giovedì 3 aprile 2014

Autodeterminazione individuale vs. Nazionalismo ucraino o russo, Parte I





di Richard Ebeling


La crisi ucraino-russa che nelle ultime settimane ha alimentato le preoccupazioni e le paure del mondo, ruota intorno a due pretese contrastanti di autodeterminazione nazionale.

Perchè questo conflitto? Riguarda il destino di un popolo e come verrà deciso da quali autorità sarà governato.

Gli americani non capiscono perché per molti in Europa e in altre parti del mondo tale scontro genera rabbia e paura, e perché può sfociare in un potenziale o reale conflitto violento.



La filosofia americana dell'individualismo

Il sistema politico americano era basato su una filosofia incentrata sull'individualismo. Cioè, ogni individuo è riconosciuto in possesso di alcuni diritti inalienabili come quello alla vita, alla libertà e alla proprietà acquisita in modo onesto. L'individuo non è proprietà di un monarca assoluto o di una maggioranza arbitraria.

Nell'ambito del sistema americano tradizionale, quasi ogni area della vita umana era vista come una questione privata della persona che aveva il diritto inalienabile di guidare e progettare la propria vita secondo i propri valori, credenze e scopi. Presero forma, e cambiarono nel tempo, le relazioni interpersonali nella società sulla base di associazioni e scambi volontari reciprocamente vantaggiosi.

In campo sociale, questa filosofia individualista implicava che le persone dovessero essere giudicate come individui, e non sulla base di "accadimenti alla nascita" come la lingua, la religione, l'etnia o la razza. Naturalmente, e purtroppo, le persone nelle loro interazioni sociali con gli altri non hanno sempre perseguito questo ideale. Gli americani, nella loro vita privata, troppo spesso hanno giudicato gli altri e hanno agito sulla base di pregiudizi razziali, religiosi, linguistici, ecc.

Tuttavia, quando la segregazione razziale negli anni '60 era ancora legge negli stati del sud, sempre più americani riconobbero che quell'imposizione legale era incompatibile con i principi fondanti del paese, e non poteva sopravvivere nel lungo periodo.

I pregiudizi privati e gli atti discriminatori sulla base della razza, della religione o della lingua erano per certo moralmente riprovevoli, ma faceva parte della libertà di un individuo decidere con chi associarsi. Tuttavia tale discriminazione non doveva essere portata nell'arena della politica sociale o economica del governo, poiché sarebbe stata considerata una violazione dei diritti individuali: sarebbe stato utilizzato il potere dello stato per danneggiare alcune persone sulla base di una classificazione collettiva della loro identità.

Gli americani sono stati anche un popolo molto mobile. Fin dai tempi coloniali, gli americani sono sempre stati favorevoli allo "spostamento." Quella frase del XIX secolo attribuita a Horace Greeley, "Vai ad ovest giovane uomo," ha rappresentato il motto culturale della nazione. Gli immigrati provenivano da paesi lontani e sparsi in tutto il continente, come fece ogni generazione dei nativi americani.

Mentre il continente è stato "conquistato" e insediato molto tempo fa, gli americani ancora fanno fagotto e cambiano casa/lavoro molto più facilmente rispetto alla maggior parte degli europei.

Il continuo abbattimento delle barriere alla migrazione all'interno dell'Unione Europea sta cambiando questo aspetto, soprattutto tra le giovani generazioni di europei, ma in generale è ancora inferiore rispetto a quella degli americani. La gente in Europa, a causa della sua maggiore immobilità, ha tradizionalmente sentito una forte "connessione" con una zona geografica specifica.



La filosofia europea del collettivismo

La storia dell'Europa si fonda su una filosofia del collettivismo: l'idea che il gruppo venga prima dell'individuo, che la sua identità, scopi e significato siano legati ad una particolare "tribù" in cui è nato.

Una delle più potenti variazioni sul tema collettivista è stato il nazionalismo. Prima della scomparsa del monarchismo alla fine del XVIII e all'inizio del XIX secolo, l'individuo doveva la sua fedeltà al re o all'imperatore che sosteneva di possedere e dominare tutto e tutti con autorità assoluta, di solito affermata per "diritto divino."

Ma con l'avvento della Rivoluzione Francese nel 1789, tutto questo cominciò a cambiare. Con la fine della monarchia, sorse il problema: "Se non al re, a chi l'individuo deve la sua fedeltà?" Venne dichiarato che entro i confini di quello che era stato il territorio dell'ex-re, il nuovo sovrano sarebbero state "le persone." La "nazione" era la nuova collettiva a cui l'individuo doveva la sua fedeltà e per la quale doveva sacrificarsi se il bene della "nazione" lo richiedeva.



Nazionalismo e identità collettivista

Ma cosa ha differenziato una "nazione" o un "popolo" rispetto ad un altro? Alcuni dei sostenitori e propagandisti del nuovo ideale nazionalista dell'identità umana hanno parlato di una cultura comune o un insieme di tradizioni estese a molte generazioni, le quali hanno plasmato il carattere dell'individuo definendo chi fosse e a chi fosse connesso.

Altri parlavano di lingua o di razza come collante di un popolo, utilizzando spesso il termine "uno" per specificare l'appartenenza. Si diceva che la struttura del linguaggio e il significato delle parole plasmasse il pensiero e il ragionamento di un gruppo di persone, dunque tutti coloro che parlavano la stessa lingua erano in qualche modo connessi l'un l'altro. Secondo altri invece, si trattava della connessione tra quelli provenienti dallo stesso ceppo genetico; l'identità collettiva e il senso di "unità" tra un gruppo di persone era da ritrovarsi "nel sangue."

Tutti questi modi di identificare la nazionalità di un popolo erano spesso legati ad una zona geografica in Europa, che per un lungo periodo di tempo segno' la patria storica o "naturale" delle persone che condividevano quella radice collettivista comune.

L'ascesa del nazionalismo nel diciannovesimo e all'inizio del ventesimo secolo sprono' tutti i "popoli repressi" (vale a dire, quelle minoranze nazionali che vivevano in un paese dominato dalla maggioranza di un'altra nazionalità) ad avere i propri stati-nazione in modo da preservare e proteggere la loro lingua, l'unicità culturale ed etnica.

Inoltre, dal momento che sotto il sistema monarchico le terre erano state conquistate o acquisite attraverso matrimoni reali che non avevano nulla a che fare con quei confini geografici "naturali" dei vari gruppi nazionali, sorse l'esigenza di ridisegnare i confini. Questi ultimi, si diceva, avrebbero dovuto riflettere i gruppi nazionali che vivevano all'interno di tali aree.

C'era un problema pero', soprattutto in Europa centrale e orientale. Centinaia di anni di guerre, conquiste e migrazioni avevano creato "sovrapposizioni" delle popolazioni nazionali. Era quasi impossibile tracciare bene e ordinatamente le linee politiche sulle mappe in modo che solo quelli di un determinato gruppo nazionale vivessero entro i propri confini.

Ogni stato-nazione conteneva inevitabilmente una o più minoranze appartenenti ad altri gruppi linguistici, culturali o etnici.

Se la filosofia liberale e individualista che era alla base del sistema politico americano fosse stata presente anche in Europa, ci sarebbero stati pochi "conflitti" (o nessuno) tra i diversi gruppi nazionali che vivevano nello stesso paese.

Alcune persone potevano ritenere fastidioso o scomodo che alcuni dei loro vicini parlassero una lingua diversa, o praticassero una religione diversa o avessero diverse tradizioni culturali. Ma se i loro sistemi politici si fossero basati su quei principi individualisti e liberali dell'America, allora non ci sarebbero stati favori politici elargiti a beneficio della maggioranza e a scapito dei membri di qualsiasi gruppo in minoranza.

Ma, ahimè, ciò non accadde... soprattutto in Europa centrale e orientale. I governi vennero eletti o salirono al potere con lo scopo di garantire e salvaguardare gli interessi del gruppo nazionale in maggioranza. Gli interventi governativi, i regolamenti e le restrizioni andarono a beneficio di un gruppo e a scapito di tutti gli altri. A volte ciò includeva atti di violenza e brutalità che il governo istigo' o si volto' dall'altro lato mentre accadevano.



Il nazionalismo ed i conflitti per i confini

Questo ideale di autodeterminazione nazionale porto' nel XIX secolo all'unificazione politica italiana e tedesca, nonché alle rivolte dei polacchi contro i russi e degli ungheresi contro gli austriaci.

La prima guerra mondiale disintegro' l'impero tedesco, austro-ungarico e russo che dominavano l'Europa centrale e orientale. Al loro posto sorsero una serie di nuovi stati-nazione volti a rappresentare un nuovo ordine politico di autodeterminazione nazionale. Molti dei governi di questi stati-nazione utilizzarono la copertura dell'indipendenza nazionale e la conservazione nazionale per discriminare, politicamente ed economicamente, i gruppi di minoranze nazionali sotto la loro giurisdizione.

Hitler gioco' su queste "ingiustizie" nei confronti delle minoranze di lingua tedesca nella vicina Cecoslovacchia e Polonia, per giustificare la necessità di usare la forza politica e militare per proteggerle e portarle all'interno dei confini nazionali in modo che la Germania nazista potesse essere "pura."

All'indomani della seconda guerra mondiale, l'Unione Sovietica conquisto' l'Europa orientale. L'imposizione di governi comunisti nei paesi controllati da Mosca, servì a sopprimere tutte le differenze nazionaliste e le animosità del periodo pre-seconda guerra mondiale.

Ma con il crollo di questi regimi comunisti nel 1989-1990 e della stessa Unione Sovietica nel 1991, tornarono a galla molti dei conflitti nazionalisti. Nel 1993 la Cecoslovacchia si separo' pacificamente in due stati.

L'espressione più brutale di questi conflitti emerse nel corso degli anni '90, quando i vari gruppi nazionali che formavano la Jugoslavia gareggiarono per l'indipendenza e per rivendicare quelle terre che rappresentavano i loro confini storici "legittimi"... inutile dire che queste rivendicazioni si sovrapponevano inevitabilmente con quelle degli altri gruppi nazionali.



Confini e nazionalismo nei paesi post-sovietici

Con la disintegrazione dell'Unione Sovietica alla fine del 1991, le quindici "Repubbliche Sovietiche" che costituivano l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (U.R.S.S.) divennero stati-nazione indipendenti. Il problema era che i loro confini nazionali rappresentavano l'eredità della leadership sovietica, in alcuni casi quella di Stalin stesso.

Per quanto riguarda la Crimea, era un'unità provinciale all'interno della Repubblica Sovietica Russa e venne trasferita sotto la giurisdizione della Repubblica Sovietica Ucraina mediante un decreto del governo centrale di Mosca nel febbraio 1954. Fu un "regalo" per celebrare il trecentesimo anniversario della fusione dell'Ucraina nell'Impero russo.

Sia la Russia post-sovietica sia l'Ucraina contengono minoranze linguistiche, o etniche, all'interno dei loro confini. In Russia, cio' è stato evidenziato dal conflitto che il governo di Mosca ha mosso contro i gruppi islamici nelle regioni montane del Caucaso del nord, il più brutale dei quali è stato quello contro i ceceni che desideravano l'indipendenza nazionale.

I confini politici dell'Ucraina includono i due gruppi linguistici dominanti: gli ucraini che costituiscono circa il 68% della popolazione, ed i russi che costituiscono circa il 30%. (Praticamente tutti gli ucraini conoscono e utilizzano anche il russo, e molti di lingua russa conoscono e capiscono l'ucraino.)

Nella penisola di Crimea, la ripartizione è quasi il 60% di lingua russa, il 25% di lingua ucraina e il 12% Tartari, che sono musulmani e parlano una lingua basata sul turco. Dopo il crollo dell'Unione Sovietica nel 1991, la Crimea è rimasta parte del nuovo stato indipendente dell'Ucraina. Nessuno ha preso in considerazione il fatto che molte delle persone che parlano russo, avrebbero preferito far parte della Federazione russa post-sovietica.

Molti ucraini, soprattutto nella parte occidentale del paese, sono stati a lungo anti-russi. Prima della prima guerra mondiale questa parte dell'Ucraina faceva parte dell'impero austro-ungarico, e dopo il 1918 fu incorporata nella nuova Polonia.

L'Ucraina occidentale fu solo annessa all'Unione Sovietica nel 1939, quando i tiranni totalitari Hitler-Stalin stipularono il famigerato patto di dividersi la Polonia e l'Europa orientale.

La "sovietizzazione" dell'Ucraina occidentale ando' avanti a passi spediti, con molti ucraini che finirono uccisi o deportati in Siberia dalla polizia segreta di Stalin. E questo dopo che milioni di altri ucraini nella parte del paese già controllata dall'Unione Sovietica furono uccisi, affamati o ammazzati di lavoro nei primi anni '30, come parte del piano di collettivizzazione forzata di Stalin.

Nel giugno del 1941 un numero considerevole di ucraini collaboro' attivamente con i nazisti dopo che invasero l'Unione Sovietica, partecipando anche all'assassinio di massa degli ebrei. Anche dopo la fine della guerra nel 1945, le bande di nazionalisti ucraini continuarono fino al 1951 a combattere l'esercito sovietico nelle foreste dell'Ucraina occidentale.

I nazionalisti più radicali tra gli ucraini vogliono limitare la libertà linguistica e l'educazione linguistica dei russofoni nelle zone orientali del paese, dove è maggiormente concentrata quella parte di popolazione di lingua russa. Ma molti ucraini hanno poca o nessuna compassione per tali politiche discriminatorie contro i loro concittadini.

Un buon numero di cittadini russofoni del paese, si sente molto più legato alla tradizione linguistica e culturale della Russia. Molti si risentono del fervore nazionalista anti-russo di alcuni dei loro concittadini ucraini e spesso si ritrovano a guardarli dall'alto in basso, considerandoli "piccoli fratelli" del più "grande" popolo russo.

In Crimea, al giorno d'oggi, questi sentimenti hanno raddoppiato il loro carico. Anche se separata dalle manipolazioni della macchina propagandistica del governo russo, la maggior parte dei russofoni che vive in Crimea preferirebbe una maggiore autonomia dalle autorità ucraine, o addirittura essere politicamente annessa alla vicina Russia.

Parallelamente, i gruppi di lingua ucraina nella popolazione in Crimea, insieme ai Tartari, preferirebbero far parte dell'Ucraina piuttosto che finire sotto lo stretto controllo politico di una maggioranza di lingua russa.

Va sottolineato che la propaganda arrivata dalla Russia (secondo cui c'è stato un cambio di gestione "fascista" a Kiev, capeggiato da criminali nazisti ed estremisti nazionalisti ucraini) dopo il rovesciamento del presidente ucraino, Victor Yanukovich, non è altro che un'esagerazione.

Molte delle migliaia di persone che erano per le strade della capitale ucraina ad opporsi al governo corrotto di Yanukovych, e decine delle quali sono state uccise dalle forze governative, provenivano da un ampio spettro della società ucraina, politicamente ed etnicamente. Ciononostante, i membri dei partiti ucraini più estremisti hanno un considerevole numero di incarichi ministeriali nel governo provvisorio, il quale traghetterà il paese fino alle elezioni che si terranno a maggio 2014.



Il nazionalismo e l'interventismo

Tuttavia, il cuore del conflitto nasce da due problemi: primo, "l'autodeterminazione" è definita in termini collettivi. Non è diritto dell'individuo decidere in quale stato-nazione, o altra entità politica, potrà vivere. No, questa è una questione riservata al gruppo linguistico e culturale nel suo complesso, a cui egli identifica la sua appartenenza.

Il presupposto implicito è che tutte quelle persone che condividono una lingua o una cultura o una religione comune, hanno stessi interessi e desideri. Ciò include una preferenza nel voler appartenere allo stesso stato-nazione, custode e guardiano dell'identità nazionale di un gruppo contro quella di altri gruppi nazionali che si presume siano una "minaccia" per la collettività.

In secondo luogo, nonostante il grado di riforme orientate al mercato che sono state introdotte sia in Ucraina che Russia sin dalla frantumazione dell'Unione Sovietica, il fatto è che entrambi, nei loro modi distinti, sono a favore di politiche interventiste e manipolatorie.

Il governo è visto come un dispnsatore di benefici, privilegi e protezione dalla concorrenza. Connessioni politiche, corruzione ed influenza sono le caratteristiche peculiari della ricchezza e dello status sociale. La corruzione ha fruttato decine di miliardi grazie ai "favoritismi" politici, ovviamente a scapito della maggioranza della popolazione.

Gli ucraini temono che se finissero sotto il controllo della Russia, le leve del privilegio e della rapina funzionerebbero di più per i russi che per loro; così diventerebbero le vittime da cui altri trarrebbero vantaggio. Specularmente, alcuni russofoni in Ucraina temono che i nazionalisti ucraini più radicali potrebbero usare il potere politico per reprimerli e discriminarli (culturalmente ed economicamente).

Ma va anche detto che una distinzione importante tra l'Ucraina e la Russia, è che nella prima un gran numero di persone è sceso in strada e ha dimostrato, a volte con la perdita della propria vita, il desiderio di un cambiamento politico reale dalla corruzione politica. Resta da vedere se questo sia anche foriero di un cambiamento da una filosofia collettivista ad una individualista.

In Russia, invece, il dissenso politico viene tenuto sotto controllo da un regime autoritario. Vladimir Putin considera il crollo dell'Unione Sovietica la più grande tragedia geopolitica del XX secolo, e vorrebbe ripristinare la "grandezza della Russia" in termini di potere politico e timore sulla scena mondiale. Agli occhi di Putin, l'Ucraina e la Crimea devono finire nella sfera di influenza russa come una questione di "interesse nazionale," anche se questo comporta l'uso della forza militare e di menzogne propagandistiche.

Dal momento che due autorità politiche non possono occupare e avere il controllo amministrativo sulla stessa area geografica – o la sovranità nazionale e politica ucraina o la sovranità nazionale e politica russa sulla Crimea – il conflitto e il controllo politico dei confini rischia di trasformarsi in una vera e propria guerra.

Esiste una via d'uscita? Visto che la realtà nazionalista dello stato-nazione fa appello all'identità collettiva e rende improbabile una risoluzione dei conflitti, quale potrebbe essere una soluzione liberale o individualista a questa crisi?

Lo discuteremo la prossima settimana nella Parte II.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


[La seconda parte di questo articolo la trovate qui.]


4 commenti:

  1. ah ho capito, gli americani non sono nazionalisti (a parte che stanno sempre a cantare l inno, ma quello è tipo da noi la nazionale). magari lo è un poco di più il governo.

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    1. Ciao gdb.

      I russi hanno sempre avuto una mentalità conquistatrice, come si sentissero il popolo "eletto" a togliere le bende dell'ignoranza dagli occhi degli altri popoli. Gli americani, invece, hanno sempre avuto un atteggimaneto da insegnanti, il loro compito era insegnare agli altri cosa fosse la libertà. Questo poteva essere vero prima del XX secolo, dopo pero' qualcosa è cambiato. Gli insegnanti hanno adottato la "bacchetta" per insegnare, e laddove non riuscivano a raggiungere gli studenti con la loro bacchetta inventavano un motivo per raggiungerli.

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  2. già, dal 1913 circa è uscita sempre più una mentalità nzionalista imperialista… chissà cos è cambiato … :)

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    1. Credo che questo articolo di Rothbard possa fare al caso nostro. ;)

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