venerdì 13 gennaio 2017

Perché la Legge di Say è sempre vera





di Alasdair Macleod


Uno dei miei lettori abituali ha sollevato il tema importante riguardo la Legge di Say, concetto che monetaristi e keynesiani amano negare. Devono etichettare come falso questo assioma fondamentale per giustificare lo stimolo della domanda aggregata da parte dello stato. O la Legge di Say è giusta e l'intervento dello stato è economicamente distruttivo, o se è sbagliata allora gli economisti moderni hanno ragione ad ignorarla.

La base teorica dei post-keynesiani riguardo lo stimolo economico presume una disconnessione tra consumo e produzione, e la risposta corretta è un intervento dello stato affinché rilanci la carenza di domanda. È una spiegazione reiterata riguardo il crollo degli anni '30. Ovviamente, secondo questo ragionamento, la Legge di Say dovrebbe essere scartata.

Questo articolo rivisita questo argomento, spiega dove Keynes aveva storto, ridefinisce la Legge affinché includa il denaro come merce, e spiega perché il lato dell'offerta è meno distruttivo rispetto alla gestione della domanda. La Legge di Say è fondamentale per capire il motivo per cui è fallimentare l'intervento dello stato per rilanciare la domanda economica e perché ci ha portato alla crisi attuale.



Un po' di storia

La Legge di Say venne enunciata da un uomo d'affari ed economista francese, Jean-Baptiste Say, che la scrisse nei primi anni del 1800:

«Un prodotto terminato offre da quell'istante uno sbocco ad altri prodotti per tutta la somma del suo valore. Difatti, quando l'ultimo produttore ha terminato un prodotto, il suo desiderio più grande è quello di venderlo, perché il valore di quel prodotto non resti morto nelle sue mani. Ma non è meno sollecito di liberarsi del denaro che la sua vendita gli procura, perché nemmeno il denaro resti morto. Ora non ci si può liberare del proprio denaro se non cercando di comperare un prodotto qualunque. Si vede dunque che il fatto solo della formazione di un prodotto apre all'istante stesso uno sbocco ad altri prodotti.»[1]

Val la pena ricordare le circostanze dietro la conoscenza di Say. Egli non solo visse durante la rivoluzione francese e le guerre napoleoniche, ma ebbe esperienza anche di due crolli iperinflazionistici, prima gli Assegnati e poi i Mandati. La Francia aveva anche sofferto per il crollo della cartamoneta di John Law nel 1720. Pertanto Say era consapevole del fatto che il denaro può essere altamente deperibile, e aveva osservato che le persone lo utilizzavano solo come ponte provvisorio tra la loro produzione e il loro consumo.

La Legge di Say non richiede un gold standard o una moneta sonante come qualcuno potrebbe pensare. Si tratta di un principio fondamentale di tutta l'umanità che l'economia sia caratterizzata dalla divisione del lavoro, condizione principale dietro suddetta Legge. Il mercato è un ambiente libero per gli scambi di beni e servizi in generale, motivo per cui la Legge di Say è a volte indicata come legge dei mercati, ma va notato che essa si applica anche ad un'economia di comando che sopprime la libertà personale.

Il primo tentativo di confutare la Legge di Say venne portato avanti da Malthus nel suo Principles of Political Economy (1820). Questo tentativo venne sconfessato con successo da David Ricardo e altri, quindi da allora in poi la Legge di Say venne ampiamente accettata. L'economista che alla fine rovesciò tale Legge fu Keynes nella sua Teoria Generale.[2] Andava dicendo che avesse confutato la Legge di Say. Keynes dovette affrontare questa realtà e l'attaccò molto presto nel suo libro, sdoganandola in circa quattro pagine (Capitolo 3.1).



Le ipotesi di Keynes

Keynes ha dapprima attaccato la Legge di Say indirettamente, in quella che definì la teoria classica del rapporto dell'occupazione, che secondo lui si basava su due postulati. Il primo: il salario è uguale al prodotto marginale del lavoro; e il secondo: l'utilità del salario quando viene impiegato un dato volume di occupazione è uguale alla disutilità marginale di quella quantità di posti di lavoro. Ma la veridicità, o meno, di queste affermazioni non ha nulla a che fare con la Legge di Say. Keynes non fece altro che raggirarci ed evitare di affrontare la questione centrale.

Quando ci spostiamo al tema successivo, il principio della domanda effettiva (Capitolo 3.1), conclude il suo attacco affermando che:

Quindi la Legge di Say, secondo cui il prezzo della domanda aggregata della produzione nel suo complesso è pari al prezzo dell'offerta aggregata per tutti i volumi di produzione, afferma praticamente che non vi è alcun ostacolo alla piena occupazione.

Questa affermazione travisa del tutto la Legge di Say. Non si trattava del prezzo della domanda aggregata della produzione, né del prezzo dell'offerta aggregata per tutti i volumi di produzione, e nemmeno dell'occupazione. Keynes fece ricorso alla fallacia dell'uomo di paglia. È opportuno ribadire che la Legge di Say, in realtà, dice quanto segue, in un linguaggio che anche un bambino possa capire e un economista non possa negare:

"In ogni transazione vi è un acquirente ed un venditore. Pertanto un'economia dev'essere composta in parti uguali da acquirenti e venditori. Il denaro è una merce che facilita le loro transazioni e permette loro di vendere beni, servizi e lavoro. La quantità di denaro è irrilevante per questa legge, perché esso è un bene funzionale proprio come qualsiasi altra cosa che viene comprata e venduta."

Si noti che la mia definizione modificata include il denaro come un bene economico, mentre quella di Say no, ma la sua inclusione non la inficia. Semmai la rafforza, chiarendo che non ci sono eccezioni. La definizione di Say per quanto riguarda il denaro, come qualcosa che poteva essere posseduta in fretta, probabilmente era vera nella sua epoca. Ciò non tiene conto del fatto che il denaro di per sé ha un valore d'uso, allo stesso modo di qualsiasi altro bene economico, in questo caso rappresenta il deposito temporaneo dello sforzo e del lavoro.

La descrizione semplicistica della Legge di Say da parte di Keynes è sciocca, poiché esclude del tutto il denaro. Tuttavia, in circostanze normali, il possesso di denaro fisico da parte della popolazione rimane stabile in forma aggregata, il che significa che l'elemento non monetario nell'economia può essere considerato come un passaggio dal prodotto al consumo. Le circostanze in cui questo assetto potrebbe cambiare sono in realtà piuttosto limitate, con le persone che opterebbero per aumentare i saldi bancari invece di possedere denaro fisico in caso di recessione economica. Ed i saldi bancari vengono trasferiti ai mutuatari che li spendono. Se ciò non accade si tratta di un problema bancario o commerciale, derivante di solito dalla distruzione del credito falso e non da un problema con la Legge di Say.



Domanda & gestione dell'offerta

C'è una differenza fondamentale tra oliare gli ingranaggi dell'economia attraverso lo stimolo della domanda, che è stato l'approccio di Keynes, e stimolare l'offerta. Stimolare la domanda mediante l'inflazione monetaria può avere un effetto benefico temporaneo, il quale viene invertito dal ciclo del credito. L'inflazione monetaria volta a convincere la gente a spendere di più significa ingannare tutte le persone, cosa che non può continuare per sempre.

I relativi tentativi finiscono per innescare un ciclo economico indotto dal credito, in cui il boom è seguito dal bust. Il boom è la fase in cui la popolazione viene ingannata e il bust è la fase in cui lo capisce. Sebbene gli stati possano giocare a questo gioco e dimostrare che in una parte del ciclo del credito hanno stimolato i consumi e pertanto la Legge di Say sarebbe falsa, se si considera l'intero ciclo alla fine la Legge di Say risulta essere valida.

Sin dai tempi di Keynes questi interventi ripetitivi non sono mai stati abbandonati, nonostante gli economisti del dopoguerra abbiano insistito sul fatto che la loro comprensione e la gestione della domanda nel tempo siano migliorate. Sono questi stessi economisti che si rifiutano di riconsiderare la loro posizione riguardo la Legge di Say. A loro modo di vedere non è più un'opzione realistica, perché le conseguenze economiche di abbracciare nuovamente tale Legge potrebbero far crollare l'intero sistema finanziario.

In alternativa, stimolare la produzione mediante la spesa pubblica funziona in accordo con la Legge di Say, e non contro, perché lo stato diventa chiaramente un cliente del settore privato. Il trasferimento delle merci è dai produttori allo stato, il quale diventa a tutti gli effetti un consumatore. Possiamo mettere in discussione la saggezza dietro la spesa pubblica e il fatto che rappresenti una distribuzione artificiale delle risorse nazionali. Possiamo criticare i programmi pubblici per quanto riguarda l'occupazione e le cattedrali nel deserto, e sappiamo che quelle che vengono spesso definite come politiche dal lato dell'offerta sono viziate per altri motivi. Ma come mezzo d'intervento economico è preferibile al tentativo di gestire la domanda, solo sulla base che non sia in conflitto con la Legge di Say.

Le politiche che mirano al solo lato dell'offerta non portano automaticamente ad un ciclo economico indotto dal credito, mentre con la gestione della domanda questo risultato è praticamente garantito. Ma ciò necessita di un piano B e in che modo lo stato possa ridurre il proprio coinvolgimento nel settore delle infrastrutture, nella spesa per la difesa e in interventi simili, senza conseguenze negative. Ma questa è una questione che va al di là della Legge di Say.



Ulteriori implicazioni

Dovrebbe essere chiaro, grazie alla mia definizione semplificata della Legge di Say, che la sua negazione da parte di Keynes era impossibile, e che la nuova economia di Keynes era costruita su un errore fondamentale: negare il fatto indiscutibile che in ogni transazione c'è un acquirente ed un venditore. Va da sé che un'economia funzionante dipende da acquirenti e venditori che sono reali, merci e denaro che sono ampiamente accettati. Dopo aver stabilito questo punto, possiamo passare alle implicazioni, le quali possono essere riassunte nelle seguenti proposizioni.

  1. Produciamo beni e servizi che possiamo consumare noi stessi, e le eccedenze le venderemo ad altri affinché ci permettano di acquisire le cose che non produciamo.

  2. Non dobbiamo consumare tutta la nostra produzione, ma possiamo venderla agli altri, in modo da poter acquisire i beni ed i servizi di cui abbiamo bisogno o che desideriamo.

  3. Il consumo comprende anche il consumo differito, e la parte riguardante il consumo che viene posticipato è irrilevante per la Legge, perché i proventi della produzione sono spesi da qualcun altro.

  4. Non dobbiamo per forza di cose coinvolgere anche il denaro, e la Legge copre anche il baratto.

  5. Chiunque acquista beni e servizi da altri, senza produrre qualcosa in precedenza, deve acquisire i mezzi da qualcun altro, il quale ha prodotto beni e servizi eccedenti il proprio consumo.

  6. La Legge di Say si applica a tutti gli attori economici, tra cui anche lo stato.

Queste proposizioni dovrebbero essere auto-evidenti. Per amplificare l'ultima, val la pena notare che la Legge di Say si applica tanto in un'economia di comando quanto in un'economia di mercato. Se lo stato funge da canale per la produzione e la distribuzione dei beni, non può evitare il fatto che tale produzione è vincolata alla Legge di Say, così come in un libero mercato, perché lo stato non può ignorare la realtà della divisione del lavoro.

Keynes poteva essere a conoscenza delle proprie contraddizioni, perché spostò il suo attacco ai risparmiatori che s'astenevano dal consumo. La spesa non è trattenuta (Proposizione 3), perché il denaro risparmiato viene riciclato attraverso il sistema finanziario a qualcun altro che lo prende in prestito e poi lo spende. Il denaro viene speso per altre cose, questo è tutto.



Conseguenze del post-keynesismo

Prendendo un sottoinsieme dell'economia, i dipendenti ed il loro ruolo, Keynes ignorò un'applicazione più ampia della Legge. Senza questo artificio, non sarebbe stato in grado di separare la domanda aggregata dal consumo aggregato, e quindi pretendere condizioni in cui la domanda aggregata sarebbe stata insufficiente rispetto all'offerta potenziale. Secondo lui questa era la spiegazione alla Grande Depressione degli anni '30 e la motivazione alla base della sua Teoria Generale. Come accennato in precedenza, sostenne su basi infondate che se la Legge di Say era valida, allora non sarebbe potuta esistere disoccupazione di massa in quel momento.

Abbiamo già affrontato le ipotesi di Keynes riguardo la Legge di Say a tal proposito. La disoccupazione di massa degli anni '30 non aveva niente a che fare con la Legge di Say. Fu la conseguenza naturale di un'espansione del credito nel decennio precedente. Tuttavia il consumo totale diminuì, ma anche l'offerta totale. Anche se le statistiche non potranno mai catturare il quadro completo, la Legge di Say rimase valida per tutto quel periodo di massiccia disoccupazione.

I disoccupati dovevano vivere alla giornata, ma non erano assenti dall'economia, come invece diceva Keynes (Proposizione 5). Spendevano quel poco che incameravano. Zuppe e beni simili di prima necessità erano prodotti e consumati senza denaro (Proposizione 4). La carità è il processo mediante il quale i proventi della produzione, di un tipo o di un altro, sono distribuiti ai poveri (Proposizione 5, di nuovo). Allo stesso modo, le distribuzioni del welfare state (Proposizione 5) sono finanziate con la produzione di altri attraverso la tassazione e la svalutazione monetaria. Il trasferimento dalla produzione al consumo avviene con o senza denaro.

Gli economisti mainstream di oggi che negano la verità enunciata da Say, vivono in un mondo a parte. La verità, esposta da Hayek che lo conosceva di persona, è che Keynes sapeva poco di economia.[3] La sua Teoria Generale, dalle prove di Hayek e dall'analisi in questo articolo, è solamente un'enorme bufala che l'establishment ha abbracciato a causa della sua promessa. La classe politica è stata completamente catturata dai suoi temi, vedendoli come una giustificazione per l'intervento economico da parte dello stato. Gli economisti mainstream, che devono la loro professione a quei temi, hanno scritto sempre più documenti per giustificare l'economia keynesiana e monetarista.

È davvero triste che la Francia abbia voltato le spalle alla saggezza di Say, insieme ad altri economisti francesi del XIX secolo, optando invece per un cocktail letale tra Marx e Keynes.

Negare la realtà della Legge di Say è la base delle politiche statali e delle banche centrali, in tutto il mondo. In tale diniego troviamo il motivo principale per cui queste politiche stanno fallendo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] A Treatise on Political Economy – J. B. Say, 1803, tradotto da C. R. Princep, 1855. http://www.econlib.org/library/Say/sayT15.html

[2] Teoria Generale dell'Occupazione, dell'Interesse della Moneta, J. M. Keynes, 1936.

[3] Si veda l'intervista di Hayek con Leo Rosten, settembre 1975. https://www.youtube.com/watch?v=y8l47ilD0II

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3 commenti:

  1. "La verità, esposta da Hayek che lo conosceva di persona, è che Keynes sapeva poco di economia."
    SACRILEGIO!
    Il sottoscritto ama i sacrilegi contro il pensiero satanico: l'economia ne è pervasa.
    Ribaltare la legge di Say equivale a dire che lo stato, o in generale un soggetto generatore di domanda, venga prima degli esseri umani, soggetti generatori sia di domanda che di offerta.
    Il ribaltamento della verità con la menzogna e viceversa è ciò che nel vangelo è chiamato peccato contro lo spirito.
    E questo la dice lunga sulla condizione di molti cristiani oggigiorno.
    Sono satanisti senza saperlo.

    Riccardo Giuliani

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  2. Le castronerie di Keynes hanno avuto successo perché hanno trovato un pubblico "interessato": i gestori del potere e tutti i percettori di briciole redistribuite dal potere.

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  3. Tutti, o fratello Gallione, vogliono vivere felici, ma quando poi si tratta di riconoscere cos'è che rende felice la vita, ecco che ti vanno a tentoni; a tal punto è così poco facile nella vita raggiungere la felicità, che uno, quanto più affannosamente la cerca, tanto più se ne allontana, per poco che esca di strada; che se poi si va in senso opposto, allora più si corre veloci e più aumenta la distanza. Perciò dobbiamo prima chiederci che cosa desideriamo; poi considerare per quale strada possiamo pervenirvi nel tempo più breve, e renderci conto, durante il cammino, sempre che sia quello giusto, di quanto ogni giorno ne abbiamo compiuto e di quanto ci stiamo sempre più avvicinando a ciò verso cui il nostro naturale istinto ci spinge. Finché vaghiamo a caso, senza seguire una guida ma solo lo strepito e il clamore discorde di chi ci chiama da tutte le parti, la nostra vita si consumerà in un continuo andirivieni e sarà breve anche se noi ci daremo giorno e notte da fare con le migliori intenzioni. Si stabilisca dunque dove vogliamo arrivare e per quale strada, non senza una guida cui sia noto il cammino che abbiamo intrapreso, perché qui non si tratta delle solite circostanze cui si va incontro in tutti gli altri viaggi; in quelli, per non sbagliare, basta seguire la strada o chiedere alla gente del luogo, qui, invece, sono proprio le strade più frequentate e più conosciute a trarre maggiormente in inganno. Da nulla, quindi, bisogna guardarsi meglio che dal seguire, come fanno le pecore, il gregge che ci cammina davanti, dirigendoci non dove si deve andare, ma dove tutti vanno. E niente ci tira addosso i mali peggiori come l'andar dietro alle chiacchiere della gente, convinti che le cose accettate per generale consenso siano le migliori e che, dal momento che gli esempi che abbiamo sono molti, sia meglio vivere non secondo ragione, ma per imitazione. Di qui tutta questa caterva di uomini che crollano gli unì sugli altri. Quello che accade in una gran folla di persone, quando la gente si schiaccia a vicenda (nessuno cade, infatti, senza trascinare con sé qualche altro, e i primi provocano la caduta di quelli che stan dietro), capita nella vita: nessuno sbaglia solo per sé, ma è la causa e l'origine degli errori degli altri; infatti è uno sbaglio attaccarsi a quelli che ci precedono, e poiché ognuno preferisce credere, piuttosto che giudicare, mai si esprime un giudizio sulla vita, ma ci si limita a credere: così l'errore, passato di mano in mano, ci travolge e ci fa precipitare. Gli esempi altrui sono quelli che ci rovinano; noi invece staremo bene appena ci staccheremo dalla folla. Ora, in verità, il popolo, contro la ragione, si fa difensore del proprio male. E succede come nei comizi quando, mutato che sia il volubile favore popolare, a meravigliarsi dell'elezione dei pretori sono proprio quelli che li hanno eletti: approviamo e nello stesso tempo disapproviamo le medesime cose; è questo il risultato di ogni giudizio che si dà secondo quel che dicono i più.

    Seneca,oltre duemila anni fa'.

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