venerdì 24 marzo 2017

I malati cronici d'Europa





di Francesco Simoncelli


Ricordate, le leggi dell'economia possono essere aggirate, ma non possono essere violate. I pianificatori monetari centrali sono restii ad apprendere questa lezione e ritengono d'avere per le mani l'elisir di lunga giovinezza quando si parla di politiche messe in campo per generare stabilità economica. Non è così, perturbano l'equilibrio dei mercati e si affannano per recuperarlo attraverso aggiustamenti costanti e ripetitivi. Il risultato è una stagnazione economica prolungata, curabile presumibilmente con quelle stesse politiche che fino a quel momento hanno fallito. Peggio, si presume che aumentandone la dose possano magicamente raggiungere l'obiettivo prefissato. Nel breve termine è anche possibile, ma sono disposizioni temporanee che presto lasciano lo spazio ad una correzione inevitabile. Questo perché i mercati sono dinamici, mentre gli interventi dei pianificatori monetari centrali sono mirati a farlo rimanere statico.

È per questo che la BCE non ha fatto alcun passo indietro questo mese e non ne farà alcuno nel futuro prossimo, nonostante abbia raggiunto il fatidico obiettivo del 2% d'inflazione che dovrebbe significare salute economica ripristinata. Invece lo zio Mario continuerà a parlare di "ripresa debole" e probabilmente si concentrerà sull'IPCH di base, in modo da aggrapparsi ad una scusa per alzare l'asticella dello stimolo monetario.

In altre parole, c'è una paura terrificante a chiudere i rubinetti monetari pena l'implosione del mercato obbligazionario sovrano italiano. E questo sarebbe solo l'antipasto. Ciononostante, come sottolineato dal Financial Times, il target d'inflazione della BCE è stato raggiunto; questo significa che ben presto lo zio Mario finirà le scuse per tenere ben saldo il piede sull'acceleratore monetario, mentre la stagflazione fagociterà le risibili rimanenze della pseudo-ripresa economica.

Le banche centrali stanno perdendo il controllo sul valore delle loro valute e il loro ruolo come presunti guardiani della stabilità economica. Otto anni dopo la crisi del 2008-09, le varie banche centrali del mondo stanno iniettando $200 miliardi al mese nei mercati finanziari per impedire che implodano. Ma la legge dei rendimenti decrescenti sta facendo il suo corso, perché le leggi dell'economia sono costrutti a priori, ovvero, possono essere aggirate ma non violate. E tale aggiramento ha un prezzo.



GUARDARE NEGLI OCCHI L'ABISSO: L'ITALIA

La storia tende a ripetere sé stessa. Si potrebbe pensare che questo sia un semplice modo di dire, un detto banale per dare una spiegazione a fenomeni che apparentemente condividono somiglianze con eventi presenti. Sono convinto di una cosa: la storia tende a ripetersi perché, alla fine, si commettono gli stessi errori. Nel nostro caso specifico, gli errori sono quelli che fanno riferimento all’attuale situazione economica in cui langue il nostro paese. Voglio dire, basta dare un rapido sguardo a degli indicatori chiave per smentire categoricamente le voci che si rincorrono lungo le colonne dei giornali secondo cui siamo entrati in territorio di ripresa economica. Non è così.

Le bancarotte, ad esempio, sono aumentate del 4X sin dal 2008; la spesa al consumo, dopo l’incursione del governo italiano nei redditi delle famiglie italiane attraverso il fisco, è colata a picco sin dal 2012 ed è rimasta piantata lungo il target dei €230 miliardi sin da allora; le vendite al dettaglio sono rimaste piatte come una tavola sin dall’inizio della crisi europea, mentre la produzione industriale, dopo alcuni spasmi nell’ultimo biennio non è ancora riuscita a riprendere i ritmi pre-crisi; il deflusso di capitale umano verso i paesi esteri continua inesorabile. In tutto questo marasma, la ZIRP della Banca Centrale Europea sta uccidendo quello che rimane del risparmio dei vari paesi europei.

La possibilità d’incappare in errori è follemente alta dato questo panorama, di conseguenza aumenteranno a dismisura quelle entità che necessiteranno di un aiuto per sopravvivere. In modo artificiale, ovviamente, impedendo al mercato d’operare quel processo sano di pulizia che permetterebbe alla concorrenza del mercato di scegliere chi meglio potrebbe servire le necessità degli attori di mercato. Invece no, istituti finanziari in bancarotta vengono tenuti in piedi attraverso l’infusione di linee di credito supplementari per permettere loro di non contagiare l’ambiente di mercato più ampio con una volatilità inaspettata.

I pianificatori monetari centrali, infatti, seguono una regola fondamentale: non agitare le acque. Questa cosa è diventata più vera che mai sin dal 2008, quando il governo federale degli Stati Uniti ha salvato pachidermi assicurativi falliti come Fannie e Freddie. Sin da allora è stato introdotto il concetto truffaldino di TBTF. Nel caso dell’Europa, invece, il termine è stato lievemente cambiato. Noi abbiamo i GSIB, istituti troppo importanti a livello di stabilità sistemica per essere lasciati fallire. Man mano che l’attuale farsa di 96 mesi ininterrotti di ZIRP andrà avanti, aumenteranno quegli istituti che finiranno sotto questa dicitura. Non è un caso se Banca Etruria, Carife, Carichieti e Banca Marche siano finite sotto questo acronimo.

Se vogliamo analizzare il caso più eclatante vicino a noi, ci basta guardare la cosiddetta banca più vecchia del mondo. O, per meglio dire, la banca «Morta Per Sempre». La questione non è salvare o no una banca, ma è evitare una reazione a catena che potrebbe invischiare il resto delle banche europee e addirittura mondiali. Infatti, come per tutte le cose della vita, i cambiamenti avvengono al margine. Così anche per un contagio finanziario. Nel panorama economico attuale, le passività di una banca sono l’attivo di un’altra, e questo significa che, se una banca fallisce, l’attivo di un’altra si riduce, esponendola a sua volta a un serio rischio di fallimento. Dato il mostruoso livello di leveraging durante il periodo d’espansione monetaria della BCE, la fragilità dei bilanci bancari è monumentale. Basti pensare che nel 2008 Deutsche Bank prestò a MPS circa €1.5 miliardi per ripianare vari buchi di bilancio e, in ritorno, la banca senese stipulò con quella tedesca alcuni contratti derivati sui tassi d’interesse. Si pensava che la banca centrale non avrebbe mai tirato il freno a mano. Si pensava che si potesse ripianare un debito con un altro debito. Si pensava che i tassi d’interesse sul debito italiano sarebbero rimasti perennemente stabili. I conti non hanno tardato a deteriorarsi.

Al che, nel 2009, ha richiesto un salvataggio da parte dello stato italiano da €1.9 miliardi. Nel 2013, questa cifra è aumentata a un totale di €3.9 miliardi. Ora ammontano a più di €10 miliardi. Monte dei Paschi non è che una dolina finanziaria che risucchierà sempre più risorse. È un’azienda fallita, e sarebbe dovuta fallire già nel 2009, quando richiese per la prima volta la possibilità d’attingere al denaro pubblico per restare a galla. Grazie ai continui artifici contabili è riuscita a barcamenarsi nel corso degli anni arrivando fino a oggi, ma più passerà il tempo più avrà bisogno di finanziamenti a buon mercato. Ma le banche centrali hanno cercato di mantenere un ambiente economico alterato attraverso la manipolazione dei tassi d’interesse, così da permettere a settori privilegiati d’accedere a finanziamenti convenienti che in un libero mercato non sarebbero mai emersi. Infatti, la ZIRP e il QE sono espedienti che possono aiutare a guadagnare tempo e rimandare per un po’ il giorno della resa dei conti. Ma infine l’insostenibilità della loro perpetuazione mette i banchieri centrali di fronte a un bivio: continuare a inflazionare o affrontare una depressione.

A quanto pare si è scelta la prima opzione, sforando nel territorio dei tassi negativi. Danimarca, Svizzera ed Europa nel suo complesso sono già finite in questo territorio inesplorato. Si sta facendo letteralmente di tutto per salvaguardare quelle entità strettamente connesse agli interessi dei pianificatori centrali. Senza contare che la banca senese è ormai in partnership nientemeno che col Tesoro italiano, suo azionista di maggioranza. Quest’ultimo ha coperto le spese che MPS non è riuscita a ripagare sin dalla maturità dei «Monti bond», obbligazioni emesse apposta per coprire i buchi della banca senese e sovvenzionate attraverso vari aumenti fiscali sul groppone degli italiani. Ma, come ho avuto già modo di dire, MPS non è che un gigantesco investimento improduttivo in attesa d’implodere. La sua inutilità ai fini della produttività e della prosperità del capitalismo di libero mercato è scritta nelle azioni degli individui che non spenderebbero un centesimo per tenerla a galla in mancanza di coercizioni statali. Per questo, ad esempio, il suo titolo in borsa si è sfracellato negli ultimi sei anni. Dai €25 ad azione nel lontano 2008, siamo arrivati a 60 centesimi. Per questo, negli ultimi stress test della BCE, è risultata la peggiore tra le banche italiane.

Di fronte a questa semi-nazionalizzazione il cambiamento è minimo, dal punto di vista politico. Se la gestione era direzionata (indirettamente) dal PD attraverso la Fondazione, ora può essere direzionata (direttamente) attraverso il governo/Tesoro italiano. Si potrebbe avanzare che alcune banche sono più uguali delle altre, ma aiuta anche il fatto di possedere in pancia una grossa quantità di titoli di debito italiani.

Ma il vero problema qui non sono solo i crediti in sofferenza delle banche commerciali europee, bensì anche la gigantesca bolla del mercato obbligazionario. Date un occhiata al seguente grafico.



Viene rappresentata la percentuale di titoli di Stato nei bilanci delle banche commerciali dei vari stati membri dell’UE. Sin dallo scoppio della crisi finanziaria le banche centrali hanno creato una quantità spropositata di credito. Così si è abbassato artificialmente il tasso d’interesse nel mercato monetario, convogliando i bond statali nel parcheggio delle banche commerciali, in quello degli hedge fund e in quello dei fondi pensione. Vorticando solo nel circuito finanziario, il denaro di nuova creazione è andato fondamentalmente ad alleviare le sofferenze di quelle entità strettamente connesse ai privilegi garantiti dal cartello delle banche centrali. Si è congelato il ciclo economico: mentre Main Street cercava di percorrere il proprio sentiero di deleveraging dagli errori passati, alcuni istituti sono stati salvaguardati dalla lunga mano dell’interventismo centrale. Questo ha dato loro modo di sopravvivere e far guadagnare tempo ai pianificatori centrali affinché trovassero un modo per far ripartire l’economia.

Non esiste. Per questo l’economia stenta a ripartire. Per questo anche quest’anno non ci sarà alcuna ripresa. L’Italia, infatti, non è che una grande bomba ad orologeria. I tassi ridicoli registrati nei rendimenti del suo decennale non sono che il risultato della repressione finanziaria della BCE e della FED (col QE2, il QE3 e gli swap di liquidità). La realtà dei fatti ci mette davanti a un paese ucciso dalle tasse, in cui la spina dorsale del settore industriale è stata frantumata dall’ingordigia erariale e dalla burocrazia soffocante.



LA DOLINA FINANZIARIA: LA GRECIA

La Grecia non rappresenta che una dolina finanziaria, o un buco nero finanziario, che ingurgiterà qualsiasi altro finanziamento e non ridarà indietro alcuna soddisfazione agli eurocrati tanto entusiasti d’uscirsene con soluzioni sempre più invasive e manipolatrici dei mercati. Perché la Grecia sarebbe dovuta fallire nel 2010. Anzi, la Grecia era fallita ben prima di quella data. Nel momento in cui è emerso un carry trade proficuo per quei giocatori d’azzardo con l’acquolina alla bocca per un qualsiasi giro d’espansione monetaria da parte delle banche centrali, è stato sconcertante osservare come l’azzardo morale abbia iniziato a pervadere l’intera Europa in un’orgia d’acquisti d’obbligazioni statali (nel nostro caso, greche) che sono state usate come garanzie per abbeverarsi ai rubinetti monetari della BCE.

Chiunque sano di mente non sarebbe rimasto nemmeno un minuto con questa sporcizia obbligazionaria nei propri bilanci, quindi avrebbe re-ipotecato l’obbligazione per ulteriore liquidità nel mercato dei pronti contro termine e avrebbe fatto faville puntando su altri asset rischiosi. Dal 1999 al 2007, abbiamo potuto assistere a una serie di scommesse azzardate che non hanno fatto altro che eliminare una determinazione onesta dei prezzi all’interno del mercato del debito europeo e in quello dei capitali. Le distorsioni avallate dalla BCE hanno magicamente trasformato nazioni sull’orlo della bancarotta in paradisi improvvisamente dediti ad una disciplina e una rettitudine fiscale che la loro storia non aveva mai confermato. D’un tratto, nelle nazioni della periferia dell’euro scorreva sangue teutonico. L’ingegneria finanziaria della pianificazione centrale non ha fatto altro che vendere un’illusione di prosperità basata sulla falsa premessa che le banche centrali possono in qualunque modo adempiere un presunto duplice mandato che permette all’economia più ampia di trarre vantaggio dalla saggezza dei suddetti burocrati. Se, quindi, gli «uomini superiori» al comando della macchina statale e bancaria centrale sono così onniscienti, come mai non hanno visto arrivare il cataclisma fiscale e finanziario che si sarebbe abbattuto sulle loro teste, e su di quelle della popolazione, una volta che la suddetta illusione avrebbe esposto il fianco a un inevitabile redde rationem? La risposta è una sola: i modelli matematici su cui facevano affidamento sono solo chiacchiere e distintivo.

Si arriva a presumere che la crescita economica sia quasi un’appendice della lungimiranza dello stato, e attraverso quest’ultimo lo stimolo alla prosperità è una conseguenza pressoché «inevitabile». Di sicuro c’è d’inevitabile la bancarotta di coloro che pretendono d’agire in disaccordo con le leggi economiche. Senza fari è impossibile orientarsi in una coltre di tenebra: se i segnali di mercato vengono distorti, gli effetti marginali di tali distorsioni innescheranno eventi finanziari imprevedibili che sconvolgeranno il panorama economico. Nel nostro caso, il problema della Grecia coincide con un’euforia nei mercati dei capitali e del debito che, percolando nell’economia più ampia, l’ha saturata di debito a buon mercato. Ciò significa che la popolazione europea, non solo quella greca, ha raggiunto il picco d’indebitamento e non si lascerà corrompere da ulteriori botte inflazionistiche da parte della BCE. Il meccanismo di trasmissione del denaro dai primi riceventi agli ultimi è rotto.

L’economia di Main Street è ancora satura di debito, e ciò di cui necessita è un deleveraging dagli eccessi del passato, e non una nuova festa euforica. La liquidazione degli investimenti improduttivi avrebbe dovuto fare il suo intero corso, intaccando anche il settore obbligazionario statale. Invece, la BCE è intervenuta affinché le forze di mercato venissero arginate nel momento in cui stavano andando a incrinare quei trade che avevano consentito agli stati di sfogarsi in un’orgia di debiti e ai giocatori d’azzardo (banche commerciali, hedge fund, fondi pensioni) di portare a casa proficui carry trade basati su denaro quasi gratis e rendimenti dei titoli sul mercato nettamente superiori. Attraverso la sua ZIRP la BCE s’è impegnata a salvaguardare quelle entità protette dal suo cartello a scapito del resto della popolazione, la quale ha visto aumentare il livello d’austerità sul suo groppone. Che tipo d’austerità? Ovviamente, in linea con le necessità degli eurocrati. Necessità di sopravvivenza e soprattutto semantiche. Rigirando il senso d’austerità, s’è fatto credere che un aumento delle tasse in concomitanza con un aumento delle spese statali si potesse definire austerità. Tanto per fare un esempio, il debito pubblico greco in rapporto al PIL è ai massimi da 10 anni.




Osserviamo quel che è accaduto di recente. La Grecia, ormai a corto di fondi, ha fatto ricorso alle sue riserve di DSP per ripagare i suoi obblighi nei confronti del FMI. Come ogni membro del FMI, la Grecia possiede uno stock di valuta emessa dal FMI (ossia i diritti speciali di prelievo). Secondo i dati più recenti, in questa riserva c’erano circa €700 milioni alla fine di marzo. Ora, sebbene i membri possano usare questi fondi a loro discrezione, è raro che decidano d’usarli per rimborsare eventuali prestiti dovuti al FMI stesso. In sostanza, è l’ennesimo caso di nazione che ripaga i propri debiti con altri debiti. Un paese in bancarotta contrae prestiti con un’istituzione che a sua volta viene finanziata da paesi in bancarotta.

Entro il prossimo luglio scadrà la tranche da €86 miliardi dovuta al FMI, e chi si farà avanti per pagare? La Grecia stessa non può, il decennale ellenico rende il 10% e se non fosse stato per queste misure temporanee sarebbe stato paragonabile a cartastraccia. La Germania continua a sottolineare la necessità di riforme più stringenti affinché i greci possano vedere ancora fondi da parte dell'Unione Europea. Il ministro delle finanze tedesco, infatti, ha detto che la Grecia non riceverà aiuto finché non aumenterà ulteriormente le imposte sul reddito e taglierà le pensioni. Rimane solo il FMI, il quale vorrebbe scaricare di nuovo sull'UE questa patata bollente. La realtà ci racconta che sin dall'inizio della crisi europea l'economia greca s'è ristretta del 4.2% ogni anno, la disoccupazione è salita al 26% della forza lavoro e lo stato non ha affatto ristretto significativamente la sua presenza nell'economia greca.

C'è stata austerità marginale per lo stato greco e sfilacciamento progressivo del tessuto produttivo. Se il governo allentasse le misure stringenti su lavoro ed imprese, oltreché alla facilità di formare nuove imprese, l'economia greca potrebbe benissimo trovare la sua via verso la prosperità. Invece la concorrenza è stata soffocata da una burocrazia asfissiante. Non solo, ma qualsiasi fazione sia andata al governo ha mantenuto una serie di regolamenti che hanno intralciato il libero flusso di merci a favore di acquirenti e fornitori esistenti. I sindacati si sono trincerati dietro leggi sul lavoro che limitano la capacità delle imprese di assumere o licenziare, il tutto a scapito di chi cerca lavoro.

Se venissero ripudiate queste misure oppressive, allora la Grecia avrebbe una possibilità concreta di spezzare il circolo vizioso in cui si trova. La risposta è il libero mercato. Ma è improbabile che vengano adottate tali riforme. Dal momento che Atene ha supervisionato un disastro economico senza cambiare lo status quo, è decisamente probabile aspettarsi che prevarrà l'attuale caos normativo. Da qui in poi è lecito aspettarsi una serie di esiti ben definiti:

  1. Risoluzione breve (in poco tempo viene trovata una soluzione con probabile eligibilità dei bond greci nel programma di quantitative easing della BCE);
  2. Necessità di più tempo per prendere una decisione (FMI, UE e governo greco cercano di negoziare un accordo provando a siglare un compromesso entro e non oltre il mese prossimo);
  3. Rischiare (l'UE, come accaduto nel 2015, logorerebbe fino a luglio le posizioni del governo greco facendo la voce grossa);
  4. Elezioni anticipate (prima dell'estate);
  5. Uscita della Grecia dall'euro (molto improbabile).

Il 20 luglio è la data fatidica entro cui l'Eurogruppo dovrà trovare una soluzione, oppure, come accaduto a luglio di due anni fa, la Grecia sarà tecnicamente in default poiché incapace di ripagare i prestiti.




Nel frattempo i depositanti greci hanno imparato qualcosa rispetto a due anni fa: non credere alle parole degli eurocrati. Ed è per questo motivo che stanno assaltando gli sportelli bancari e ritirare i loro soldi. Negli ultimi 45 giorni sono stati ritirati €2.5 miliardi, e questo nonostante i controlli dei capitali permettano ai greci di ritirare solo €1,800 al mese.

In caso di default greco, si aprirebbero voragini incolmabili nei conti di quei paesi europei che sono stati talmente sciocchi da prestare soldi a una dolina finanziaria come la Grecia. Essendo a conoscenza della situazione traballante dei PIIGS nel loro complesso, che cosa provocheranno questi buchi? Una reazione a catena. La BCE, sebbene marginalmente esposta, si troverebbe a dover affrontare una situazione esplosiva impossibile da contenere. Draghi vuol evitare a tutti i costi qualcosa del genere. Gli eurocrati vogliono evitare a tutti i costi una situazione del genere. Quindi? Quindi nessuno lascerà andare la Grecia.

Gli obbligazionisti pensano di poter riavere i loro soldi indietro. Hanno ancora speranza. Sono ingenui. In questo caso, la formula della loro ingenuità recita: «I negoziati vanno avanti». La Grecia, infatti, continua a voler rinegoziare i termini degli accordi passati. Questo significa mantenere gli stessi impegni dando un nome diverso ai “nuovi” accordi. Non esistono piani B, Draghi l’ha messo bene in chiaro. È stato impegnato troppo capitale intellettuale e finanziario affinché l’Europa continui a operare. Sebbene gli eurocrati non se n’accorgano, c’è un prezzo da pagare per tale decisione. C’è sempre un prezzo da pagare, che sia visibile o no. Nel caso della Grecia e dell’Europa, tale prezzo è stato scaricato sulla popolazione in generale: costi maggiori di beni e servizi, salari minori, erosione progressiva del capitale.

Gli stati europei hanno fatto promesse troppo onerose da mantenere. Inebriati dall’ingegneria finanziaria e dalla repressione finanziaria alimentata dalla banca centrale, hanno illuso la popolazione con raggiri clientelari per fini elettivi. Finché è durato il boom, è andato tutto bene. Poi i nodi sono arrivati al pettine, e il bust ha messo gli eurocrati di fronte alla verità: non esistono pasti gratis. Quelle stesse promesse fonte di potere decisionale si stanno rivoltando contro coloro che le hanno strette. Infine, i pianificatori centrali saranno costretti a rompere tali promesse. Sta già accadendo: raid nei fondi pensione.

Non è una questione di se la Grecia andrà in bancarotta, ma di quando.



UNA MINA VAGANTE: LA FRANCIA

Il prossimo 23 aprile si terranno le elezioni nazionali in Francia e il fronte anti-euro sta guadagnando notevole trazione. L'eventuale vittoria della Le Pen significherebbe sedutastante la fine definitiva del progetto europeo, considerando che l'Europa quest'anno affronterà venti contrari provenienti da altre elezioni politiche: Germania e Olanda. In entrambi i paesi sta ribollendo il malcontento popolare, soprattutto perché i contribuenti del nord Europa stanno comprendendo d'esere la garanzia collaterale dietro le spese sconsiderate dei governi del sud. La volontà degli inglesi, espressa lo scorso giugno attraverso voto favorevole alla Brexit, rappresenta la pietra tombale per l'esperimento centrale del NWO in Europa.

Segna un precedente, non importa quanto ci vorrà per rendere effettiva l'uscita. E questo l'hanno capito anche i front-runner nel mercato obbligazionario sovrano che negli ultimi 6 anni avevano sostituito i bond vigilantes. Stanno capendo una cosa: le banche centrali non sono onniscienti come si credeva. Potrebbero perdere il controllo, soprattutto quando lo stato inizia a prendere possesso di pezzi crescenti della società e della produzione andando, di conseguenza, a distruggere ricchezza. Visto che uscire dall'Europa è possibile e che hanno puntato tutte le loro fiches sulla stampella rappresentata dalal BCE, adesso stanno considerando ciò che prima non sfiorava nemmeno i loro pensieri.

Quindi i front-runner stanno lasciando la scena al ritorno dei bond vigilantes, figure inizialmente mandate in letargo dai vari QE delle banche centrali.





E questo punto è qualcosa che viene ormai compreso anche dalla stampa mainstream, la quale puntualizza come una possibile uscita della Francia dall'UE stia inducendo gli investitori a cercare porti sicuri altrove:

Un sistema finanziario che già soffre di margini netti di reddito in calo e prestiti non performanti nel range dei €160 miliardi, collasserebbe in un istante se queste sofferenze dovessero aumentare e le perdite per le obbligazioni detenute dalle banche si mangerebbero il loro capitale.

Ciò condurrebbe inevitabilmente a controlli dei capitali e corse agli sportelli bancari in stile Grecia, mentre la Francia perderebbe la liquidità di supporto da parte della BCE.

In ultima analisi, non è importante se la Le Pen vinca o meno. È una questione di percezione. È una questione di fiducia, soprattutto. E quest'ultima al giorno d'oggi è stata iperinflazionata dalle politiche moentarie non convenzionali delle banche centrali. Il suo valore ormai è pari a zero. Lo stallo temporaneo raggiunto dalle banche centrali ed il semi-boom partorito dalle loro stampanti monetarie ha un prezzo, e lo pagheranno tutti coloro che hanno creduto al presunto "effetto ricchezza a cascata" o alla magia di un 2% d'inflazione. La realtà economica, sebbene agghindata dalle medie statistiche, racconta un'altra storia.

Il tarlo dell'incertezza sta già rosicchiando le precedenti verità che i front-runner avevano presumibilmente in tasca, iniziando a rimettere su la casacca dei bond vigilantes. Questo significa perdite in conto capitale diffuse. Poi i mecati scopriranno che le vulnerabilità cicliche sono diventate strutturali e che senza una correzione non ci sarà modo di tornare a prosperare. Alla fine si riduce tutto ad una corretta allocazione delle risorse economiche, le quali sono scarse e se vengono sprecate le attività che perseguono questa via distruttiva devono andare in bancarotta.



CONCLUSIONE

Che sia il sistema bancario commerciale italiano, la Grecia o le incertezze provenienti dalle elezioni francesi, l'euro e l'Europa sono due zombie che camminano. Non hanno alcuna speranza di sopravvivere alla correzione dei mercati quando la ricchezza reale viene sprecata e non ne viene creata di nuova. È possibile prolungare l'agonia, ma al prezzo di un maggiore dolore economico in futuro. Questo significa che ogni nuovo giro di interventismo politico e monetario intordurrà nel sistema economico un ostacolo alla pulizia dei mercati che renderà strutturali le vulnerabilità precedenti (es. attività che sprecano risorse scarse). In questo modo basteranno eventi sempre più di piccolo livello per mandare il tutto fuori controllo.

Quindi se prima i robo-trader rispondevano spingendo il pulsante "acquistare" ogni volta che la BCE parlava, adesso ci stanno pensando più accuratamente, tenendo in sospeso il pollice sul pulsante "vendere". I fondamentali di mercato non riflettono più una gestione del rischio e un calcolo profitti/perdite in accordo con i desideri degli attori economici. Dalle banche centrali è nato questo caos e con le banche centrali finirà. È sempre stato questo il destino della pianificazione monetaria centrale.


giovedì 23 marzo 2017

Un piano per far tornare grande me stesso

Capita spesso che alcuni dei commentatori ai miei articoli, carichino a testa bassa ogni volta che leggono qualcosa contro lo stato e a favore delle imprese private. Si riduce il tutto ad una guerra tra fazioni, dove il caos risultante partorisce solamente sterili soluzioni e arroccamenti sulle proprie idee. Il confronto per de il suo significato e la violenza della coercizione statale finisce per vincere, perché qualunque sia la guerra essa rappresenta sempre la salute dello stato. Ma fermatevi a pensare un attimo e guardatevi intorno: chi ha costruito, prodotto, o fabbricato tutte le cose che vi circondano? Non sono spuntate fuori dal terreno "spontaneamente". Sono parte di quel "miracolo" del mercato con cui Leonard Read descriveva la nascita della matita. E dato che si tratta di un "miracolo", dovremmo essere grati per tutte quelle bellezze e quel benessere che lo sforzo di altre persone ci garantiscono. Dovremmo essere grati per quelle persone che si sono accollate un rischio e, inventando ed investendo, hanno creato degli oggetti che hanno significativamente migliorato la nostra vita. E che tipo d'istituzione incentiva questo meccanismo? Non lo stato, che non ha risorse proprie e non crea niente di davvero nuovo. Invece è la proprietà privata ed i processi di segnalazione (es. prezzi e tassi d'interesse) di un mercato libero da ostacoli che permettono l'avvento di suddetto miracolo. Siate, quindi, grati al fatto che avete tante benedizioni che vi circondano e a cui potete accedere ad un costo relativamente basso. Altrimenti potete sempre farvi da soli un sandwich. Oppure un maglione.
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di Jeffrey Tucker


Ero uscito a comprare un maglione questo fine settimana e mi sono imbattuto in Donald Trump, il quale m'ha detto che avrei dovuto smettere di esternalizzare il mio lavoro.

"Dovresti lavorare a maglia e creare il tuo maglione."

Gli ho spiegato che non sono molto bravo a lavorare a maglia. Ho altre cose da fare. Questa idea mi sembrava un'enorme spreco di tempo. Non riuscivo proprio a vedermi seduto a casa e lavorare la maglia. È vero che questo mi avrebbe dato un lavoro, ma non era un lavoro che volevo, soprattutto perché c'è qualcun altro che vuole farlo al posto mio.

Ma non era d'accordo, spiegando che il problema di questo paese è che si continua a dare agli altri lavori che potremmo fare noi. Questa è una brutta cosa ed è per questo motivo che stiamo tutti soffrendo così tanto.

Ho insistito avanzando altre obiezioni, così mi ha proposto un accordo. Se avessi continuato ad esternalizzare il mio lavoro, gli avrei pagato una tassa del 35%, il che significa che qualora avessi speso $50 per un maglione, gli avrei dovuto mandare $17.50. Una rottura, chiaramente, ma eravamo entrambi d'accordo.

Invece se avessi lavorato a maglia, m'avrebbe ridotto l'imposta al 15%, oltre a dispensare il mio lavoro da tutte le normative esistenti. Sarei stato libero di fare qualsiasi maglione volessi. Il problema è che avrei dovuto lavorare a maglia, perché fare una cosa del genere m'avrebbe reso grande.

"Pensaci", ha detto, "Jeffrey Tucker è in affari!"

In un certo senso suonava abbastanza bene. Un po' goffo, ma OK. È imbarazzante, ma mi sono messo a lavorare a maglia durante la notte e nei fine settimana, producendo almeno un maglione al mese. Continuerò a farlo per guadagnare il beneficio promesso.

Inoltre smetterò d'acquistare maglioni nei negozi, e quindi porrò fine alla mia dipendenza d'esternalizzare la mia produzione. È vero che ho rinunciato ad una quantità enorme di tempo libero e devo comprare più risorse che prima non compravo (es. fili e aghi), ma ho evitato una sanzione punitiva, pago meno tasse e devo obbedire a meno regolamenti.

L'accordo non mi sembra molto efficiente, ma, come ha detto Trump, prestare attenzione all'efficienza piuttosto che alla grandezza è esattamente ciò che va storto in questo paese.

A volte mi chiedo perché la sua versione di grandezza dovrebbe prevalere sulla mia, ma, ehi, è il Presidente.



Un mese dopo

Finalmente ho finito il mio primo maglione e sono un po' indietro con le altre cose. Ho smesso di lavorare per Uber. Ho smesso di vendere roba su eBay. Stavo facendo volontariato per un ente di beneficenza e anche questo ho dovuto mollare. Ma almeno ora ho un maglione. Forse posso farci un po' di soldi, dopo tutto.

Ho provato a venderlo, ma non sono riuscito a trovare nessun acquirente. A quanto pare tutti gli altri che avevano bisogno di un maglione avevano stretto un accordo simile. Anche loro erano stati convinti a diventare grandi cucendo i propri maglioni. Siamo tutti diventati autosufficienti dal punto di vista dei maglioni.

Spero che non si sentano poveri quanto io mi sento ora.

A poco a poco ho capito una cosa: se si collabora con gli altri, si condivide il lavoro, si scopre che cosa si sa far meglio, si commercia con gli altri, e si prendono le proprie decisioni su ciò che si vuole internalizzare o esternalizzare, si può finalmente trovare la strategia migliore per utilizzare bene il proprio tempo e le risorse.

Come Adam Smith dimostrò molto tempo fa, una chiave per la prosperità è l'espansione della divisione del lavoro, cioè, trovare il modo di trarre vantaggio dai talenti degli altri, ovunque si trovino. Posso farlo solo se sono veramente libero di comprare e vendere cose in base alle mie valutazioni. Ed in base a questo sistema, ciò che più va a mio beneficio andrà anche a maggior beneficio degli altri.

Questo sistema, che possiamo chiamare libero scambio, ha il vantaggio di creare una sorta di senso di comunità, pace e prosperità. C'è una sorta di grandezza riguardo questo concetto, dopo tutto.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


mercoledì 22 marzo 2017

La connessione tra inflazione e disoccupazione





di Frank Shostak


Un calo del tasso di disoccupazione negli Stati Uniti al 4.6% il novembre scorso, rispetto al 4.9% del mese precedente e al 5% del novembre dell'anno precedente, ha spinto alcuni commentatori a suggerire che siamo quasi vicini al cosiddetto tasso naturale, che si ritiene essere a circa il 4.5%.

Si ritiene che una volta che il tasso di disoccupazione scende al di sotto di un tasso "ottimale" — chiamato Non-Accelerating Inflation Rate of Unemployment (NAIRU) — esso scatena una spirale inflazionistica.




Questa accelerazione del tasso d'inflazione avviene attraverso un aumento della domanda di beni e servizi. Fa salire anche la domanda di lavoratori e mette pressione sui salari, rafforzando la crescita del tasso d'inflazione.

Quindi da questo punto di vista sarà difficile per il presidente Trump abbassare le aliquote fiscali e aumentare la spesa per infrastrutture, senza rischiare un forte aumento del tasso d'inflazione. O almeno, così si sostiene.

Da notare che a ottobre dell'anno scorso, il tasso di crescita annuale dell'indice dei prezzi al consumo era all'1.6% rispetto allo 0.2% dell'ottobre dell'anno precedente.

Ciò aumenta anche le probabilità che la Federal Reserve debba adottare una posizione più aggressiva per quanto riguarda i tassi d'interesse, in modo da contrastare ogni possibilità di un tasso d'inflazione in accelerazione.




Il NAIRU è una misura arbitraria, derivata da una correlazione statistica tra le variazioni dei prezzi al consumo e il tasso di disoccupazione. Ciò che conta nel quadro NAIRU è se la teoria "funziona", vale a dire, se un calo del tasso di disoccupazione al di sotto del parametro di riferimento possa risultare in un tasso d'inflazione in accelerazione.

Utilizzare una correlazione statistica come base di una teoria, significa che "tutto fa brodo". Ad esempio, supponiamo che esista una forte correlazione tra il reddito di Jones e il ritmo di crescita dei prezzi al consumo. Più è alto il tasso d'aumento del reddito di Jones, più sarà alto il tasso d'aumento dei prezzi al consumo.

Quindi si potrebbe facilmente concludere che, al fine di esercitare un qualche controllo sul tasso d'inflazione, la banca centrale debba guardare con attenzione il tasso d'aumento del reddito di Jones. Questo esempio è tanto assurdo quanto il concetto del NAIRU.

Lo scopo di una teoria è presentare i fatti della realtà in forma semplificata. La teoria deve provenire dalla realtà e non da qualche idea arbitraria che si basa su una correlazione statistica.

Contrariamente a quanto si pensa comunemente, una forte attività economica non causa un aumento generale dei prezzi dei beni e servizi e un surriscaldamento economico etichettato come inflazione. Indipendentemente dal tasso di disoccupazione, purché ogni aumento delle spese sia sostenuto dalla produzione, non potrà verificarsi alcun "surriscaldamento".

Il surriscaldamento emerge una volta che aumenta la spesa senza che sia sostenuta dalla produzione, una situazione che si verifica quando viene aumentata la massa monetaria. Una volta che aumenta la massa monetaria, si genera uno scambio di nulla per qualcosa, o un consumo senza aggiunte precedenti alla produzione.

Come regola generale, un aumento dello stock di moneta è seguito da aumenti generali nei prezzi dei beni e servizi. I prezzi sono un altro nome per la quantità di denaro che le persone spendono in cambio dei beni che acquistano. Quando il denaro viene iniettato nell'economia, non finisce istantaneamente in tutti i mercati, ma ci finisce a tappe — c'è un ritardo. Ecco, quindi, la ragione per l'intervallo di tempo tra il cambiamento della massa monetaria e le variazioni dei prezzi.

Se la quantità di denaro in un'economia aumenta, mentre la quantità di merci rimane invariata, più soldi saranno spesi per una data quantità di merci (e, di conseguenza, i prezzi aumenteranno). Al contrario, se lo stock di moneta resta invariato, non sarà possibile spendere di più per tutti i beni e servizi, quindi non sarà possibile alcun aumento generale dei prezzi. Per la stessa logica, in un'economia in crescita con una quantità crescente di merci ed un stock di moneta invariato, i prezzi scenderanno.



Limitare la spesa pubblica e la creazione di denaro dal nulla porterà alla creazione di ricchezza

Se il presidente Trump dovesse sigillare tutte le scappatoie per la creazione di denaro "dal nulla" ed abbassare la spesa pubblica, questo lascerà più ricchezza reale nelle mani di coloro che la possono creare. Ciò rafforzerà il processo di creazione della ricchezza.

Un rafforzamento del processo di creazione della ricchezza consentirà un aumento della produzione di beni e servizi, vale a dire, un rafforzamento della crescita economica. Di conseguenza questo corrisponderà al declino del tasso di crescita dei prezzi dei beni e servizi. (Ricordate, le feritoie per la creazione di denaro "dal nulla" sono sigillate.) Questo corrisponderà anche ad una diminuzione del tasso di disoccupazione.

Si osservi inoltre che in un'economia senza ostacoli con un minimo coinvolgimento dello stato nell'attività economica e in assenza di creazione di denaro "dal nulla", avrà luogo un uso efficiente delle risorse. In un ambiente del genere, nessuno avrebbe bisogno del cosiddetto NAIRU. Tale ambiente sarà favorevole all'espansione della ricchezza reale, ad un basso tasso di disoccupazione e ad un declino del tasso d'inflazione.

Si noti inoltre che in un'economia di mercato, qualsiasi forma di disoccupazione sarà di natura volontaria. Gli individui saranno pagati in conformità con il loro contributo alla produzione di ricchezza. Chiunque insista per un salario superiore a quello che è il suo contributo alla creazione di ricchezza, rimarrà disoccupato.

Tuttavia le probabilità che Donald Trump abbraccerà uno stato minimo, con le feritoie alla creazione di denaro "dal nulla" sigillate, sono praticamente pari a zero.



Una maggiorazione della spesa pubblica metterà a repentaglio la creazione di ricchezza

Quindi suggeriamo che qualsiasi espansione della spesa pubblica rischia di indebolire ulteriormente il processo di creazione di ricchezza e causare difficoltà economiche.

Ovviamente se il processo di creazione di ricchezza è ancora in grado di assorbire tutti gli abusi provenienti dall'espansione dello stato e dalle politiche monetarie sconsiderate delle banche centrali, allora le politiche di Donald Trump e della FED all'inizio sembreranno avere successo.

Questa illusione si dissolverà una volta che il bacino della ricchezza reale finirà su un percorso discendente. Poi l'economia cadrà in una grave crisi economica.

Qualsiasi presa di posizione accomodante da parte della Federal Reserve e dello stato, serviranno solo a peggiorare le cose. Ricordate, lo stato non è un'entità che genera ricchezza — la consuma soltanto.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


martedì 21 marzo 2017

Denaro reale e perché ne avete bisogno ora





di Bill Bonner


Molti anni fa, prima dell'invenzione della moneta moderna o del capitalismo, la gente possedeva lo stesso una certa quantità di ricchezza – anche se limitata. E aveva ancora modo di tenerne traccia. Il principio del "commercio equo" sembra essere nel nostro DNA.

Se date qualcosa al vostro prossimo, non vi aspettate che vi colpisca in testa. Vi aspettate che vi dia qualcosa in cambio. E se gli date una mucca e lui vi dà la metà di un coniglio, un qualche istinto vi dice che non è "giusto".

Le piccole comunità potevano tenere traccia di chi doveva cosa a chi. Ma con l'evoluzione della civiltà, è risultato necessario un nuovo tipo di denaro.

In un gruppo di persone in una valle isolata, ci si poteva ricordare che un vostro cugino vi doveva dare qualcosa pari al valore del cinghiale che gli avevate dato... e che dovevate offrire vostro figlio o figlia alla famiglia da cui avevate ottenuto vostra moglie... e così via.

Ma al crescere del gruppo, la gente ha avuto bisogno di un modo per regolare le operazioni senza doversi fidare delle persone con cui stava facendo affari o ricordare cosa doveva a chi.

Quando Aristotele descrisse il "denaro", aveva in mente il nostro denaro moderno – qualcosa che non è ricchezza, ma agisce come un segnaposto per la ricchezza. Si tratta di informazioni; ci dice quanta ricchezza reale è possibile rivendicare.

Negli ultimi 5,000 anni, il miglior tipo di denaro è stato l'oro (e in misura minore l'argento). L'oro è molto utile in quanto denaro. Con esso è possibile fare affari con perfetti sconosciuti. Può essere usato per sostituire quasi qualsiasi quantità di ricchezza. In seguito la cartamoneta – che rappresenta unità d'oro o argento – ha facilitato ancora di più il commercio. Senza questo denaro moderno, un'economia avanzata non sarebbe stata possibile.

Il denaro reale permette un'elaborazione della divisione del lavoro, e fornisce all'intero sistema le informazioni di cui ha bisogno per funzionare. Non si può costruire un'automobile, per esempio, senza una vasta rete di input – lavoro, acciaio, batterie, vetro, gomma – provenienti da tutto il mondo.

E per metterli insieme in qualsiasi modo ragionevole, è necessario sapere quanto costa ognuno di loro. Prendere la gomma dalla Malesia sarà molto più efficiente che cercare di prenderla da fornitori finlandesi; il prezzo, espresso in unità di denaro, ve lo dirà immediatamente.

Questa è il motivo per cui alti livelli d'inflazione portano l'economia ad arenarsi. Il segnaposto perde il suo posto. Non si capisce più quanto costano le cose. E da un momento all'altro, il vostro posto in fila cambia.

Un'altra caratteristica importante del denaro moderno è che le transazioni sono definitive. Vi do un pollo... voi mi date una piccola moneta d'oro. Affare fatto. Non bisogna preoccuparsi di ciò che accadrà in futuro. Ho i miei soldi e non vi devo niente, così come voi non dovete nient'altro a me.

Sì, c'è sempre la possibilità che l'oro possa perdere valore... che non potrebbe tenere molto bene il suo posto in fila. Non è una grande preoccupazione, però.

I prezzi vanno su e giù. Ma secondo The Golden Constant di Roy William Jastram, il valore dell'oro oggi è circa lo stesso di quello che era – nella misura in cui queste cose possono essere misurate con precisione – 500 anni fa. E non devo preoccuparmi di una terza parte, perché non c'è nessuna terza parte, o controparte, in questa operazione.

L'oro è denaro "che non ha bisogno di fiducia". Non dobbiamo fidarci del tipo da cui l'abbiamo ottenuto. E non è stato emesso o creato da qualche agenzia governativa, quindi non dobbiamo avere fiducia nei federali affinché ne conservino il valore.

Quando il sistema monetario degli Stati Uniti è stato cambiato in due mosse – prima quando Lyndon Johnson nel 1968 chiese al Congresso di abrogare l'obbligo di una riserva d'oro per sostenere la valuta degli Stati Uniti e poi quando nel 1971 Richard Nixon chiuse la convertibilità del dollaro in oro – il governo degli Stati Uniti ha reintrodotto una forma di denaro più primitiva.




Con questa nuova moneta, l'economia degli Stati Uniti – e, per estensione, gran parte dell'economia mondiale – è stata plasmata da credito superiore ai risparmi disponibili. Migliaia di miliardi di dollari in nuovi alberghi, case, aziende, centri commerciali, fabbriche, cene, farmaci – e quasi tutto il resto – sono stati finanziati con questo credito vuoto.

Prima o poi questo debito deve fare i conti con la deflazione o l'inflazione. Ma qualcuno alla fine paga: con la deflazione, paga il creditore quando il suo credito va a male; con l'inflazione pagano tutti attraverso l'aumento dei prezzi.

Sin dal 1971 la fiducia nel dollaro da parte dell'americano medio è stata premiata con una perdita enorme – circa il 95% del valore del dollaro è scomparso. Come ci si aspetterebbe, questo nuovo denaro non è più degno di fiducia. Ogni operazione coinvolge terze parti – il custode della moneta.

Diciamo che avviate un'impresa e la vendete per $1 milione. Voi sapete che potete scambiare quei soldi per un valore di beni e servizi pari ad un milione di dollari. Il denaro rappresenta risorse per un valore di un milione di dollari. Sono usciti fuori da qualcosa con un valore tangibile che è stato aggiunto all'economia.

Ma se quel milione di dollari fosse stato prestato da una banca commerciale o stampato dalla banca centrale, piuttosto che guadagnato onestamente e risparmiato, non ci sarebbe una corrispondente aggiunta di beni e servizi all'offerta mondiale.

Questo è solo un altro modo di guardare alla classica teoria quantitativa della moneta. L'offerta di beni e servizi deve sempre essere bilanciata rispetto al denaro disponibile. Se la quantità di denaro disponibile (o di credito) è doppia e l'offerta di beni e servizi resta invariata, anche i prezzi dovrebbero raddoppiare. Non immediatamente, ma spesso all'improvviso.

L'oro si distingue in quanto non può essere estratto facilmente. I costi d'estrazione tendono ad aumentare con i livelli di PIL e dei prezzi in generale. Così l'offerta di questo tipo di denaro tende a salire più o meno in linea con l'offerta di beni e servizi.

I prezzi rimangono più o meno stabili. Non esiste alcun custode di cui ci si debba preoccupare. Si tratta di una valuta che non ha bisogno di fiducia. Il grafico qui sopra vi mostra come il prezzo in dollari dell'oro sia rimasto abbastanza stabile fino all'avvento del nuovo sistema monetario nel 1971.

Dal momento che il custode – terze parti – è entrato in scena, il valore del biglietto verde è sceso da $40 per oncia d'oro a $1,200 per oncia.

Questo è qualcosa di cui preoccuparsi, tanto più che i livelli di debito stanno raggiungendo nuovi record e l'impegno del custode nel mantenere stabile il valore del dollaro sta sbiadendo. I federali in realtà vogliono un dollaro più debole e non esitano a dirlo.

Ma almeno questa minaccia è compresa, anche quando non pienamente apprezzata. È qualcosa "da manuale". Aumentate l'offerta di denaro e, a parità di condizioni, aumenterete i prezzi. Non aumenterete i livelli di ricchezza, né il PIL; cambierete solo il rapporto tra beni e servizi disponibili rispetto al denaro disponibile.

Un'altra cosa da manuale è anche la seguente: in un sistema con denaro onesto, non si può prestare denaro che non si ha. Non si poteva prestare oro a meno che non si disponesse di quell'oro da dare in prestito. Nessun prestito al di sopra del risparmio disponibile = nessun aumento artificiale della massa monetaria = nessuna inflazione dei prezzi (né negli asset, né nei beni di consumo e servizi). Nessun boom artificiale = né alcun conseguente bust.

Quindi, vedete, ci sono evidenti vantaggi con l'oro, se si desidera avere un sistema monetario onesto. E mentre il sistema monetario pre-1971 non aveva raggiunto questo ideale, l'inaffidabilità del denaro post-1971 è ben dimostrata nel grafico qui sopra. La sua disonestà è illustrata dalla quantità di credito creata sin dal suo inizio – circa $59,000 miliardi.

Anche questo è qualcosa da manuale. Questo è credito in eccesso, superiore ai risparmi reali disponibili. Si tratta di una frode e produce una crescita insostenibile e fraudolenta.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


lunedì 20 marzo 2017

Trump ha perso la grande occasione di bonificare la palude





di David Stockman


Janet Yellen ha affermato che rimarrà in carica fino alla durata naturale del suo mandato (gennaio 2018) e ha sfacciatamente tenuto conferenze al Congresso mettendo in guardia dai pericoli dell'interferenza politica con la banca centrale.

Oddio mio!

Prima del dicembre scorso — dopo l'elezione presidenziale — la FED ha trascorso l'anno intero a rimanere seduta sui tassi d'interesse quasi a zero per nessuna ragione plausibile. Il motivo principale era quello di perpetuare la bolla nel mercato azionario e quindi garantire l'elezione di Hillary Clinton con conseguente perpetuazione del sistema di Wall Street/Washington.

A suo merito, Donald Trump ha denunciato questa intromissione politica durante la campagna elettorale, definendola "vergognosa" e progettata per mantenere gonfiate le medie azionarie fino all'otto novembre.

Aveva ragione. Eppure, nonostante la sua vittoria scioccante, la Yellen ha la temerarietà di negare la realtà; praticamente il bue che dice cornuto all'asino. Il suo partito keynesiano-statalista è stato ripudiato dal popolo americano, ma zia Janet insiste sul fatto che il suo diritto a rimanere a capo della FED non è stato intaccato di un virgola.

Inoltre, questa non era la solita nenia circa la presunta "indipendenza" della FED, piuttosto una sorta di messaggio non tanto velato all'attuale presidente.

Voleva dire che per i mandarini monetari arroganti che gestiscono la banca centrale della nazione, la sua elezione era irrilevante e che, in ogni caso, la FED non aveva nulla a che fare con i fallimenti economici che hanno portato la maggioranza degli elettori nell'entroterra statunitense a votare per Trump.

Oh sì, invece!

Nel grande schema delle cose, la distruzione di una determinazione onesta dei prezzi nei mercati finanziari e la trasformazione dei piani alti delle grandi società americane in tane d'ingegneria finanziaria, è esattamente ciò che ha fatto finire in un fosso il capitalismo americano.

Infatti il pompaggio monetario e la repressione finanziaria sono stati più dannosi della tassazione, la regolamentazione e tutte le altre intrusioni statali nel libero mercato.

Questo perché i tassi d'interesse incredibilmente bassi hanno innescato una corsa folle per rendimenti decenti tra i manager delle obbligazioni, i quali a loro volta hanno passato gli ultimi 7 anni a fare offerte d'acquisto per obbligazioni societarie e altri titoli di debito.

Ma i capitali artificialmente a basso costo non hanno generato un boom degli investimenti per Main Street, come invece recita il catechismo keynesiano. I geni nell'Eccles Building non hanno fatto i conti con il fatto che quando si falsificano i prezzi degli asset finanziari, come il rendimento dei titoli obbligazionari, si crea una reazione a catena di ulteriori distorsioni, falsificazioni e cattivi investimenti.

Il mercato azionario è estremamente sopravvalutato — probabilmente il 50% o più — ed è diventato un agente di distruzione del capitalismo piuttosto che un forum efficace per la raccolta e l'allocazione del capitale azionario.

Inutile dire che i cosiddetti economisti conservatori che consigliano Trump — ed il GOP — non capiscono affatto questo punto. Dovrebbero tornare a leggere Adam Smith — visto che non si accorgono che la moneta della banca centrale rovina il libero mercato e ne distrugge le regole.

La massiccia ingegneria finanziaria ha creato una deformazione orribile guidata dalla Finanza delle Bolle della banca centrale. Ha deformato i prezzi del debito, favorendo un'allocazione errata del capitale.

In tale contesto, i cosiddetti economisti conservatori continuano ad abbaiare contro una pressione fiscale troppo elevata — e questo è vero perché, per definizione, tutte le tasse sono sempre troppo alte.

Ma la questione più importante, il motivo per cui gli investimenti delle imprese e la creazione di occupazione sono in fase di stallo in America, non è perché l'IRS le ha prosciugate fino al midollo. In realtà, il General Accounting Office (GAO) ha studiato le dichiarazioni dei redditi di tutte le grandi aziende statunitensi dal 2008 fino al 2012 e ha scoperto che il 20% delle grandi imprese non ha pagato alcuna imposta sul reddito delle società.

Inoltre le grandi aziende statunitensi nel loro complesso, hanno pagato solo il 14% del loro reddito al netto delle tasse in imposte sul reddito. Ciò non è nemmeno vicino alla cifra legale del 35%, o anche a quella effettiva del 22%, spesso citata dagli esperti fiscali. Ma quest'ultima include tasse estere, statali e locali, che non cambierebbero anche se la cifra legale degli Stati Uniti scendesse a zero.

Non fraintendetemi qui. L'imposta sul reddito delle società degli Stati Uniti è una stupida ed inefficiente reliquia di un'epoca precedente. Dopo tutto, l'esattore delle tasse non riuscirà a stare al passo col mondo di oggi, dove il capitale si sposta istantaneamente, dove la tecnologia, i prodotti ed i servizi di sourcing, nonché gli impianti ed i servizi d'immagazzinamento, cambiano costantemente.

L'imposta sul reddito delle società ha generato appena $300 miliardi nell'anno fiscale 2016, o l'1.6% del PIL — rispetto al 8-9% nel periodo d'oro degli anni '50, dove poteva avere un senso marginale. Ma oggi, è solo un modo per dare lavoro a figure professionali come commercialisti, avvocati e consulenti tributari.

Quindi una riduzione dell'imposta sul reddito delle società al 15% — o addirittura una sua eliminazione — è una splendida idea, perché ridurrà il costo degli adempimenti fiscali pendenti sulle aziende. E col tempo, le risorse liberate — tra cui avvocati fiscali riciclati — contribuiranno ad aumentare la produttività e la crescita dell'economia degli Stati Uniti.

Ma nel breve termine questo tipo di riduzione fiscale da sola non contribuirà molto a rilanciare gli investimenti delle imprese in attività produttive, la crescita e l'occupazione. I killer nel mondo degli affari di oggi sono i CEO, i CFO ed altri alti dirigenti che occupano i piani alti delle grandi aziende.

Ma ecco il punto.

Sono creature del sistema d'incentivazione artificiale e di mispricing del capitale che è controllato dalla FED. Quindi, fintanto che la cricca di keynesiani nel mercato azionario rimane in carica, non ci sarà alcun boom degli investimenti per far tornare grande l'America.

Invece i soldi risparmiati da una riduzione dell'imposta sulle società, andrà a finire in riacquisti di azioni proprie e in altre forme d'ingegneria finanziaria destinati a gonfiare i prezzi delle azioni e il valore delle stock option dei piani alti delle grandi aziende. Allo stesso modo, il "condono fiscale" progettato per permettere alle aziende statunitensi di riportare $2 miliardi off-shore negli Stati Uniti — si tradurrà anch'esso in riacquisti di azioni proprie, dividendi e altri affari proprio come accaduto nel 2004.

In breve, non ci sono iniziative di politica fiscale o normativa fiscale che possano rilanciare la crescita fino a quando il mercato azionario non crollerà e non verrà eliminato del tutto il flusso di denaro gratuito che ha reso selvaggia la speculazione, trasformando suddetto mercato in una bisca clandestina.

Quindi lasciare Janet Yellen e il suo collega insopportabile, Stanley Fischer, al potere, sarebbe il colmo della follia per l'amministrazione Trump. L'effetto sarebbe quello di mantenere gonfiata questa gigantesca bolla a Wall Street, giusto il tempo per far ricadere su Donald Trump il suo inevitabile scoppio.

Come ho detto, il suo compito doveva essere quello di sradicare le erbacce!

Trump doveva chiedere le loro dimissioni il 20 gennaio stesso. Questo semplice, ma decisivo comando, avrebbe causato un immediato scoppio delle bolle folli a Wall Street.

Ma questo è esattamente il punto, ed è coerente con il modo in cui agì Ronald Reagan nel 1981. Se Trump è eccezionalmente bravo in qualcosa, è quello di creare piñata politiche che poi possono essere colpite più e più volte.

Avrebbe potuto incolpare l'amministrazione Obama per la necessaria epurazione del casinò. E avrebbe anche dovuto incolpare il drappello di pianificatori monetari centrali della FED che hanno gonfiato bolle dopo bolle — svuotando Main Street di capitale, investimenti, crescita, posti di lavoro e potere d'acquisto.

Ecco come Trump avrebbe potuto iniziare la bonificazione della palude, ma non l' ha fatto.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/