venerdì 17 novembre 2017

Non esiste alcuna struttura di produzione per le idee





di Jeffrey A. Tucker


Qual è il rapporto tra idee e cambiamento sociale? È una domanda che ha generato una vasta letteratura e nessun consenso. Questo per una ragione: le idee non sono come la proprietà fisica. Non devono essere razionate, perché non hanno le proprietà che le renderebbero economicamente scarse. La loro distribuzione non segue una struttura di produzione prevedibile, controllabile, rintracciabile. Quello che succede in alcuni tempi, luoghi, e questioni non sembra accadere in altri. È per questo motivo che ogni contributo a questo dibattito sembra in parte aver ragione e in parte aver torto.

Perché è importante? Ciò che crediamo sul rapporto tra le idee ed i loro effetti, ha un'enorme influenza sulle strategie che decidiamo di perseguire. Un movimento ideologico dovrebbe focalizzarsi sul mondo accademico, sull'accesso ai media mainstream, sulle elezioni politiche, sulle coalizioni politiche, sulle lobby, sulle pubblicazioni underground, sull'attivismo, sull'agitazione locale, sulla filantropia globale, o simili? Esiste un modo giusto d'agire o sbagliato?



Rothbard sulla questione strategica

Alla fine degli anni '80, mi sono trovato a dibattere amichevolmente con Murray Rothbard su questioni di strategia. Era uno scambio di lettere private e telefonate. Non riesco a ricordare i dettagli, ma la questione aveva qualcosa a che fare con il modo in cui gestire una rivista ideologica, con l'obiettivo di diffondere un corpo di idee.

Avrebbe dovuto incoraggiare un ampio dibattito, o cercare di avanzare un particolare pensiero? Avrebbe dovuto sostenere esclusivamente un punto di vista, o molti punti di vista tra cui quelli radicali che le pubblicazioni mainstream evitano?

Dopo un po' di tira e molla, Rothbard concluse la nostra corrispondenza con un'osservazione di carattere generale che posso solo parafrasare: non credeva d'avere tutte le risposte giuste sulla questione strategica. Era molto interessato a discutere di più su questo tema ed era felice che se ne parlasse.

Per lui ciò che contava era la strategia, qualunque essa fosse, e a) non doveva essere immorale o basata su una bugia; b) doveva raggiungere il risultato desiderato. Il suo atteggiamento era altamente flessibile sulle questioni strategiche. Aveva le sue preferenze, ma non escludeva altri modi di fare le cose fino a quando non erano immorali o avevano una qualche possibilità di successo.



L'altra strategia è sempre sbagliata

Nel corso dei miei dibattiti ho sempre tenuto a mente la strategia. Le persone possono appassionarsi a questo tema al punto da spingere il loro punto di vista come se esistesse solo quello. Se votate, sbagliate; se non votate, non state aiutando la causa. Se evitate il mondo accademico, non investite nelle idee serie; se siete nel mondo accademico, siete dei venduti. Se non protestate per le strade, non siete disposti a sporcarvi le mani; se protestate per le strade, state contribuendo al problema della plebaglia. E così via. La gente suppone d'avere il modo giusto, ed è l'unico modo.

Se conoscessimo le risposte giuste, e se avessimo visto qualche particolare visione strategica prevalere sulle altre, le cose sarebbero più semplici. Ma raramente abbiamo assistito a tale progresso. Ludwig von Mises si chiedeva nel suo diario privato se i suoi sogni di essere un riformatore l'avessero reso uno "storico del declino." Ho il sospetto che molte persone si sentano così.



E malgrado ciò le idee contano

Eppure, se ci guardiamo intorno oggi, con lo stato ancora in marcia, vediamo una nuova fioritura della libertà. Come misurarla? Basta guardare il numero di organizzazioni libertarie. Sicuramente è meglio guardare al progresso effettivo della libertà stessa. Qui vediamo enormi note positive attraverso le comunicazioni, le opportunità di vita, il declino della violenza, la riduzione della povertà, la globalizzazione della divisione del lavoro, e l'effettiva realizzazione dei diritti universali in più luoghi nel mondo.

Come sta accadendo? L'imprenditoria sta superando la capacità dello stato di regolarla. Sul come e perché l'imprenditoria abbia fatto così tanto e così in fretta, non riesco ad individuare un agente causale. Come ha osservato David Hart: "Essendo il mondo un luogo complesso e disordinato, probabilmente non c'è una strategia che avrà successo in tutti i luoghi e tutti i tempi."

Le implicazioni di questa osservazione sono profonde. Così come non possiamo anticipare la forma emergente delle istituzioni sociali in condizioni di libertà, non possiamo anticipare, e tanto meno pianificare, il modo in cui una qualsiasi idea particolare porterà ad un cambiamento sociale e politico. Pensiamo di saperlo, ma poi, a quanto pare, non è così.

Ad esempio, F. A. Hayek in "The Intellectuals and Socialism" ha osservato che l'idea di un'economia socialista non è nata dai lavoratori e dai contadini. Venne piantata nel flusso della storia dalle élite. Questo in contrasto con le favole raccontate dai socialisti stessi, che hanno immaginato che i lavoratori si sarebbero ribellati, motivati da una coscienza nascente della propria misera condizione.

Questa favola è sbagliata disse Hayek: "Ogni paese che ha sposato il socialismo, la fase dello sviluppo in cui il socialismo diventa un'influenza determinante sulla politica, è stata preceduta da un lungo periodo durante il quale gli ideali socialisti muovevano il pensiero degli intellettuali più attivi".



Il modello è un'illusione

Si potrebbe provare a modellare tutto questo in qualche forma. Gli intellettuali costituiscono l'idea di base. I loro seguaci devono renderla popolare. I media la riportano. Le masse la adottano. Comincia ad influenzare gli attori politici. Essi influenzano gli affari di stato. E così via. Si potrebbe concludere che guardando a questo modello, possiamo notare come tutte le idee cambiano la storia e, di conseguenza, gli investimenti dovrebbero avere la priorità.

Ma c'è bisogno di notare qualcosa di importante qui. Hayek non stava presentando una teoria generale di come le idee influenzano il cambiamento politico. Stava fornendo una ricostruzione storica applicata al caso del socialismo in particolare. In nessun punto afferma che questo modello si applica a 360° o che le idee non possono permeare la società in qualsiasi altro modo.

In realtà dice espressamente il contrario. Descrive il ruolo degli intellettuali nel determinare il corso del cambiamento sociale nel XX secolo come "un fenomeno abbastanza nuovo della storia", non una caratteristica permanente del mondo. Curiosamente ipotizza anche che questo sviluppo è stato "stimolato artificialmente dalla legge del diritto d'autore." (Hayek era contrario a tutte le "proprietà intellettuali", perché si trattava di una limitazione artificiale del processo di mercato.)

In altre parole è lo stato stesso che sembra creare una "struttura di produzione" per le idee. Tale struttura non esiste come caratteristica fissa. Possiamo immaginare le condizioni in base alle quali tutto questo cambierebbe, per esempio, con un impatto ridotto del diritto d'autore e la distribuzione più universale delle idee. In base a ciò, Hayek esprime la sua speranza: "Dobbiamo rendere la costruzione di una società libera un'avventura intellettuale, un atto di coraggio." Non offre alcun "piano centrale" per stendere l'idea giusta, ma solo una richiesta di ispirazione e creatività.



La digitalizzazione fa saltare in aria la struttura

Questo è il motivo per cui ho dei dubbi nell'applicare al mondo delle idee la struttura della produzione, poiché essa appartiene al mondo fisico. È troppo costruttivista e pianificata. Inoltre ci sono ragioni importanti per cui il modello potrebbe essere fondamentalmente errato, soprattutto nell'era digitale. Le idee si muovono attraverso il tempo e lo spazio in un modo che è completamente diverso dal mondo fisico. Il pericolo di una confusione fra queste due diverse sfere può limitare il potere delle idee piuttosto che incentivarle.

Per capire il perché, chiedetevi il motivo dell'esistenza di una struttura della produzione. Le merci devono essere prodotte dalle risorse scarse. Una volta che sono consumate, devono essere prodotte di nuovo. La produzione richiede tempo e deve essere coordinata attraverso molti strati di cooperazione industriale: beni strumentali, beni intermedi e beni di consumo. I segnali quali i prezzi ed i tassi d'interesse aiutano questo processo coordinativo. Il processo è faticoso, ma necessario per superare le privazioni intrinseche dello stato di natura. Esso richiede l'impiego di mezzi scarsi per realizzare desideri senza limiti, e questo processo di produzione deve tenere costantemente conto dell'economia.

Ma qual è il fatto fondamentale che rende queste strutture produttive necessarie? Perché non possiamo solo avere tutte le cose che vogliamo, senza dover costruire questi sistemi complessi intertemporali? Il motivo è la scarsità stessa. Qualora tale condizione non esistesse, potremmo fare a meno delle strutture produttive.

Se fosse possibile fare benzina, avere bistecche e scarpe da ginnastica, e questi beni potessero in qualche modo essere replicati fino all'infinito, l'intera economia della produzione non sarebbe più fondamentale. Non esisterebbe nessuno dei fattori che le danno vita.

Considerate la seguente cosa: le idee non sono scarse in senso economico. Una volta prodotta – e tale produzione può richiedere decenni o solo un istante – un'idea può essere infinitamente riprodotta, proprio come disse Thomas Jefferson sul fuoco stesso. Non si deprezza come la proprietà fisica. Può appartenere ed essere consumata da una persona o miliardi di persone nello stesso istante. Un'idea è anche immortale: le idee prodotte da Platone o Einstein sono disponibili per sempre.

Un'idea è malleabile: può essere cambiata e rimodellata con altre idee da qualsiasi mente, senza disturbare l'integrità di quella originale. Il suo viaggiare tra la popolazione e la storia segue una strada del tutto imprevedibile: libri, passaparola, blog, podcast, segni, sms, voci, pubblicità. Il mondo digitale ha messo le ali allo spostamento delle idee. La loro distribuzione non segue alcun corso; ogni idea diventa parte di una tempesta di idee, fondendosi con tutte le altre idee che esistono. Il loro trionfo finale può prendere un percorso tortuoso che sfida tutte le aspettative.

In economia la prima condizione della necessità è la scarsità. Per questo motivo la differenza tra beni scarsi e non scarsi è fondamentale e assoluta. Un bene o è controllato da qualcuno o no. Inoltre deve essere riprodotto in seguito al consumo o no. Infine si deprezza nella sua integrità fisica o no.

Se indosso le mie scarpe adesso, nessun altro può indossarle. Ma se penso ad un'idea e decido di condividerla col mondo, posso conservare la mia proprietà, permettendo nel contempo la creazione di un numero infinito di copie. In questo senso, le idee eludono tutti i limiti del mondo fisico.



Un'idea che circola non può essere seguita

Un altro esempio: diciamo che io mi trovi in piedi di fronte ad un gruppo di un migliaio di persone. Cedo un oggetto, come un orologio o un bicchiere, ad una persona al primo della fila. Lei lo fa girare tra gli altri. Per me sarebbe possibile tracciare con precisione in qualsiasi punto nel tempo chi ha l'oggetto, che l'ha consegnato a chi e poi vedere nelle mani di chi finisce per ultimo. Segue un percorso tracciabile. Questo percorso può essere osservato.

Ma se mi trovo di fronte allo stesso gruppo, e canto una canzone, parlo di un'idea, o mostro un'immagine, sarebbe impossibile tracciarne il percorso mentre si imprime nella mente delle persone presenti. Il viaggio di un'idea è impossibile da mappare.

Questa è la differenza tra idee e proprietà scarsa. Sono prodotte e distribuite in un modo completamente diverso. Nessuna delle condizioni che permettono l'esistenza della struttura di produzione nel mondo fisico si applica al mondo delle idee. Il loro funzionamento è radicalmente diverso.

Forse è meglio applicare la struttura della produzione al mondo delle idee solo in senso metaforico? Anche in questo caso, tale metafora non è una spiegazione tanto affidabile. Le buone idee possono provenire da qualsiasi luogo. Prendete in considerazione l'abrogazione del proibizionismo dell'alcool negli Stati Uniti. L'idea nacque prima dagli studiosi, poi passò attraverso i media e infine arrivò alla gente comune? Non andò così in realtà. Invece il proibizionismo non fu più applicabile alla luce della disobbedienza civile di massa. Lo stesso si potrebbe dire per la legalizzazione della marijuana oggi.

E prendete anche in considerazione gli sforzi di deregolamentazione alla fine degli anni '70: autotrasporti, petrolio, compagnie aeree, telecomunicazioni e settore bancario. Jimmy Carter, un democratico, fu un campione di questo movimento. Lavorò principalmente con l'ufficio del senatore Edward Kennedy, un democratico, per introdurre suddetta normativa. Questo fu qualcosa che nessuno avrebbe potuto prevedere. La "struttura di produzione" di queste idee seguì un percorso non intuitivo e, naturalmente, non pianificato.



Reti distribuite

Tali sforzi bottom-up sono evidenti nel progresso del mondo cyberpunk che ci ha dato le reti distribuite, la disponibilità della crittografia e l'innovazione rappresentata dalla blockchain.

Ora abbiamo la tecnologia per mercificare, raggruppare e identificare qualsiasi tipo di informazione sulla base di una nostra creazione come un'estensione della nostra immaginazione, e trasmetterla su linee geograficamente non contigue, utilizzando la crittografia per personalizzare le informazioni che condividiamo e metterle su una rete distribuita che nessuno stato può abbattere, in un modo che è non riproducibile e non soggetto a qualsiasi livello di ammortamento, mai.

È semplicemente fantastico. Possiamo farlo ora, e nessuno può toglierci questa tecnologia. L'intero apparato è stato rilasciato su un forum libero da un programmatore anonimo. Come possiamo adattare questa tecnologia a qualche struttura di produzione?



Dire la verità

Commettiamo un errore nell'immaginare di poter pianificare il cambiamento intellettuale nello stesso modo in cui pianifichiamo la produzione di altri beni e servizi. Che le idee permeano la società in modo imprevedibile e anche caotico, non è qualcosa a cui guardare con disprezzo. Ma dobbiamo fare i conti con la realtà e, quindi, rifuggire le presunzioni di conoscenza: cercare di costruire qualche strategia top-down per il cambiamento sociale. È meglio parlare, dire la verità e costruire la libertà in ogni modo immaginabile possibile, spingendo la storia nella direzione in cui deve andare e poi gioire di come il corso degli eventi possa sovvertire ogni nostra aspettativa.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


giovedì 16 novembre 2017

La magia del moltiplicatore keynesiano





di Frank Shostak


Per la maggior parte degli economisti e dei commentatori finanziari, il cuore della crescita economica è l'aumento della domanda di beni e servizi. Secondo loro la salita o la discesa della domanda catalizza aumenti e diminuzioni della produzione di beni e servizi. Si ritiene inoltre che la produzione totale dell'economia aumenti in base al multiplo delle spese da parte dello stato, dei consumatori, o delle imprese.

Un esempio illustrerà come un aumento della spesa possa aumentare l'output complessivo di un multiplo di suddetta spesa.

Supponiamo che in base ad un dollaro ricevuto, gli individui spendano $0.90 e risparmino $0.10. Inoltre supponiamo che i consumatori aumentino le loro spese di $100 milioni. Di conseguenza i ricavi dei dettaglianti aumenteranno di $100 milioni. I dettaglianti, in risposta all'aumento del loro reddito, consumeranno il 90% dei $100 milioni, cioè aumenteranno le spese per beni e servizi per $90 milioni. I destinatari di questi $90 milioni ne spenderanno a loro volta il 90%, cioè $81 milioni. Poi i destinatari di questi $81 milioni spenderanno il 90% di questa somma, pari a $72.9 milioni e così via. Si noti che la caratteristica chiave di questo modo di pensare è che la spesa di una persona diventa il reddito di un'altra.

In ogni fase della spesa le persone spendono il 90% dei redditi che ricevono. Questo processo finisce con una produzione totale superiore a $1 miliardo (10 * $100 milioni) rispetto a prima che i consumatori avessero aumentato la loro spesa iniziale di $100 milioni.

Da notare che più si spende, maggiore sarà il moltiplicatore e quindi l'impatto della spesa iniziale sull'output complessivo. Ad esempio, se le persone cambiano le proprie abitudini e spendono il 95% di ogni dollaro, il moltiplicatore diventerà 20. Viceversa, se decidono di spendere solo l'80% e risparmiare il 20%, il moltiplicatore sarà 5. Tutto ciò significa che meno è il risparmio, maggiore sarà l'impatto sull'output complessivo grazie all'aumento della domanda complessiva.

Seguendo questa logica non sorprende se oggi la maggior parte degli economisti ritiene che attraverso stimoli fiscali e monetari è possibile evitare che un'economia cada in recessione.

Infatti l'ex-presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, ha addirittura suggerito che ci sono buone probabilità che i soldi che vanno in tasca a persone con un reddito medio/basso verranno spesi nel breve termine — per cui questa prospettiva sarà più utile per la crescita economica.[1]

Lo sciamano del potere magico del moltiplicatore, John Maynard Keynes, scrisse:

Se il Ministero del Tesoro dovesse riempire vecchie bottiglie con banconote, seppellirle in varie miniere di carbone, poi riempite di rifiuti e lasciare alle imprese private il compito di scavare e riportarle in superficie (col diritto di farlo ottenuto mediante gare d'appalto), non ci sarà più disoccupazione e con l'aiuto delle ripercussioni, del reddito reale della comunità e del suo capitale, anche la ricchezza probabilmente diventerà molto più grande di quanto lo sia adesso.[2]



Il moltiplicatore è reale?

Più risparmio è un male per l'economia come indica il modello del moltiplicatore?

Un produttore di beni di consumo produce un determinato livello di tali beni. Se tale livello di produzione è sufficiente solo per i bisogni personali di quel produttore, allora non può scambiare nulla per altri beni e servizi di altri produttori. In altre parole, non può esserci domanda da parte di questo produttore per l'output di altri produttori se la produzione non è superiore al livello richiesto per sostenere la sua sussistenza.

Ciò vale anche per tutti i produttori in tutta l'economia — senza una produzione in eccesso (ossia, l'eccesso di offerta), non ci può essere domanda e nessuna capacità di spendere per entrare in possesso della produzione di altri.

Oggi i proprietari dei beni di consumo invece di scambiarli per altri beni di consumo, potrebbero decidere di utilizzarli per assicurarsi strumenti e macchinari migliori. Con strumenti e macchinari migliori, sarà possibile accedere nel futuro ad una produzione maggiore e ad una migliore qualità dei beni di consumo.

Si noti che trasferendo una parte dei rispettivi beni di consumo alla produzione di utensili e macchinari, i proprietari dei beni di consumo trasferiscono i loro risparmi reali a persone specializzate nel realizzare questi strumenti e macchinari. I risparmi reali sostengono questi individui, mentre sono impegnati a creare questi strumenti e macchinari.



Prima di spendere dobbiamo produrre

Una volta costruiti questi strumenti e macchinari, ciò consente un aumento della produzione complessiva di beni di consumo. Mentre il flusso della produzione si espande, ciò consente di ottenere ulteriori risparmi, ceteris paribus, il che a sua volta consente un ulteriore aumento della produzione di utensili e macchinari. Questo a sua volta consente di far aumentare ulteriormente la produzione di beni di consumo, vale a dire, aumentare il potere d'acquisto nell'economia. Quindi, contrariamente al pensiero popolare, più risparmi espandono piuttosto che contrarre il flusso produttivo dei beni di consumo.

Può un aumento della domanda dei beni di consumo portare ad un aumento della produzione globale per un multiplo del primo aumento della domanda? No. L'aumento della domanda di beni e servizi è limitato dall'aumento dei risparmi reali.

Si noti che una volta che l'offerta di beni aumenta, ciò consente un aumento della domanda di beni, ceteris paribus. È l'aumento della produzione di beni che dà origine ad una maggiore domanda di beni, proprio grazie all'eccedenza per superare la sussistenza.

Abbiamo visto che ciò che consente l'espansione dell'offerta di beni di consumo è l'aumento dei beni strumentali o di strumenti e macchinari. Ciò che a sua volta consente l'aumento degli strumenti e delle macchine è il risparmio reale. Possiamo quindi dedurre che l'aumento del consumo deve essere in linea con l'aumento della produzione. Da ciò si può anche dedurre che il consumo non induce l'aumento della produzione per un multiplo dell'incremento del consumo. L'aumento della produzione è in linea con l'aumento del risparmio reale e non è vincolato alla domanda dei consumatori in quanto tale. La produzione non può espandersi senza il sostegno dei risparmi reali, cioè, qualcosa non può emergere dal nulla.



Aumento della domanda senza aumento della produzione e del risparmio

Esaminiamo l'effetto di un aumento della domanda statale sulla produzione complessiva dell'economia.

Può una tale domanda dare origine a più output come sostiene il punto di vista popolare? Al contrario, impoverirà i produttori. I produttori saranno costretti a cedere il loro prodotto in uno scambio di beni e servizi che avranno una priorità inferiore sulla lista dei desideri degli altri produttori, e questo a sua volta indebolirà il flusso di produzione dei beni di consumo. Ancora una volta, come si può vedere, non solo l'aumento delle spese statali non aumenta l'output complessivo, ma al contrario ciò porta all'indebolimento del processo di creazione di ricchezza in generale. Secondo Mises:

[...] bisogna sottolineare che un governo può spendere o investire solo ciò che toglie ai suoi cittadini e che la sua spesa ed investimenti aggiuntivi riducono la spesa e gli investimenti dei cittadini.[3]

Ma forse l'introduzione del denaro in questo scenario rende possibile il moltiplicatore?

L'introduzione del denaro non altera le nostre conclusioni. Il denaro aiuta solo a facilitare il commercio tra i produttori — non genera niente di materiale o reale.

Parafrasando Jean Baptiste Say, Mises disse che:

Le merci, dice Say, in definitiva non sono pagate coi soldi, ma con altre merci. Il denaro è semplicemente il mezzo di scambio comunemente usato; gioca solo un ruolo di intermediario. Quello che il venditore vuole alla fine ricevere in cambio delle merci vendute, è altre merci.[4]

Quando un individuo aumenta la sua spesa di $100, ciò significa che ha abbassato la sua domanda di denaro per lo stesso ammontare. Possiamo anche dire che l'individuo ha esercitato la sua domanda su beni risparmiati per il valore di $100. Il venditore di beni acquisisce quindi un credito di $100 sui risparmi reali. Possiamo anche dire che la domanda di denaro del venditore è aumentata di $100. Tutto ciò, tuttavia, non porta ad un aumento complessivo della produzione, come suggerito dal punto di vista popolare. Ciò che abbiamo qui è che le rivendicazioni sui risparmi reali sono state spostate da un individuo ad un altro. L'aumento della spesa monetaria non porta ad alcun aumento del reddito reale nell'economia. Allo stesso modo, se il venditore ora spende il 90% dei $100, tutto ciò che avremo è una situazione in cui la sua domanda di denaro è diminuita a $90, cioè ha esercitato la sua domanda sul bacino esistente di beni reali per un valore di $90. (La domanda di denaro di qualcun altro è ora aumentata di $90.)

Inoltre, ceteris paribus, se gli individui hanno aumentato le loro spese per alcune merci, allora saranno costrette a spendere meno per altri beni. Ciò significa che la spesa complessiva in un'economia rimane invariata.

Solo se la quantità di denaro nell'economia aumenta, ceteris paribus, allora aumenterà anche la spesa in termini monetari. Tuttavia anche in questo caso l'aumento non sarebbe dovuto ad un moltiplicatore, ma ad un incremento dell'offerta di moneta. L'aumento delle spese monetarie a causa di un aumento dell'offerta di moneta non può produrre un'espansione in termini reali, come sostiene il punto di vista popolare. Tutto ciò che genererà, sarà una ridistribuzione dei risparmi reali. Arricchirà i primi ricevitori del denaro ex novo a scapito dei ricevitori successivi.

Ovviamente una politica monetaria allentata che mira a stimolare la domanda dei consumatori, non può aumentare la produzione reale per un multiplo dell'incremento iniziale della loro domanda. Non solo la politica monetaria allentata non farà aumentare la produzione, ma al contrario impoverirà i creatori di ricchezza esattamente come avviene per l'aumento della domanda statale.

Gli scritti di John Maynard Keynes sono tanto influenti oggi così come lo erano ottant'anni fa. Le sue idee rimangono la forza trainante dei responsabili delle politiche economiche presso la FED e le istituzioni statali. Queste idee permeano i pensieri e gli scritti degli economisti più influenti a Wall Street e nel mondo accademico.

Il cuore della filosofia keynesiana è che ciò che guida l'economia è la domanda di beni. Le recessioni economiche sono principalmente il risultato di una domanda insufficiente. Nel quadro keynesiano, un aumento della domanda non solo aumenta l'output complessivo, ma l'output aumenta per un multiplo dell'incremento iniziale della domanda. In questo quadro, qualcosa può essere creato dal nulla.

Nel mondo reale una spinta artificiale della domanda che non è sostenuta dalla produzione, porta all'esaurimento dei risparmi reali e, contrariamente alla concezione keynesiana, ad una riduzione del flusso di ricchezza reale, vale a dire, impoverimento economico.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] Ben S.Bernanke nella sua testimonianza davanti la House of Representatives Budget Committee, 17 gennaio 2008.

[2] J.M. Keynes, The General Theory of Employment, Interest and Money (London: Macmillan & Co., 1964), p. 129.

[3] Ludwig von Mises, Human Action, 3rd rev. ed. (Chicago: Contemporary Books),  p. 744.

[4] Ludwig von Mises, "Lord Keynes and Say's Law," in The Critics of Keynesian Economics, curato da Henry Hazlitt (Lanham, Maryland: University Press of America, 1983), p. 316.

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mercoledì 15 novembre 2017

Luigi XIV di Francia ha fondato lo stato-nazione... ma come e perché?





di Jeffrey Tucker


Mi stavo godendo The Crown su Netflix, una serie TV che parla degli inizi del regno della regina Elisabetta II nel dopoguerra in Inghilterra. Assolutamente affascinante.

E poi ho notato una nuova serie, sempre su Netflix, chiamata Versailles. Copre gli inizi del XVII secolo e racconta il regno di Luigi XIV, il famoso "Re Sole": lunghi capelli, tacchi alti, arte decadente e lo sfoggio più assurdo di privilegio aristocratico sul pianeta Terra.

Conoscete la storia, giusto? Certo che sì. Sicuramente avete letto qualcosa ai tempi del liceo. Luigi XIV costruì un enorme palazzo e preparò la strada ad una rivoluzione che arrivò molto più tardi. Vi ricorderete come fosse dispotico davanti la propria corte, e stabilì il grado di deferenza richiesto da un qualsiasi leader europeo negli ultimi mille anni.

Me lo immagino seduto su un trono in abiti pomposi, circondato da musicisti di corte che suonano musica froufrou, e che dichiara ripetutamente: "Io sono lo stato" (“l'état, c' est moi”).

Oltre a ciò, possiedo una scarsa conoscenza delle opere scritte durante il suo regno ed eseguite a corte, così come le peculiarità della scena liturgica. Non riuscirei a raccontare una storia avvincente sulla vita di corte, e tanto meno i dettagli del cambiamento che il suo regno ha significato nella vita politica.

Quindi lo ammetto: non ho mai approfondito lo studio della sua figura.

Pertanto questa serie è una delizia e una fonte d'ispirazione. E subito ho voluto saperne di più, approfondire il significato che questo periodo ha rappresentato per il mondo, e come continui a risuonare nel mondo di oggi. In altre parole, questa serie fa esattamente quello che le imprese di formazione sono tenuti a fare: ampliare le conoscenze e ispirare avventure intellettuali.



Può l'intrattenimento essere istruttivo?

Eppure basta guardare una serie su Netflix! E quando ci penso, Netflix negli ultimi anni mi ha spinto a scoprire una lunga serie di epoche storiche: l'ascesa del Sacro Romano Impero, il proibizionismo tra le due grandi guerre, l'inizio della caduta di Roma, i travagli dell'aristocrazia inglese negli anni della Riforma, i primi anni del consumismo di massa in Inghilterra, l'avvento della finanza commerciale in Italia, e così via, più alcune cose sugli zombie e sui robot; argomenti che sollevano domande sulle dinamiche della società umana.

È sorprendente quando ci pensate. Alla fine degli anni '30, quando si potevano solo immaginare le possibilità della televisione, gli esperti predicevano che la programmazione sarebbe stata principalmente educativa. Sarebbero stati trasmessi professori nelle loro classi e tutta la cultura sarebbe stata elevata con nuove conoscenze di matematica, scienza, filosofia e storia.

La rivista Life scrisse nel 1952: "La fame per la cultura della nostra cittadinanza e l'auto-miglioramento è sempre stato grossolanamente sottovalutato; il numero di americani che preferisce imparare un po' di qualcosa piuttosto che ricevere una provetta di dopobarba, è assolutamente colossale".

Diciamo solo che non tutto è accaduto come immaginato. Avremmo dovuto aspettare altri 60 anni con l'avvento di Netflix. Era necessario trovare il giusto mix di buona arte, buona storia e buon intrattenimento. Questo richiede tempo e un sacco di prove ed errori. Sembra che infine abbiamo trovato la quadra.



Basta allo snobismo anti-Netflix

Tuttavia vi è ancora una sorta di snobismo là fuori: questa non è storia vera, non è istruzione, perché è costruita per il consumo di massa, troppo poca precisione, e così via. Sembra proprio che non si possa imparare nulla a meno che non si sia seduti ad un banco, ad ascoltare un docente, e leggendo testi assegnati di autori autorevoli.

Non ci credo. Quello che sta realmente accadendo qui, è che il capitalismo sta scoprendo qualcosa di spettacolare, vale a dire, che è possibile ispirare l'apprendimento e sollevare la cultura senza sacrificare la necessità di essere deliziati da storie avvincenti con grandi attori e set cinematografici. Questi non devono essere incoerenti.

Inoltre ho seri dubbi che l'apprendimento vero e proprio sia ancora possibile in assenza d'ispirazione ed eccitazione. L'intero sistema educativo presume che la mente umana sia una specie di vaso vuoto nel quale gli esperti possano immettere roba astratta chiamata "conoscenza". Questo non è apprendimento; questo è lavoro noioso.



Che cosa c'insegna Versailles?

Analizziamo rapidamente ciò che c'insegna la serie Versailles. C'è stato un periodo nel tardo Medioevo quando due enormi eventi sono accaduti in successione: il Feudalesimo – aristocratici possessori terrieri che scambiavano un riparo e sicurezza per produzione di cibo e altri lavori – venne sostituito da un nuovo modello di scelta dei consumatori e mobilità di massa; allo stesso tempo, lo stato personale venne sostituito da una nuova cosa chiamata stato-nazione.

Il secondo punto è intrigante. Prima di Luigi XIV, la vita di ogni stato era incarnata nel suo capo di stato. Quando il re o la regina o il barone o il duca o il Cesare o chiunque di questi moriva, o veniva ucciso, lo stato moriva con lui o lei. Non esisteva nessuna struttura legale o burocratica permanente, nulla che si avvicinasse a ciò che noi oggi diamo per scontato, che sarebbe sopravvissuta al capo di stato. Lo stato era mortale, un progetto personale, qualcosa che poteva essere sempre spento e ricreato.

Il regno di Luigi XIV cambiò tutto, con la creazione di quello che oggi chiamiamo stato-nazione. Che cos'è? È una cosa che tenta di vivere al di là e al di sopra anche del capo dello stato. Non può essere ucciso. Il tipo muore, ma la burocrazia e la struttura legale – istituzionalizzata, indiscussa e perpetua – sopravvivono. Questo è tutto ciò che abbiamo conosciuto nel nostro tempo, e questo è stato vero in Occidente sin dal XVII secolo.

Non m'era mai accaduto di correlare l'ascesa dello stato-nazione e la fine del feudalesimo. Luigi XIV e Versailles sono le chiavi per comprenderlo. Trovò un posto fuori Parigi, che era stata residenza di caccia del padre. Preferiva vivere al di fuori di Parigi, nella speranza di creare una maggiore stabilità per il proprio regno, lontano dal caos e dalle minacce nella città.

Costruì una struttura spettacolare (in realtà il vostro appartamento dispone di più amenità oggi) e, utilizzando varie carote e bastoni, riuscì a radunare tutta la nobiltà francese affinché venisse a vivere lì. Questi nobili non erano più potenti semi-indipendenti, ma cortigiani striscianti intrappolati in quella che gli storici chiamano una "gabbia dorata".

In questo modo poteva monitorare meglio le possibili minacce al suo regno, ma ebbe un altro effetto sul destabilizzare le strutture feudali. Centralizzò il potere e lo rese assoluto. Ma così facendo, creò una burocrazia gigantesca popolata da nobili che lo servivano direttamente. Sapeva anche che in questo modo, questa nuova struttura, sarebbe sopravvissuta. Creò qualcosa di nuovo nella storia, che servì da modello per gli stati in tutta Europa e, infine, negli Stati Uniti e in America Latina.

Nel bene e nel male, partorì lo stato-nazione. Disse: "Io sono lo stato," ma ciò che inventò veramente era altro: "Loro sono lo stato e vivono per sempre."



Il maestro del mondo

La serie Versailles dispone di set bizzarri, abbigliamenti sfarzosi, un sacco di storie sessuali, violenza, trame intriganti e così via, insieme a scene strabilianti di vita a corte. Tutto ciò è interessante, tanto che non si può smettere di guardarla. Ma su un altro livello, la serie racconta esattamente la storia citata qui sopra e così rivela qualcosa di estremamente potente sulla storia politica e sulla filosofia, qualcosa che anche gli studenti più dotti potrebbero non comprendere.

Quindi Netflix sta diventando un professore di storia per il mondo. Si tratta di un cambiamento in positivo rispetto al passato. Pensate alle implicazioni. Il consumismo dei mass media sta dando un contributo enorme per salvare la storia dallo strangolamento accademico ed universitario.

Fortunatamente Versailles è stato rinnovato per una seconda e terza stagione. Nel frattempo torno a guardare e ad apprendere la storia della monarchia inglese grazie a The Crown.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/

martedì 14 novembre 2017

Cosa potrebbero significare per il dollaro uno yuan coperto dall'oro e le criptovalute





di Doug French


Nonostante le criptovalute abbiano rubato tutte le attenzioni sulla scena finanziaria, c'era una notizia intrigante apparsa il primo settembre sul Nikkei Asian Review. Scrivendo da Denpasar, Indonesia, Damon Evans riportava che "la Cina è prossima ad inaugurare contratti futures sul petrolio greggio prezzati in yuan e convertibili in oro, in quello che gli analisti descrivono come un cambiamento epocale nel settore".

Non coperti dal bitcoin, non coperti da ethereum, ma coperti dall'o-r-o. Quanto scarso amore hanno i cinesi per la tecnologia! Per il momento, il petrolio è prezzato in dollari, sia il Brent sia il West Texas Intermediate.

Evans spiegava:

La mossa della Cina permetterà agli esportatori, come la Russia e l'Iran, di eludere le sanzioni statunitensi tramite negoziazioni in yuan. Per stimolare ulteriormente il commercio, la Cina (il più grande importatore mondiale di petrolio) dice che lo yuan sarà completamente convertibile in oro sugli exchange di Shanghai e Hong Kong.

Questo sarà il primo contratto futures in Cina aperto a società straniere come i fondi d'investimento, le società di trading e le società petrolifere.

È da tempo che la Cina vuole sganciarsi dal dollaro e ora ci sta provando per la terza volta con gold contract denominati in yuan.

"È un meccanismo che può attirare i produttori di petrolio che preferiscono evitare di usare dollari e non sono disposti ad accettare di essere pagati in yuan per le vendite di petrolio in Cina", ha affermato Alasdair Macleod di Goldmoney.

"È un trasferimento di asset dal liquido nero al metallo giallo, è una mossa strategica per sostituire l'oro al petrolio piuttosto che ai bond statunitensi, che invece possono essere stampati dal nulla", ha spiegato Grant Williams.

Se l'Arabia Saudita accettasse lo yuan per regolare gli scambi di petrolio, ha dichiarato Louis-Vincent Gave, "sarà una bella gatta da pelare per Washington, poiché il Tesoro americano la vedrebbe come una minaccia all'egemonia del dollaro [...] ed è improbabile che gli Stati Uniti continuerebbero ad approvare le vendite di armi ai sauditi e la protezione della Casa di Saud".

Diciamo che la Cina acquisti l'Aramco, il prezzo del petrolio saudita potrebbe spostarsi dai dollari allo yuan, dice Macleod: "Se la Cina può legare l'Aramco, la Russia, l'Iran e altri, avrà un grado di influenza su quasi il 40% della produzione globale e sarà in grado di far progredire il suo desiderio di escludere il dollaro in favore dello yuan".

Per quanto riguarda le criptovalute, invece, Goldman Sachs "sta ponderando l'idea di una nuova operazione di negoziazione dedicata al bitcoin e ad altre valute digitali, la prima azienda di Wall Street si prepara a tuffarsi in questo mercato in espansione seppur ancora un po' controverso" riferisce il Wall Street Journal.

Si scopre che Goldman Sachs sta solo rispondendo a clienti che vogliono giocare nello spazio crypto. Paul Vigna, Telos Demos e Liz Hoffman scrivono:

Goldman cerca di servire un crescente numero di investitori istituzionali che vogliono scommettere sul bitcoin. Il suo sforzo potrebbe comportare la nascita di una squadra di trader che renderanno i mercati in bitcoin simili a quello dello yen giapponese o alle azioni di Apple Inc.

Circa 70 hedge funds hanno acquistato bitcoin. La volatilità dei prezzi delle criptovalute fornisce qualcosa che i mercati tradizionali hanno scordato... l'azione. "Goldman, una volta conosciuta come il trader più veloce a Wall Street, è quella che ha arrancato di più rispetto ai suoi pari. I ricavi nei suoi investimenti a reddito fisso sono diminuiti del 21% rispetto allo scorso anno, trascinati a fondo da una scarsa performance delle commodity e delle valute".

Il dollaro finirà presto sotto attacco: sia da uno yuan coperto dall'oro che dalle criptovalute. Potremmo chiederci se tutto questo si adatti bene al piano di Janet Yellen di rialzare i tassi d'interesse e ridurre il bilancio del suo datore di lavoro. Scommetto di no.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


lunedì 13 novembre 2017

Come l'Africa è stata lasciata indietro

Prima di affrontare l'articolo di oggi vorrei puntualizzare un fatto: non tutte le colpe sono da addossarsi all'Africa per quanto riguarda le sue sfortune economiche. Sebbene l'articolo di oggi metta in evidenza tutto ciò, c'è da dire che anche i Paesi occidentali hanno abbandonato ormai gli stessi principi che l'Africa s'è ritrovata ad ignorare: libero scambio, principio di legalità, diritti di proprietà. Infatti, oltre alla pratica già nota di scaricare nel continente nero i prodotti agricoli finanziati con programmi pubblici, c'è un altro modo in cui l'Europa, ad esempio, alimenta il proprio lato socialista e mercantilista: il sistema dei dazi sui prodotti processati. Ovvero, più un prodotto è lavorato, più il dazio su di esso sale, spingendo il Paese esportatore a commerciare prodotti non lavorati (i semi di cacao non hanno dazi, mentre invece le barrette di cioccolato hanno un dazio del 30%). Nel caso del caffè e della cioccolata, questa direttiva è impostata per impedire all'Etiopia e al Ghana di lavorare i propri prodotti e quindi minacciare l'industria alimentare europea. Il dazio, quindi, limita fortemente l'industrializzazione dei Paesi poveri, spingendoli a rimanere territori agricoli e a non processare i propri prodotti. Non solo, c'è poi la filiera della pesca. Dopo aver imposto quote stringenti sul pescato nelle acque europee, l'UE ha stretto accordi con Paesi africani per pescare nelle loro acque in cambio di una miseria (per circa un miliardo di dollari la Mauritania ha permesso all'Europa di pescare nelle proprie acque per 25 anni). La foglia di fico degli aiuti esteri non cambia questo enorme danno economico.
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di Marian L. Tupy


L'eccellente articolo di Robert Colvile sul fraintendimento del Principe Carlo riguardo le cause della povertà africana, costituisce una buona occasione per approfondire la storia economica dell'Africa.

La povertà africana non è stata causata dal colonialismo, dal capitalismo o dal libero scambio. Come ho già fatto notare, molte ex-colonie dell'Europa si sono arricchite proprio perché hanno mantenuto molte di quelle istituzioni coloniali e hanno partecipato al commercio globale. La povertà africana ha preceduto il contatto del continente con l'Europa e persiste ancora oggi. Questo è un risultato di scelte politiche sfortunate, la maggior parte delle quali è stata effettuata dai leader africani dopo l'indipendenza.

Come l'Europa, l'Africa ha iniziato in condizioni di estrema povertà. Il professore Angus Maddison dell'Università di Groningen ha stimato che all'inizio dell'era comune, il reddito medio pro capite in Africa era di $470 all'anno (in dollari del 1990). La media globale era sostanzialmente uguale a quella dell'Africa. L'Europa occidentale e l'Africa settentrionale, che erano parte dell'impero romano, stavano leggermente meglio ($600). Al contrario, il Nord America rimaneva dietro rispetto all'Africa ($400). Nel complesso, il mondo era abbastanza uguale e molto povero.

Possiamo far risalire le origini della disuguaglianza globale, che hanno visto l'Europa occidentale e, più tardi, il Nord America, diventare delle potenze rispetto al resto del mondo, all'ascesa delle città-stato del Nord Italia nel XIV secolo e nel XV secolo. Nel 1500 un europeo medio era circa due volte più ricco di un africano medio. Ma il vero divario negli standard di vita si sarebbe aperto solo dopo la Rivoluzione Industriale, iniziata in Inghilterra alla fine del XVIII secolo e diffusasi in Europa e nel Nord America nel XIX secolo.




Nel 1870, quando gli europei controllavano non più del 10% del continente africano (per lo più il Nord e il Sud Africa), i redditi dell'Europa occidentale erano già quattro volte superiori a quelli in Africa. L'Europa, in altre parole, non aveva bisogno dell'Africa per diventare prospera. L'Europa colonizzò l'Africa perché era prospera e, di conseguenza, più potente. La cronologia degli eventi non giustifica o difende il colonialismo, ma aiuta a spiegarlo.

Le fortune dell'Africa sotto i governi coloniali sono diverse. Molti progressi sono stati compiuti in termini di salute ed istruzione. Maddison stima che nel 1870 c'erano 91 milioni di africani. Nel 1960, anno dell'indipendenza, la popolazione africana era cresciuta più di tre volte – a 285 milioni. L'OCSE stima che nello stesso periodo la quota della popolazione africana che frequentava la scuola passò da meno del 5% ad oltre il 20%. Sul lato opposto, gli europei trattavano con disprezzo gli africani e li sottoponevano a discriminazioni e talvolta a violenze.

Tali violenze si intensificarono durante la lotta africana per l'indipendenza, in quanto i poteri coloniali tentavano di battere i nazionalisti africani. Di conseguenza i leader africani sono diventati capi di Paesi dove la repressione del dissenso politico era già una normalità. Invece di abrogare le leggi sulla censura e la detenzione, i leader africani le conservarono e le ampliarono.

Proprio perché il dominio coloniale era stato così psicologicamente degradante nei confronti degli africani in generale, e dei leader nazionalisti in particolare, i governi africani dopo l'indipendenza erano determinati ad espellere molte delle istituzioni coloniali. Dal momento che il principio della legalità, il governo responsabile, i diritti di proprietà e il libero scambio erano importazioni europee, dovevano scomparire. Invece molti leader africani scelsero di emulare le politiche sociali ed economiche che rappresentavano l'esatto contrario del libero mercato occidentale e della democrazia liberale – l'Unione Sovietica.

Emulare l'URSS negli anni '60 non era del tutto irrazionale. Durante gli anni '30 il Paese subì una rapida industrializzazione, trasformando una nazione di contadini in una potenza formidabile. L'industrializzazione arrivò al costo di circa 20 milioni di vite umane, ma permise all'URSS di trionfare sulla Germania di Hitler (ad un costo di ulteriori 27 milioni di vite). All'inizio degli anni sessanta, il Paese non solo produsse enormi quantità di acciaio e armamenti, ma sembrava pronto a vincere la lotta scientifica contro l'Occidente, quando il 12 aprile 1961 Yuri Gagarin divenne il primo uomo ad andare nello spazio.

L'arretratezza dell'economia sovietica non si palesò fino agli anni '70. A quel tempo, purtroppo, il bacillo socialista aveva infettato gran parte dell'Africa, la quale adottò un governo monopartitico che distrusse la responsabilità ed il principio della legalità, indebolì i diritti di proprietà e, di conseguenza, la crescita economica. Vennero imposti controlli sui prezzi e sui salari e il libero scambio venne sostituito con l'autarchia.




L'amore dell'Africa per il socialismo è persistito fino agli anni '90, quando, infine, ha cominciato a reintegrarsi nell'economia globale. Le relazioni commerciali con il resto del mondo sono state un po' liberalizzate e le nazioni africane hanno cominciato a deregolamentare le loro economie, scalando così le classifiche nella relazione della Banca Mondiale riguardo la facilità del fare impresa.

Detto questo, ancora oggi l'Africa rimane il continente meno libero dal punto di vista economico e più protezionistico del mondo. È questo il problema, e non il libero scambio.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/