopravvivono. Questo è tutto ciò che abbiamo conosciuto nel nostro tempo, e questo è stato vero in Occidente sin dal XVII secolo.

Non m'era mai accaduto di correlare l'ascesa dello stato-nazione e la fine del feudalesimo. Luigi XIV e Versailles sono le chiavi per comprenderlo. Trovò un posto fuori Parigi, che era stata residenza di caccia del padre. Preferiva vivere al di fuori di Parigi, nella speranza di creare una maggiore stabilità per il proprio regno, lontano dal caos e dalle minacce nella città.

Costruì una struttura spettacolare (in realtà il vostro appartamento dispone di più amenità oggi) e, utilizzando varie carote e bastoni, riuscì a radunare tutta la nobiltà francese affinché venisse a vivere lì. Questi nobili non erano più potenti semi-indipendenti, ma cortigiani striscianti intrappolati in quella che gli storici chiamano una "gabbia dorata".

In questo modo poteva monitorare meglio le possibili minacce al suo regno, ma ebbe un altro effetto sul destabilizzare le strutture feudali. Centralizzò il potere e lo rese assoluto. Ma così facendo, creò una burocrazia gigantesca popolata da nobili che lo servivano direttamente. Sapeva anche che in questo modo, questa nuova struttura, sarebbe sopravvissuta. Creò qualcosa di nuovo nella storia, che servì da modello per gli stati in tutta Europa e, infine, negli Stati Uniti e in America Latina.

Nel bene e nel male, partorì lo stato-nazione. Disse: "Io sono lo stato," ma ciò che inventò veramente era altro: "Loro sono lo stato e vivono per sempre."



Il maestro del mondo

La serie Versailles dispone di set bizzarri, abbigliamenti sfarzosi, un sacco di storie sessuali, violenza, trame intriganti e così via, insieme a scene strabilianti di vita a corte. Tutto ciò è interessante, tanto che non si può smettere di guardarla. Ma su un altro livello, la serie racconta esattamente la storia citata qui sopra e così rivela qualcosa di estremamente potente sulla storia politica e sulla filosofia, qualcosa che anche gli studenti più dotti potrebbero non comprendere.

Quindi Netflix sta diventando un professore di storia per il mondo. Si tratta di un cambiamento in positivo rispetto al passato. Pensate alle implicazioni. Il consumismo dei mass media sta dando un contributo enorme per salvare la storia dallo strangolamento accademico ed universitario.

Fortunatamente Versailles è stato rinnovato per una seconda e terza stagione. Nel frattempo torno a guardare e ad apprendere la storia della monarchia inglese grazie a The Crown.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/

martedì 14 novembre 2017

Cosa potrebbero significare per il dollaro uno yuan coperto dall'oro e le criptovalute





di Doug French


Nonostante le criptovalute abbiano rubato tutte le attenzioni sulla scena finanziaria, c'era una notizia intrigante apparsa il primo settembre sul Nikkei Asian Review. Scrivendo da Denpasar, Indonesia, Damon Evans riportava che "la Cina è prossima ad inaugurare contratti futures sul petrolio greggio prezzati in yuan e convertibili in oro, in quello che gli analisti descrivono come un cambiamento epocale nel settore".

Non coperti dal bitcoin, non coperti da ethereum, ma coperti dall'o-r-o. Quanto scarso amore hanno i cinesi per la tecnologia! Per il momento, il petrolio è prezzato in dollari, sia il Brent sia il West Texas Intermediate.

Evans spiegava:

La mossa della Cina permetterà agli esportatori, come la Russia e l'Iran, di eludere le sanzioni statunitensi tramite negoziazioni in yuan. Per stimolare ulteriormente il commercio, la Cina (il più grande importatore mondiale di petrolio) dice che lo yuan sarà completamente convertibile in oro sugli exchange di Shanghai e Hong Kong.

Questo sarà il primo contratto futures in Cina aperto a società straniere come i fondi d'investimento, le società di trading e le società petrolifere.

È da tempo che la Cina vuole sganciarsi dal dollaro e ora ci sta provando per la terza volta con gold contract denominati in yuan.

"È un meccanismo che può attirare i produttori di petrolio che preferiscono evitare di usare dollari e non sono disposti ad accettare di essere pagati in yuan per le vendite di petrolio in Cina", ha affermato Alasdair Macleod di Goldmoney.

"È un trasferimento di asset dal liquido nero al metallo giallo, è una mossa strategica per sostituire l'oro al petrolio piuttosto che ai bond statunitensi, che invece possono essere stampati dal nulla", ha spiegato Grant Williams.

Se l'Arabia Saudita accettasse lo yuan per regolare gli scambi di petrolio, ha dichiarato Louis-Vincent Gave, "sarà una bella gatta da pelare per Washington, poiché il Tesoro americano la vedrebbe come una minaccia all'egemonia del dollaro [...] ed è improbabile che gli Stati Uniti continuerebbero ad approvare le vendite di armi ai sauditi e la protezione della Casa di Saud".

Diciamo che la Cina acquisti l'Aramco, il prezzo del petrolio saudita potrebbe spostarsi dai dollari allo yuan, dice Macleod: "Se la Cina può legare l'Aramco, la Russia, l'Iran e altri, avrà un grado di influenza su quasi il 40% della produzione globale e sarà in grado di far progredire il suo desiderio di escludere il dollaro in favore dello yuan".

Per quanto riguarda le criptovalute, invece, Goldman Sachs "sta ponderando l'idea di una nuova operazione di negoziazione dedicata al bitcoin e ad altre valute digitali, la prima azienda di Wall Street si prepara a tuffarsi in questo mercato in espansione seppur ancora un po' controverso" riferisce il Wall Street Journal.

Si scopre che Goldman Sachs sta solo rispondendo a clienti che vogliono giocare nello spazio crypto. Paul Vigna, Telos Demos e Liz Hoffman scrivono:

Goldman cerca di servire un crescente numero di investitori istituzionali che vogliono scommettere sul bitcoin. Il suo sforzo potrebbe comportare la nascita di una squadra di trader che renderanno i mercati in bitcoin simili a quello dello yen giapponese o alle azioni di Apple Inc.

Circa 70 hedge funds hanno acquistato bitcoin. La volatilità dei prezzi delle criptovalute fornisce qualcosa che i mercati tradizionali hanno scordato... l'azione. "Goldman, una volta conosciuta come il trader più veloce a Wall Street, è quella che ha arrancato di più rispetto ai suoi pari. I ricavi nei suoi investimenti a reddito fisso sono diminuiti del 21% rispetto allo scorso anno, trascinati a fondo da una scarsa performance delle commodity e delle valute".

Il dollaro finirà presto sotto attacco: sia da uno yuan coperto dall'oro che dalle criptovalute. Potremmo chiederci se tutto questo si adatti bene al piano di Janet Yellen di rialzare i tassi d'interesse e ridurre il bilancio del suo datore di lavoro. Scommetto di no.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


lunedì 13 novembre 2017

Come l'Africa è stata lasciata indietro

Prima di affrontare l'articolo di oggi vorrei puntualizzare un fatto: non tutte le colpe sono da addossarsi all'Africa per quanto riguarda le sue sfortune economiche. Sebbene l'articolo di oggi metta in evidenza tutto ciò, c'è da dire che anche i Paesi occidentali hanno abbandonato ormai gli stessi principi che l'Africa s'è ritrovata ad ignorare: libero scambio, principio di legalità, diritti di proprietà. Infatti, oltre alla pratica già nota di scaricare nel continente nero i prodotti agricoli finanziati con programmi pubblici, c'è un altro modo in cui l'Europa, ad esempio, alimenta il proprio lato socialista e mercantilista: il sistema dei dazi sui prodotti processati. Ovvero, più un prodotto è lavorato, più il dazio su di esso sale, spingendo il Paese esportatore a commerciare prodotti non lavorati (i semi di cacao non hanno dazi, mentre invece le barrette di cioccolato hanno un dazio del 30%). Nel caso del caffè e della cioccolata, questa direttiva è impostata per impedire all'Etiopia e al Ghana di lavorare i propri prodotti e quindi minacciare l'industria alimentare europea. Il dazio, quindi, limita fortemente l'industrializzazione dei Paesi poveri, spingendoli a rimanere territori agricoli e a non processare i propri prodotti. Non solo, c'è poi la filiera della pesca. Dopo aver imposto quote stringenti sul pescato nelle acque europee, l'UE ha stretto accordi con Paesi africani per pescare nelle loro acque in cambio di una miseria (per circa un miliardo di dollari la Mauritania ha permesso all'Europa di pescare nelle proprie acque per 25 anni). La foglia di fico degli aiuti esteri non cambia questo enorme danno economico.
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di Marian L. Tupy


L'eccellente articolo di Robert Colvile sul fraintendimento del Principe Carlo riguardo le cause della povertà africana, costituisce una buona occasione per approfondire la storia economica dell'Africa.

La povertà africana non è stata causata dal colonialismo, dal capitalismo o dal libero scambio. Come ho già fatto notare, molte ex-colonie dell'Europa si sono arricchite proprio perché hanno mantenuto molte di quelle istituzioni coloniali e hanno partecipato al commercio globale. La povertà africana ha preceduto il contatto del continente con l'Europa e persiste ancora oggi. Questo è un risultato di scelte politiche sfortunate, la maggior parte delle quali è stata effettuata dai leader africani dopo l'indipendenza.

Come l'Europa, l'Africa ha iniziato in condizioni di estrema povertà. Il professore Angus Maddison dell'Università di Groningen ha stimato che all'inizio dell'era comune, il reddito medio pro capite in Africa era di $470 all'anno (in dollari del 1990). La media globale era sostanzialmente uguale a quella dell'Africa. L'Europa occidentale e l'Africa settentrionale, che erano parte dell'impero romano, stavano leggermente meglio ($600). Al contrario, il Nord America rimaneva dietro rispetto all'Africa ($400). Nel complesso, il mondo era abbastanza uguale e molto povero.

Possiamo far risalire le origini della disuguaglianza globale, che hanno visto l'Europa occidentale e, più tardi, il Nord America, diventare delle potenze rispetto al resto del mondo, all'ascesa delle città-stato del Nord Italia nel XIV secolo e nel XV secolo. Nel 1500 un europeo medio era circa due volte più ricco di un africano medio. Ma il vero divario negli standard di vita si sarebbe aperto solo dopo la Rivoluzione Industriale, iniziata in Inghilterra alla fine del XVIII secolo e diffusasi in Europa e nel Nord America nel XIX secolo.




Nel 1870, quando gli europei controllavano non più del 10% del continente africano (per lo più il Nord e il Sud Africa), i redditi dell'Europa occidentale erano già quattro volte superiori a quelli in Africa. L'Europa, in altre parole, non aveva bisogno dell'Africa per diventare prospera. L'Europa colonizzò l'Africa perché era prospera e, di conseguenza, più potente. La cronologia degli eventi non giustifica o difende il colonialismo, ma aiuta a spiegarlo.

Le fortune dell'Africa sotto i governi coloniali sono diverse. Molti progressi sono stati compiuti in termini di salute ed istruzione. Maddison stima che nel 1870 c'erano 91 milioni di africani. Nel 1960, anno dell'indipendenza, la popolazione africana era cresciuta più di tre volte – a 285 milioni. L'OCSE stima che nello stesso periodo la quota della popolazione africana che frequentava la scuola passò da meno del 5% ad oltre il 20%. Sul lato opposto, gli europei trattavano con disprezzo gli africani e li sottoponevano a discriminazioni e talvolta a violenze.

Tali violenze si intensificarono durante la lotta africana per l'indipendenza, in quanto i poteri coloniali tentavano di battere i nazionalisti africani. Di conseguenza i leader africani sono diventati capi di Paesi dove la repressione del dissenso politico era già una normalità. Invece di abrogare le leggi sulla censura e la detenzione, i leader africani le conservarono e le ampliarono.

Proprio perché il dominio coloniale era stato così psicologicamente degradante nei confronti degli africani in generale, e dei leader nazionalisti in particolare, i governi africani dopo l'indipendenza erano determinati ad espellere molte delle istituzioni coloniali. Dal momento che il principio della legalità, il governo responsabile, i diritti di proprietà e il libero scambio erano importazioni europee, dovevano scomparire. Invece molti leader africani scelsero di emulare le politiche sociali ed economiche che rappresentavano l'esatto contrario del libero mercato occidentale e della democrazia liberale – l'Unione Sovietica.

Emulare l'URSS negli anni '60 non era del tutto irrazionale. Durante gli anni '30 il Paese subì una rapida industrializzazione, trasformando una nazione di contadini in una potenza formidabile. L'industrializzazione arrivò al costo di circa 20 milioni di vite umane, ma permise all'URSS di trionfare sulla Germania di Hitler (ad un costo di ulteriori 27 milioni di vite). All'inizio degli anni sessanta, il Paese non solo produsse enormi quantità di acciaio e armamenti, ma sembrava pronto a vincere la lotta scientifica contro l'Occidente, quando il 12 aprile 1961 Yuri Gagarin divenne il primo uomo ad andare nello spazio.

L'arretratezza dell'economia sovietica non si palesò fino agli anni '70. A quel tempo, purtroppo, il bacillo socialista aveva infettato gran parte dell'Africa, la quale adottò un governo monopartitico che distrusse la responsabilità ed il principio della legalità, indebolì i diritti di proprietà e, di conseguenza, la crescita economica. Vennero imposti controlli sui prezzi e sui salari e il libero scambio venne sostituito con l'autarchia.




L'amore dell'Africa per il socialismo è persistito fino agli anni '90, quando, infine, ha cominciato a reintegrarsi nell'economia globale. Le relazioni commerciali con il resto del mondo sono state un po' liberalizzate e le nazioni africane hanno cominciato a deregolamentare le loro economie, scalando così le classifiche nella relazione della Banca Mondiale riguardo la facilità del fare impresa.

Detto questo, ancora oggi l'Africa rimane il continente meno libero dal punto di vista economico e più protezionistico del mondo. È questo il problema, e non il libero scambio.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


venerdì 10 novembre 2017

L’importanza dell’economia nella vita quotidiana





di Francesco Simoncelli


La parola “economia” (intesa come scienza economica), nella mente delle persone fa scattare l’immagine di una scienza noiosa, arida, ostica, che poco o niente ha a che fare con la loro vita quotidiana. Pensano che l’economia sia un’astrazione da lasciare ai professori, agli esperti, mentre la gente comune è meglio che si concentri sui problemi concreti del vivere quotidiano, il bilancio della famiglia, la ricerca di un lavoro, la scelta dell’università dei figli, le prossime vacanze (che forse non si potranno permettere).

Così si accontentano passivamente di informazioni sul mondo dell’economia pre-digerite da sedicenti esperti: le informazioni fasulle che forniscono i mass media. In questo modo lasciano un enorme potere, che dovrebbe appartenere a tutti, nelle mani di pochi.

Solo in periodi di grande crisi, come quello che stiamo vivendo, la gente comune si accorge che “l’economia” non è così lontana dalla loro vita. Che è lei che, di fatto, determina tutto, dalla perdita del lavoro di papà, alla mancanza cronica di soldi che da qualche tempo affligge la famiglia, alla paura che, forse, nemmeno una costosa università potrà garantire ai figli un buon futuro.

Questa astrazione noiosa irrompe nella vita della gente e la stravolge. O non è vero piuttosto che ha sempre dominato le vite di tutti noi, ma in sordina, senza che ce ne accorgessimo e che solo la crisi devastante l’ha finalmente portata sotto i riflettori?

Come è potuto succedere che una cosa così importante, che ha un tale potere sulle nostre vite, che può determinare fenomeni gravissimi come la morte per fame di centinaia di migliaia di persone ma anche piccoli fatti quotidiani, come la possibilità della nostra famiglia di andare in vacanza al mare quest’anno, o l’acquisto di un IPad, sia sfuggita alla nostra attenzione? E quello che adesso i media ci mostrano è la realtà? O, di nuovo, è un modo per tenerci lontani dalla comprensione della realtà per evitare che prendiamo il controllo delle nostre vite?



PASSIVITÀ E PIGRIZIA: IL RISCHIO DI DARE IL POTERE AD ALTRI SULLA NOSTRA VITA

L’essere umano è naturalmente pigro e da sempre cerca, in un mondo difficile, che non dà certezze di sorta, un “ventre materno” che lo circondi, lo protegga, lo nutra e gli dia l’illusione della sicurezza. Per trovare questo rifugio, l’uomo medio è

disposto ad rinunciare alla sua libertà, a dare il potere sulla propria vita agli “esperti”, che sicuramente gestiranno tutto meglio di lui. Così il nostro cittadino medio non dovrà preoccuparsi. Né informarsi. Né assumersi la piena responsabilità della sua vita. Può vivere tranquillo al calduccio.

E questo fa molto comodo a chi tiene le leve del potere, così comodo che cercherà in tutti i modi di mantenere il cittadino ignorante e tranquillo. Promettendogli che loro, gli “esperti” si prenderanno cura di tutto.

Mano a mano che questa abitudine ad affidarsi si radicherà nella società, i cittadini tenderanno, di fronte alle crisi, a chiedere sempre di più le soluzioni a chi “ne capisce più di loro”, chiedendo interventi a questi presunti salvatori del mondo. Non importa se il disastro l’hanno causato questi “esperti”, quello che il cittadino medio vuole è dare agli altri il peso delle responsabilità. In questo modo le persone cedono poco a poco, sempre di più, la propria libertà ad auto determinarsi, in cambio di un’apparente sicurezza.

Per usare un esempio biblico, che mostra bene come certe pulsioni non siano cambiate da quei tempi ad oggi: cederanno la primogenitura per un piatto di lenticchie. Vi sembra ridicolo? Ma è, purtroppo, quello che abbiamo sempre fatto.

A lungo andare una situazione drogata come questa non potrà che portare al disastro (come stiamo cominciando a vedere), ma a quel punto ai cittadini non saranno rimaste risorse e conoscenze per affrontare il caos e salvarsi. Le uniche cose che resteranno loro saranno la rabbia o la rassegnazione. Ma la prigione in cui sono rinchiusi se la sono creata da soli. In anni di pigro affidarsi a chi “ne sapeva più di loro”.



IL VALORE INCREDIBILE DELLA MENTE UMANA

Come possiamo uscire da una trappola così ben congegnata? E’ ancora possibile? Certo che è possibile. E lo strumento che ci serve è a nostra completa disposizione. E’ la nostra mente.

Per capire il potenziale di questo tesoro che abbiamo sotto mano e che sottovalutiamo in maniera ridicola, pensate ad un’azione che tutti compiamo abitualmente con la massima indifferenza. Attraversare una strada.

In una manciata di secondi la nostra mente, senza l’aiuto di un computer, senza monitor, senza esperti a cui rivolgersi per consiglio e perfino senza carta e penna per scarabocchiare due conti, osserva la strada, valuta la situazione del traffico e decide qual’è il momento sicuro per attraversare. Questa singola azione, che miliardi di persone compiono ogni giorno nella massima indifferenza, richiede la conoscenza del fenomeno traffico, l’osservazione diretta della situazione, un’attenta valutazione dei rischi e la capacità di decidere velocemente quando è il momento giusto per agire. Un piccolo capolavoro quotidiano.

Nutrendo la nostra mente con le corrette informazioni, frutto di studio e di osservazione diretta, saremo in grado di capire dove siamo, che rischi stiamo correndo e di conseguenza di decidere liberamente la giusta strategia in qualsiasi situazione ci verremo a trovare.

Questo vale tanto per l’attraversamento di una strada quanto per la comprensione dell’ambiente “economico” in cui viviamo. Quello che serve è che NOI decidiamo di farlo. Adesso.

L’economia non è una scienza d’élite.

Anche se non ne siamo consapevoli, ogni giorno, ogni ora ed ogni minuto, agiamo economicamente. Ed il nostro agire economico può modificare la società. Per questo è una precisa responsabilità che abbiamo prima di tutto verso noi stessi, il capire la ricaduta delle nostre azioni o di quelle degli altri. In altre parole: capire l’economia e diventare responsabili di noi stessi.

Ma quanto può pesare la nostra azione? Tantissimo.

Prendiamo un esempio abbastanza eclatante: nel 2011 la McDonald è approdata in Bolivia. Per farlo ha usato tutti i mezzi (potenti) di una multinazionale del suo calibro. Inoltre ha dovuto incassare i permessi del governo boliviano per poter aprire i suoi spazi vendita. Aveva tutte le carte in regola per vincere. Solo che i cittadini boliviani non hanno gradito e hanno manifestato il loro non gradimento in modo totalmente non violento ma assolutamente “economico”. Non hanno acquistato i prodotti McDonald e, alla fine, la McDonald ha abbandonato la Bolivia.

Una grande corporazione è stata battuta non dalle leggi di un governo, non da manifestazioni di piazza, è stata battuta dalla scelta, dall’azione economica dei boliviani.

Questo ci mostra chiaramente perché l’azione umana, e non qualche astrusa entità incomprensibile, sia il cardine del pensiero economico. Quello che la scienza economica analizza è l’azione umana. Niente di più. Non la motivazione. La motivazione appartiene all’etica ed è molto più sfuggente e difficile da decifrare. L’azione economica invece è evidente e tangibile.

La scienza economica, nell’esempio che abbiamo riportato di Mc Donald in Bolivia, non analizza la motivazione che ha portato i boliviani a boicottare la corporation, che potrebbe essere ostilità alle grandi multinazionali o semplicemente il fatto che a loro gli hamburger McDonald non piacevano, ma analizza l’azione (astensione dal consumo), e le conseguenze che ne sono derivate (chiusura dell’attività).

Possiamo dire tranquillamente, che l’azione economica è essenzialmente democratica. Con i miei soldi, pochi o tanti che siano, io decido chi premiare e chi punire. Assegno un voto chiaro ed incontrovertibile.

Studiando l’economia diamo a noi stessi gli strumenti necessari per capire il mondo intorno a noi e per imparare a esercitare consapevolmente le nostre scelte. A determinare la nostra vita e il nostro futuro. Senza bisogno di intermediari che, con la scusa di proteggerci, in realtà, limitano pesantemente la nostra libertà.



COS'È IL MERCATO?

Da quando la crisi del sistema economico falsamente libero, ma in realtà totalmente regolamentato da gruppi di potere interconnessi ( banche, grandi multinazionali, burocrazie e governi), in cui viviamo è esplosa nel 2008, anche le persone comuni, trovandosi improvvisamente impoverite, hanno cominciato ad interessarsi del mercato. Anzi del “Mercato”. Le virgolette e l’iniziale maiuscola sono stati aggiunti dagli esperti, per mantenere un po’ di sacro terrore nella mente della gente comune. Il “Mercato” è ancora, nell’immaginario collettivo, un mostro sconosciuto, che solo i suoi sacerdoti capiscono. E’ un’entità nebulosa e terrificante. Che la persona comune non può comprendere.

In realtà, molto più semplicemente, il mercato è la somma delle azioni economiche che le singole persone compiono. Nell’esempio sopra citato,” il mercato boliviano ha decretato il fallimento della McDonald nel paese”. Suona molto tecnico vero?

Provate a dire: ai boliviani non è piaciuto McDonald e non ci sono andati a mangiare, così i punti vendita hanno chiuso per fallimento. Suona molto più terra terra vero? Ma è la stessa cosa.

Chi vuole manipolare la vostra vita, chi vuole usarvi come pedine su uno scacchiere, ammanta semplici verità con grandi parole, in modo da spaventarvi e da convincervi a lasciare in mano loro, che sono esperti, che capiscono, il vostro destino, quello della vostra famiglia, del vostro paese e, in ultima analisi, del mondo.

Non credete a chi dice che viviamo in un’epoca di libero mercato. Gli “esperti” che lo dichiarano sono proprio i nemici del libero mercato, quelli che da una popolazione consapevole, sicura dei propri diritti e libera di esercitarli, verrebbero messi in carcere di massima sicurezza come persone pericolose per la società.

Il regime in cui viviamo è un “crony capitalism”, nel quale stati sempre più invasivi promulgano leggi per favorire questo o quel gruppo di potere con cui sono strettamente collusi. Il mondo intero sta vivendo in una fase di oligarchia più o meno evidente. Ed è proprio la soppressione dei diritti ad un libero mercato che ci ha portati alla crisi attuale.



LIBERO MERCATO E LIBERO MERCATO OSTACOLATO

Un mercato libero, senza interventi governativi non è, come vorrebbero farci credere, una giungla terribile, nella quale la gente va in giro massacrandosi a vicenda. Questa immagine ce l’hanno inculcata coloro che hanno interesse a pilotare le nostre scelte per il loro interesse personale (o corporativo). Solo per quello ci vogliono convincere che le regolamentazioni economiche sono fatte per proteggere i cittadini

dagli abusi. In realtà un mercato libero è semplicemente un mercato nel quale ognuno di noi ha il diritto di spendere i propri soldi (e quindi esercitare il proprio potere decisionale) come vuole. Liberamente.

Per fare un esempio di fantasia (ma non tanto, purtroppo, se guardate intorno a voi vedrete tantissimi esempi di “sostegno” di aziende fallimentari) in un mercato manipolato, lo stato può decidere che i posti di lavoro che McDonald ha creato in Bolivia, sono importanti e quindi decidere di usare i soldi delle tasse dei cittadini boliviani per sostenerne i punti vendita. Cosa significa questo? Che i cittadini hanno democraticamente “votato” contro Mc Donald (non spendendo i loro soldi in hamburger e patatine) mentre il governo, contro la volontà popolare, con soldi estorti ai cittadini stessi con le tasse, mantiene in vita i ristoranti McDonald per un fumoso “Miglior Bene Comune” cioè alcuni posti di lavoro. In questo esempio di fantasia lo stato, arbitrariamente, decide di appropriarsi dei soldi dei suoi cittadini per andare contro la loro volontà. Non solo. Decide di togliere fondi ad altre attività che soddisfano il gusto o i bisogni dei suoi cittadini. Come?

Diciamo che Tizio paga le tasse. Il governo, per sostenere la McDonald deve aumentare le tasse di Tizio, poniamo, di $200. Considerate le tasse pagate dall’intera popolazione diciamo che $2 milioni vengono spesi in questo modo. Dollari che i cittadini boliviani avrebbero potuto spendere, ad esempio, in vestiti. Quindi quei $2 milioni vengono sottratti, dall’azione dello stato, alle aziende di vestiti. Sostenendo l’attività dei McDonald lo stato va contro la libera volontà dei suoi cittadini per ben due volte: sostiene un’attività che ai cittadini boliviani non piace e ne impoverisce una che ai cittadini boliviani piacerebbe (facendo eventualmente sparire posti di lavoro nelle aziende di abbigliamento). Per quanto riguarda i posti di lavoro “salvati” dall’intervento... quanti posti di lavoro questo stesso intervento ha impedito di creare nell’industria dell’abbigliamento? Ogni azione che compiamo ha dei risultati invisibili. Anche le azioni dello stato.

Quando dei burocrati o dei politici decidono di regolamentare il mercato, la loro azione potrà essere più o meno ampia. Ma difficilmente sarà di beneficio per la popolazione. Questo perché i burocrati/politici di turno, decideranno le loro azioni di controllo in base alle loro pulsioni/interessi, che, per forza di cose, non possono rappresentare i desideri della varia umanità che pretendono di amministrare. Di conseguenza creeranno una distorsione del mercato, che, prima o poi, porterà ad un disastro.

Un esempio classico di cosa succede ad un mercato fortemente regolamentato è il crollo dell’URSS.

Senza contare che un mercato regolamentato porta ad episodi di corruzione inimmaginabili in un mercato libero. Guardatevi intorno e troverete una quantità di esempi infinita...

Perché il mercato regolamentato crea disastri e corrompe la società?

Prendiamo un esempio recente: la bolla immobiliare spagnola.

Le banche spagnole prestavano denaro troppo facilmente, basandosi sul supporto economico di cui hanno potuto godere entrando nella UE (Unione Europea) , così i costruttori, che rischiavano poco o nulla, hanno costruito molto più di quanto fosse possibile far assorbire dal mercato (la gente) confidando che il denaro facile delle banche avrebbe sostenuto la situazione.

La gente, per parte sua, potendo accedere anche lei al denaro facile dei prestiti bancari, si è concessa seconde case, computer, vacanze, cullandosi in un’illusione di ricchezza gratuita e accumulando tantissimi debiti. Perdendo il senso della realtà in modo pericoloso.

Quando la bolla immobiliare è esplosa, centinaia di migliaia di case sono rimaste invendute, posti di lavoro persi, persone che avevano comperato la casa se la sono trovata dimezzata di valore, le banche si sono scoperte in collasso per mancanza di fondi... l’intera economia spagnola si è afflosciata.

Ovvero la popolazione spagnola è finita in un disastro immane. Grazie all’impunità garantita per lungo tempo ad imprenditori incapaci e a banche diciamo poco serie da un mercato “regolamentato” dall’alto. E grazie all’uso sconsiderato dei prestiti “facili” che sono stati a disposizione di tutti per troppi anni.

Un mercato “sostenuto” da banche e governi, un mercato drogato, premia sempre ed inevitabilmente i cattivi imprenditori. E corrompe le popolazioni.

Ma il libero mercato da chi viene regolamentato?

Il mercato, quando lasciato libero si auto regolamenta. E’ un meccanismo naturale, non ha bisogno di nessun intervento.

Chi decide di diventare un investitore, o un imprenditore, prima di scegliere dove investire o cosa costruire, deve studiare il mondo che lo circonda, e deve valutare attentissimamente il rapporto costi/benefici e profitti/perdite per diminuire i suoi rischi. Esattamente come il pedone, che prima di attraversare la strada dovrà valutare l’intensità del traffico, la velocità degli autoveicoli, la sua agilità e così via.

Dovendo contare solo sulle proprie forze il nostro imprenditore/investitore sarà particolarmente attento a queste due variabili (costi/benefici e profitti/perdite) che con velocità e precisione determineranno il successo o l’insuccesso della sua impresa. Cercherà di capire cosa la gente vuole e cercherà di offrirlo ad un prezzo interessante.

Questa attenzione, dovuta al fatto che l’imprenditore che opera in un mercato libero rischia soldi suoi, eviterà il formarsi di disastri come la bolla immobiliare spagnola.

Ma cos’è che in ultima analisi determina il movimento di un mercato libero? La gente e il prezzo. Il prezzo di una merce o di un servizio rappresenta il punto di incontro tra l’imprenditore e il mercato (= la gente con i soldi da spendere), tra domanda e offerta. Tra la disponibilità di un oggetto o di un servizio e la propensione a pagare per averlo da parte della gente.

E’ il mercato, cioè la gente, che in un regime di libero scambio determina i prezzi, premia o distrugge un’azienda o un prodotto. Sposta gli equilibri. E questa libertà del mercato, cioè di noi, della gente, ad alcuni non piace. Perché le scelte libere e quotidiane di un numero enorme di esseri umani non sono pilotabili e sono totalmente imprevedibili. Chi avrebbe mai potuto pensare che i boliviani non sarebbero andati a mangiare da McDonald? Nessuno, nemmeno i boliviani stessi. Il fenomeno si è manifestato liberamente, come scelta personale di un gran numero di individui.

Come mai Apple è diventata una company ricchissima da fenomeno di nicchia che era rimasta per anni? Perché il mercato, cioè la gente, ha apprezzato la genialità innovativa di Steve Jobs.

Cosa ha permesso invece il disastro spagnolo, che ha trascinato nel baratro non solo imprenditori incapaci e senza scrupoli, ma un intero paese? La consapevolezza di questi imprenditori che non loro, ma altri avrebbero pagato per i loro errori. Non è stata colpa del libero mercato, ma di un mercato regolamentato, deviato. Corrotto.

Il libero mercato (la gente libera di “votare” con i propri acquisti cosa ama e cosa no) è una garanzia contro gli abusi, proprio per il suo carattere imprevedibile e veramente democratico. Ogni persona decide per sé stessa. Un gran numero di persone che decidono allo stesso modo fanno pendere la bilancia e decretano, ad esempio, il successo della Apple. O la chiusura dei punti vendita McDonald.

Il mercato “addomesticato”, pilotato, regolamentato da burocrati/politici è invece facilmente piegabile agli interessi di pochi privilegiati. E’ facilmente corrompibile.

Cosa pensate sia più facile? Cercare di convincere milioni di persone a comperare perché lo vogliono un IPhone o diventare miliardari senza meriti ma grazie a leggi create ad hoc da amici potenti? A scapito di imprenditori capaci, perfino geniali, ma privi di amici al governo?

E’ più facile corrompere un politico per avere leggi ad hoc o far innamorare del proprio prodotto centinaia di migliaia di persone?

La pianificazione centrale inevitabilmente premia chi lavora male, chi verrebbe punito dal mercato (= dalla gente), perché chi lavora bene non ha bisogno di mendicare l’aiuto degli amici al potere. Gli basta la sua capacità per avere successo.



LA MANO INVISIBILE DEL MERCATO

Le varie componenti di regolazione naturale del mercato, che derivano dalle libere scelte di un gran numero di persone, le concatenazioni di causa effetto che queste azioni creano, confluiscono in un unico fiume che Adam Smith, ha poeticamente definito la “mano invisibile del mercato.” I buddisti la chiamerebbero: interdipendenza dei fenomeni. I taoisti parlerebbero di “andare col tempo”. Tre modi per definire una stessa cosa.

Ognuno di noi, particelle viventi e senzienti del tessuto sociale ed economico del mondo, ha un motivo per agire, uno scopo. Lo scopo di molte di persone (in un contesto di libertà), tradotto in azione economica (acquisto di un oggetto o di un servizio), premia alcuni e punisce altri.

Chi viene premiato da un libero mercato? Chi riesce, con un prodotto o un servizio, a rispondere alle esigenze della gente, ai loro interessi, offrendolo per un prezzo che le persone percepiscono come ragionevole o addirittura conveniente.

Non c’è niente di strano o maligno in questo: è naturale. Ed è il libero mercato.

Perché le persone lavorano? Per guadagnarsi da vivere. Ognuno di noi, lavorando e spendendo per vivere, va a toccare anche le vite degli altri. Ogni persona, con la sua azione economica, spinge o rallenta i guadagni degli altri.

Se perseguita nel rispetto dei diritti altrui, spesso, la ricerca del profitto contribuisce a migliorare non solo la propria posizione economica, ma anche quella degli altri. E, spesso, la qualità della vita in generale.

Come avviene?

La storia dell’umanità è piena di esempi. Prendiamo il PC.

Qualcuno ha avuto l’idea geniale di creare un computer che anche il singolo individuo potesse permettersi. Non lo ha fatto come opera pia: ha pensato che fosse un buon affare. Ha investito energia, tempo, risorse, nel progetto. E’ riuscito a coinvolgere altre persone che hanno creduto nell’idea ed hanno investito per realizzarla. Ed ecco che oggi, 2017, il PC fa parte della nostra vita. Anzi, ne fa così parte che non riusciamo nemmeno a pensare di vivere senza. E questa invenzione ha portato cambiamenti incredibili nella società. Pensate solo ad internet! O all’uso dei computer negli ospedali, per salvare vite. A tutti i cambiamenti e le invenzioni che ne sono derivati! E quanto lavoro ha generato? Ingegneri, programmatori, operai, venditori, tecnici, insegnanti... una vera rivoluzione.

Direte: ma per fare i PC sfruttano il lavoro degli operai cinesi. Vero. Ma cos’è che permette lo sfruttamento di questa gente? Il libero mercato o un regime centralista? Se tutto il mondo fosse libero di auto determinarsi non credete che certe follie sparirebbero? Nessuno ama essere sfruttato, tutti vogliono migliorare la propria vita.

Ma per farlo la libertà è fondamentale.

Come è fondamentale la cooperazione, la specializzazione tecnologica, cioè l’unione delle energie per raggiungere una migliore produttività.

La cooperazione è uno dei parametri dell’efficienza di una economia. L’altro è il tangibile miglioramento di standard di vita della popolazione. Le due cose sono strettamente correlate.



COSA SIGNIFICA UN'ECONOMIA "EFFICIENTE"

Vi siete mai chiesti come mai, dopo millenni di crescita lenta, improvvisamente dell’ottocento in poi il mondo ha accelerato i cambiamenti? Come mai, dopo millenni di miseria diffusa, una fascia relativamente ampia della popolazione mondiale ha avuto accesso ad un tenore di vita che, nel passato, potevano a stento avere i re? Come mai, per la prima volta nella storia l’analfabetismo è regredito in maniera drammatica?

E’ stato merito di un mercato parzialmente libero. Sicuramente più libero che non sotto un feudatario carolingio, anche se, purtroppo, non “veramente” libero. E questa libertà sta scomparendo da anni divorata dal “crony capitalism”.

Libertà, desiderio di migliorare la propria condizione, creatività e cooperazione sono i fattori che hanno permesso agli esseri umani di superare ostacoli che si pensavano insormontabili. E hanno cambiato la società.

Leonard Reed, per spiegare questo concetto, ha fatto riferimento ad un oggetto banale, di uso quotidiano: la matita. In questa analogia c’è tutta l’essenza del libero mercato. Quello stesso che ha permesso a milioni e milioni di persone di migliorare in modo impensabile la qualità della propria vita. Addirittura di allungarne la durata.

Quando vi dicono che la rivoluzione industriale ha portato solo miseria e la schiavitù del lavoro in fabbrica, informatevi su quali erano le condizioni delle popolazioni pre rivoluzione industriale. Senza contare che dimenticano di dirvi che la terribile carestia del 1848-1850 colpì molto più pesantemente la popolazione dell’Irlanda, che non aveva patito “la piaga della rivoluzione industriale”, costringendo gran parte della sua gente all’esodo e non le industrializzate Inghilterra o la Scozia.

giovedì 9 novembre 2017

Crisi o stagnazione: perché la Cina non può attuare un persorso di deleveraging





di Daniel Lacalle


Le ultime cifre dell'economia cinese mostrano nel terzo trimestre una crescita del PIL del 6.8%, stranamente in linea con il mandato del governo centrale e le stime del consenso. Tuttavia non è la cosa principale che mi preoccupa. È invece l'evidenza della saturazione del debito e dei rendimenti decrescenti della pianificazione centrale.

Il debito totale cinese ha superato il 300%. Nei primi nove mesi dell'anno l'offerta monetaria è aumentata del 9.2%, significativamente al di sopra delle stime.

La Cina ha accumulato più debiti nei primi nove mesi del 2017 rispetto agli Stati Uniti, il Giappone e l'UE messi insieme.

L'aumento del debito del settore privato è una grande preoccupazione. La stragrande maggioranza delle grandi società quotate (60% dell'indice Hang Seng) ha pubblicato risultati con rendimenti significativamente inferiori al costo del capitale, secondo le cifre di Bloomberg. Secondo il Financial Times, le imprese zombie sono aumentate, poiché la crescita non riesce a colmare il debito e l'aumento degli interessi. Inoltre, in una situazione che rispecchia la sconsideratezza delle spese dei conglomerati europei nei primi anni 2000, i risultati degli investimenti esteri di capitale hanno rappresentato un contraccolpo per le multinazionali cinesi. La legione di imprese zombie del governo centrale (quelle incapaci di coprire gli interessi con gli utili operativi) è composta da 2,041 grandi aziende con un patrimonio di circa $450 miliardi.

Le preoccupazioni sulla montagna di debiti sono solo comparabili ai rendimenti pessimi in un'economia in rapida crescita. Un'occhiata all'indice Hang Seng mostra una leva del 122% (debito totale/patrimonio netto) e una leva del 17.5X tra passivi/attivi, con un ritorno sul patrimonio dell'1.33% e il rendimento sul capitale del 4.5%.

La situazione non migliora in modo significativo per settori. Anche se guardiamo a ciò che è stata chiamata "nuova economia", le imprese cinesi incoraggiano una combinazione di fondamentali economici deboli e pessima allocazione del capitale. La "nuova economia", guidata da settori ad alta produttività, è fortemente dipendente da mercati di capitali forti per finanziare la crescita tramite obbligazioni e titoli azionari. Un rapporto sorprendentemente basso all'1.74% dei prestiti non performanti è decisamente sospetto e, ad esempio, Fitch calcola che la cifra reale è dieci volte superiore a quella ufficiale. Un mercato azionario più debole e un effetto contagio dei prestiti non performanti influiscono pesantemente sui dinosauri deboli e obsoleti e sui settori nascenti e potenzialmente prosperi. Lo abbiamo visto a Taiwan, in Giappone e nell'UE.

Riuscite ad immaginare cosa accadrebbe a questi rendimenti estremamente bassi se la crescita si riducesse ad un 4% più sostenibile? Un crollo completo dell'economia. Questo è uno dei motivi per cui il governo non può e probabilmente non metterà il deleveraging tra le sue priorità, nonostante le dichiarazioni pubbliche atte a suggerire il contrario.

"La Cina richiede 6.5 unità di capitale per creare un'unità di crescita del prodotto interno lordo, il doppio del rapporto di un decennio fa", secondo UBS e il Financial Times.

La situazione peggiora con le famiglie. Il debito delle famiglie rispetto al PIL è moltiplicato di quattro volte negli ultimi dieci anni. La Cina, una volta sostenuta da un forte risparmio delle famiglie, sta affogando nel debito ed entro il 2020 il rapporto tra i pagamenti ipotecari e il reddito disponibile corrisponderà al picco negli Stati Uniti prima della crisi finanziaria.

Questa è la seconda ragione per cui la Cina non può mettere come priorità il deleveraging. L'economia cinese non è in grado di affrontare una crisi sociale se i prezzi delle case stagnano, o peggio scendono, cosa che porterà allo scoppio della bolla immobiliare. Se nel settore delle famiglie parte un domino di fallimenti e la crisi sociale diviene ingestibile, la Cina non dispone di un sistema di assistenza sociale che consenta un cuscinetto sociale.

Questi fattori rendono il deleveraging della Cina impossibile. Nella migliore delle ipotesi vedremo un aumento del debito pubblico quando il settore privato fermerà la sua strategia di "correre da fermo". Tuttavia, il debito pubblico non è piccolo. Al livello "stranamente" basso del 46.2% bisogna aggiungere le società nel settore pubblico, e allora avremo che le passività del settore pubblico portino a raddoppiare il rapporto debito ufficiale/PIL.

La Cina ha poche opzioni. La maggior parte di questi squilibri e passività sono finanziati in valuta locale dalle banche locali e il governo centrale potrebbe svalutare drasticamente la valuta, ma ciò penalizzerebbe la sua crescita economica, facendo passare l'inflazione da un livello discretamente basso (nonostante sia stimata a tre volte i tassi ufficiali) a livelli socialmente inaccettabili. La Cina ha anche un forte rapporto di risparmio, al 39%, ma questo mito è confutato dall'estensione del suo debito e dal legame con le bolle speculative e gli scarsi rendimenti. Se la Cina decide di affrontare i suoi squilibri intaccando tali risparmi attraverso la repressione finanziaria, come ha fatto il Giappone, inficerebbe enormemente la sua crescita, il consumo e farebbe finire il Paese in stagnazione.

E questo è il risultato positivo. La Cina può sopportare la fine del suo circolo vizioso di pessima allocazione del capitale, debito elevato e crescenti squilibri attraverso la stagnazione, evitando un crollo sociale e aumentando il debito pubblico. Ma è tutto ciò che può fare. Se vuole evitare una gigantesca crisi finanziaria che ripulisca il sistema e renda la crescita sostenibile, dovrà accettare la stagnazione zombificata in cui sono finite l'Europa, il Brasile e il Giappone. Non esiste una soluzione magica che risolva questi enormi squilibri, pur offrendo una crescita mondiale.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


mercoledì 8 novembre 2017

Quel taglio di bilancio che ripristinerebbe la libertà





di Gary North


Ogni cittadino guidato dall'ideologia ha in mente una legge che vorrebbe vedere approvata, il problema è che non c'è accordo su quale dovrebbe essere.

Tutti abbiamo il nostro piano preferito, il nostro proiettile d'argento.

In un articolo sul sito di Lew Rockwell del maggio 2000, presentai le tre leggi che implementerei. Sin da allora ho pubblicato circa 1,700 articoli. Il sito non li enumera più, quindi non sono sicuro di quanti siano. L'articolo era intitolato: "Ripristinare la libertà con tre brevi leggi".

Potete leggerlo qui: https://francescosimoncelli.blogspot.it/2011/09/ripristinare-la-liberta-con-tre-brevi.html

Come scrissi allora, le consideravo non utopistiche. Quale riforma sceglierei se volessi essere davvero utopistico?

Dovendo decidere quale debba essere, ho in mente una pratica del governo degli Stati Uniti che è intrinsecamente messianica. È ampiamente accettata e identifica il governo degli Stati Uniti come un semi-dio. Se fosse vietata, ridurrebbe il governo federale all'autorità che aveva nel 1860.

La frase chiave è "ampiamente accettata". Ciò identifica la cessione della libertà. Identifica una pratica che non è controversa, ma è difatti la leva fondamentale del potere del governo federale sugli elettori. Deve essere una pratica su cui nessuno ci pensa due volte.

Murray Rothbard la identificò come il tallone d'Achille dello stato.

La maggior parte delle persone sa che cosa sia un tallone d'Achille. È una metafora che deriva dalla mitologia greca.

Avete capito qual è questa pratica?

La raccolta delle statistiche da parte del governo centrale.



ROTHBARD SULLE STATISTICHE DEL GOVERNO CENTRALE

Nel 1961 Rothbard scrisse un articolo per la Foundation for Economic Education: "Statistica: Il tallone d'Achille dello stato". Identificò egregiamente la natura della pianificazione statale. Per giustificare qualsiasi tipo di pianificazione, i burocrati devono avere accesso alle statistiche. Se non fosse per queste ultime, nessuno crederebbe che i burocrati in un'agenzia governativa abbiano la capacità di pianificare gran parte di tutto.

Sosteneva che non esiste alcuna giustificazione per le statistiche raccolte dallo stato. I cittadini devono pagare questa raccolta mediante la tassazione. Inoltre sono costretti a fornire i dati. Ecco alcuni dei punti salienti dell'articolo.

Mentre le agenzie private e le associazioni di categoria raccolgono e rilasciano alcune statistiche, sono limitate a specifici bisogni di settori specifici. La stragrande maggioranza delle statistiche sono raccolte e diffuse dallo stato. Le statistiche generali dell'economia, tra cui il famoso "prodotto nazionale lordo" che permette ad ogni economista di essere un indovino delle condizioni di business, provengono dallo stato.

Inoltre, molte statistiche sono sottoprodotti di altre attività statali: dal Bureau delle Entrate arrivano i dati fiscali, dai dipartimenti delle indennità di disoccupazione arrivano le stime dei disoccupati, dagli uffici doganali arrivano i dati sul commercio estero, dalla Federal Reserve arrivano statistiche sulle banche, e così via. E non appena vengono sviluppate nuove tecniche di statistica, vengono create nuove divisioni di dipartimenti governativi per affinarle ed usarle.

La fioritura di statistiche statali propone una serie di mali al libertario. In primo luogo, è evidente che troppe risorse vengono incanalate nella raccolta delle statistiche e nella produzione di statistiche. Dato un mercato totalmente libero, la quantità di lavoro, terra, capitale e risorse dedicate alle statistiche sarebbe concentrata in una piccola frazione del totale presente. E' stato stimato che il solo governo federale spende più di $48 milioni in statistiche, e che il lavoro statistico si avvale dei servizi di oltre 10,000 dipendenti civili a tempo pieno.

Costi nascosti

In secondo luogo, la grande massa di dati statistici viene raccolta mediante la coercizione dello stato. Ciò significa non solo che sono il prodotto di attività sgradite; ma significa anche che il vero costo di queste statistiche per il pubblico americano è molto più grande della semplice somma del denaro speso dalle agenzie governative. Il settore privato, e il consumatore privato, deve sostenere i costi onerosi dell'archiviazione dei documenti che richiedono queste statistiche. Non solo; questi costi fissi impongono un carico relativamente grande sulle piccole imprese, che sono mal equipaggiate per gestire le montagne di burocrazia che si riversano su di loro. Quindi, queste statistiche apparentemente innocenti paralizzano la piccola impresa e contribuiscono ad irrigidire il sistema imprenditoriale americano.

Ma queste statistiche non sono utili alla popolazione? Non forniscono informazioni che possiamo usare per rendere il nostro processo decisionale più efficiente? No.

Il singolo consumatore, nei suoi giri quotidiani, ha bisogno poco delle statistiche; attraverso la pubblicità, attraverso le informazioni di amici ed attraverso la propria esperienza, scopre cosa sta succedendo nei mercati intorno a lui. Lo stesso vale per le aziende. L'imprenditore deve inoltre studiare il suo particolare mercato, determinare il prezzo che deve pagare per quello che compra e farsi pagare per quello che vende, impegnarsi nella contabilità per stimare i costi, e così via. Ma nessuna di queste attività è davvero dipendente dall'omnium gatherum dei fatti statistici sull'economia di cui si ciba il governo federale. L'imprenditore, come il consumatore, conosce e impara a conoscere il suo mercato di riferimento attraverso la sua esperienza quotidiana.

Poi è arrivato al cuore della questione.

Le statistiche sono gli occhi e le orecchie del burocrate, del politico, del riformatore socialista. Solo attraverso le statistiche possono sapere, o almeno farsi una vaga idea, di quello che sta accadendo nell'economia. . . .

Il piano generale

Sicuramente è solo mediante le statistiche che il governo federale può operare tentativi irregolari per pianificare, regolare, controllare o riformare vari settori — o imporre la pianificazione centrale e la socializzazione su tutto il sistema economico. Se il governo non ricevesse alcuna statistica sul mondo ferroviario, ad esempio, come potrebbe solamente iniziare a regolare le tariffe ferroviarie, le finanze e gli altri affari? Come potrebbe imporre controlli sui prezzi, se non sapesse nemmeno quali merci vengono vendute sul mercato, e a che prezzi? Le statistiche, per ripetere, sono gli occhi e le orecchie degli interventisti: del riformatore intellettuale, del politico, e del burocrate del governo. Rimuovete questi occhi e orecchie, oscurate tali sentieri verso la conoscenza, e tutta la minaccia di un intervento del governo sarà quasi completamente eliminata. . . .

Sicuramente l'assenza di statistiche distruggerebbe immediatamente qualsiasi tentativo di pianificazione socialista. E' difficile vedere, per esempio, come i pianificatori centrali del Cremlino potrebbero pianificare la vita dei cittadini sovietici, se fossero privati ​​di tutte le informazioni, e di tutti i dati statistici, di questi cittadini. Lo stato non saprebbe nemmeno a chi dare ordini, tanto meno cercare di pianificare un'economia complessa.

Così, in tutta la selva di misure che sono state proposte nel corso degli anni per controllare e limitare lo stato o abrogare i suoi interventi, la semplice e poco spettacolare abolizione delle statistiche pubbliche sarebbe probabilmente quella più efficace. La statistica, vitale per lo statalismo, è anche il suo tallone d'Achille.

Questa è roba buona, ma Rothbard non sottolineò una cosa: sono concetti inevitabili. Non è mai una questione riguardante un tallone d'Achille a caso, ma quello di chi.

Gli elettori di tutto il mondo hanno ceduto la loro libertà alla pianificazione centrale. La loro volontà di consentire ai governi centrali di raccogliere le statistiche ha portato alla loro silenziosa fine nelle mani dello stato messianico. Se si fossero organizzati per fermare la raccolta delle statistiche, lo stato moderno keynesiano non sarebbe esistito.

I difensori dello stato messianico hanno scoccato una freccia avvelenata alla libertà della cittadinanza. I cittadini dovrebbero restituire il favore.



LO STATO MESSIANICO

I burocrati nelle agenzie governative che tentano di pianificare l'economia, o qualsiasi altra cosa nella società, si basano solamente sulla supposizione che posseggano il potere di Dio.

Potreste pensare che io stia esagerando e invece non è così. I teologi dicono che ci sono attributi incomunicabili di Dio. Tre di essi sono: l'omniscienza, l'onnipotenza e l'onnipresenza.

I pianificatori governativi operano sul presupposto che la loro capacità di raccogliere statistiche e valutarle, li colloca nella posizione di una divinità onnisciente. Essi ritengono che i dati statistici raccolti coercitivamente siano l'equivalente umana della conoscenza di Dio. In secondo luogo, utilizzano la minaccia della coercizione per dirigere la produzione e la distribuzione nell'economia. Qui imitano l'onnipotenza di Dio. In terzo luogo, inviano agenti per segnalare le attività delle persone. Questo completa la triade degli attributi incomunicabili di Dio: onnipresenza.

La pianificazione centrale moderna è messianica. È quindi una minaccia per le nostre libertà. È anche una minaccia per la nostra produttività economica futura. Lo stato ha bisogno di potere e risorse per dirigere l'economia. Le risorse vengono raccolte dalla popolazione. La ricchezza che sarebbe stata utilizzata per la produttività personale e il consumo personale, viene invece trasferita allo stato. I burocrati utilizzano questa ricchezza per dirigere la produttività lungo le linee da loro approvate. Pensano che siano immuni da rappresaglie pubbliche, e in genere questo è vero.



ANDARE ALLA CIECA

Rothbard colse il punto nel suo saggio: senza statistiche, i pianificatori centrali sono ciechi. Naturalmente anche Mises colse questo punto nel 1920 dicendo che, anche con le statistiche, la pianificazione economica socialista è intrinsecamente irrazionale. Non ci sono prezzi per guidare i pianificatori. Non esistono mercati di capitali che producano prezzi affidabili. Scrisse tutto questo nel saggio, "Economic Calculation in the Socialist Commonwealth". Ma la maggior parte delle persone non ha mai letto questo saggio, e per 70 anni la grande maggioranza degli economisti che ne ha sentito parlare, l'ha liquidato come irrilevante. Poi, nel 1991, l'Unione Sovietica andò in bancarotta. Si scoprì che Mises aveva ragione.

I pianificatori centrali vanno alla cieca. Il problema è questo: la popolazione non capisce quanto i pianificatori centrali siano davvero ciechi. Non comprende il problema teorico del calcolo economico socialista, ma comprende i burocrati. La popolazione sa che queste persone non sono note per la loro efficienza o buon senso. La maggior parte degli elettori crede che il governo centrale abbia una certa capacità di pianificare l'economia, ma se viene rimossa la foglia di fico delle statistiche, nessuno gli crederebbe più. Ecco perché la foglia di fico deve essere rimossa.

Senza statistiche, i pianificatori centrali sono come le tre scimmiette: sordi, stupidi e ciechi.



CONCLUSIONE

Le statistiche sono il tallone d'Achille. Oggi sono il tallone d'Achille degli elettori. Lo stato usa questa debolezza contro di loro. Il ripristino della libertà richiede che gli elettori rinsaviscano e che scocchino la freccia avvelenata nel tallone delle agenzie governative che raccolgono statistiche direttamente o indirettamente.

Per ripristinare la libertà, i bilanci delle agenzie governative devono essere tagliati. Il miglior modo possibile per ridurre il bilancio di qualsiasi agenzia statale è quello di tagliare il 100% del budget dedicato alla raccolta di statistiche o alla loro acquisizione. Il reparto statistico delle agenzie dovrebbe essere eliminato. Il compenso di quest'azione sarebbe maggiore rispetto a qualsiasi altra singola modifica del governo civile moderno.

Pertanto se dovessi abolire un'agenzia statale, non sceglierei l'Internal Revenue Service bensì il Bureau of the Census.

Sarebbe sostituito da un nuovo dipartimento. Avrebbe una sola funzione: raccogliere dati su quante persone risiedono in ogni stato. Queste informazioni potrebbero essere utilizzate per un solo scopo: determinare la rappresentazione di ogni stato alla Camera.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/