martedì 19 giugno 2018

Analisi tecnica del prezzo di Bitcoin e delle Alt (LTC, ETH, EOS)

Aggiornamento dei mercati delle criptovalute. In questo nuovo appuntamento verrà fatta un'analisi tecnica del prezzo del Bitcoin (cercando di identificare i nuovi movimenti), seguita da un'analisi tecnica di alcune Altcoin (LTC, ETH, EOS) e una panoramica delle posizioni short/long sul prezzo di Bitcoin in modo da vedere come si stanno comportando rispetto al nostro ultimo appuntamento (ottime per ipotizzare top e bottom).

È possibile consultare l'analisi tecnica al seguente indirizzo: https://www.yours.org/content/analisi-tecnica-del-prezzo-di-bitcoin-e-delle-alt--ltc--eth--eos---19--972ff238ce6d


Il denaro è stato creato per decreto dello stato?





di Frank Shostak


Secondo il punto di vista popolare, la gente accetta il denaro poiché inizialmente è stato introdotto da un decreto statale.[1] Ma ha senso?

La domanda per una merce deriva dal suo beneficio percepito. Ad esempio, le persone chiedono cibo poiché offre loro nutrimento. È diverso per il denaro, le persone lo chiedono non per l'uso diretto nel consumo ma per scambiarlo con altri beni e servizi.

Il denaro non è utile in sé, ma poiché ha un valore di scambio, è scambiabile in termini di altri beni e servizi. Il denaro è richiesto perché il vantaggio che offre è il suo potere d'acquisto (cioè, il suo prezzo). Di conseguenza, affinché qualcosa venga accettato come denaro, deve avere un potere d'acquisto pre-esistente, un prezzo. Quindi come può una cosa che lo stato proclama mezzo di scambio acquisire un tale potere d'acquisto, un prezzo?

Nei suoi scritti Carl Menger ha sollevato dubbi sulla solidità del punto di vista secondo cui l'origine del denaro sia lo stato. Secondo Menger:
Un evento così significativo e di notorietà inevitabile, come l'istituzione per legge o convenzione di un mezzo di scambio universale, sarebbe stato certamente conservato nella memoria dell'uomo, in quanto sarebbe anche emerso in un gran numero di posti. Eppure nessun monumento storico ci dà notizie attendibili di una qualsiasi transazione che conferiva un riconoscimento distinto al mezzo di scambio già in uso, o che faceva riferimento alla sua adozione da parte di popoli di cultura relativamente recente, e ancor meno che testimoniava un'iniziazione delle prime ere della civiltà economica nell'uso del denaro.[2]

Nel corso della storia diversi beni sono stati usati come mezzo di scambio. Su questo Mises osservò che nel corso del tempo ci sarebbe stata una tendenza inevitabile affinché i meno commerciati sarebbero stati scansati uno alla volta, finché non sarebbe rimasta solo una sola merce, universalmente impiegata come mezzo di scambio.[3]

Allo stesso modo Rothbard ha scritto che:
Proprio come in natura c'è una grande varietà di abilità e risorse, c'è altresì una varietà nella commerciabilità dei beni. Alcuni beni sono più richiesti di altri; alcuni sono più divisibili in unità più piccole senza perdite di valore, altri più durevoli per lunghi periodi di tempo, altri più trasportabili lungo grandi distanze. Tutti questi vantaggi garantiscono una maggiore commerciabilità. È chiaro che in ogni società i beni più commerciati saranno gradualmente selezionati come mezzi per lo scambio. Dal momento che sono sempre più selezionati come mezzi per lo scambio, la loro domanda aumenta a causa di questo uso, e quindi diventano ancora più commerciabili. Il risultato è una spirale che si auto rinforza: una maggiore commerciabilità causa un uso più ampio come mezzo di scambio che causa una maggiore commerciabilità, ecc.

Alla fine, una o due merci sono usate come mezzi di scambio generali — in quasi tutti gli scambi — e vengono chiamate denaro.[4] Un elemento critico in questo processo di selezione è il fatto che la domanda di moneta dipende dal prezzo pre-esistente. Su questo Rothbard sosteneva che:
Il denaro non può avere origine in nessun altro modo: né da parte di tutti che improvvisamente decidendo di creare denaro con materiale inutile, né dallo stato che chiama "denaro" dei semplici pezzi di carta. Incorporata nella domanda di denaro c'è la conoscenza dei prezzi monetari del passato.[5]

Sappiamo che la legge della domanda e dell'offerta può spiegare il prezzo di un bene. Allo stesso modo, sembrerebbe che la stessa legge debba spiegare il prezzo del denaro. Ma c'è un problema con questo modo di pensare, poiché la domanda di denaro nasce perché il denaro ha potere d'acquisto (cioè, il denaro ha un prezzo). Tuttavia, se la domanda di moneta dipende dal suo prezzo pre-esistente, cioè dal potere d'acquisto, come può questo prezzo essere spiegato con la domanda? Siamo apparentemente finiti in una trappola circolare, perché il potere d'acquisto del denaro è spiegato dalla domanda di moneta, mentre la domanda di moneta è spiegata dal suo potere d'acquisto. La circolarità sembra mettere in dubbio il processo storico di selezione del denaro, come descritto da Mises e Rothbard, e sembra dare credito all'opinione che l'accettazione del denaro sia il risultato di un decreto statale.

Nei suoi scritti Mises ha respinto con successo il punto di vista popolare su come il denaro venga accettato.[6] Mises iniziò la sua analisi osservando che la domanda di moneta odierna è determinata dal potere di acquisto di ieri del denaro.

Quindi per una determinata quantità di denaro, il potere d'acquisto di oggi viene stabilito di conseguenza. La domanda di denaro di ieri, a sua volta, viene impostata dal potere d'acquisto del denaro del giorno prima. Quindi, per una certa quantità di denaro, viene impostato così il prezzo del denaro di ieri.

La stessa procedura si applica ai periodi passati. Con la regressione nel tempo arriveremo ad un punto in cui il denaro era solo una merce ordinaria in cui la domanda e l'offerta ne stabilivano il prezzo. La merce aveva un valore di scambio in termini di altre merci, cioè il suo valore di scambio era stabilito col baratto.

Il giorno in cui una merce è diventata denaro, aveva già un potere d'acquisto o un prezzo stabilito in termini di altri beni. Questo potere d'acquisto ci consente di impostare la domanda di questo prodotto come denaro. Questo a sua volta, per una data offerta, stabilisce il suo potere d'acquisto il giorno in cui questa merce inizia ad essere usata come denaro.

Una volta che emerge il prezzo del denaro, esso serve come input per l'impostazione del suo prezzo domani. Ne consegue, quindi, che senza le informazioni di ieri sul prezzo del denaro, non può essere stabilito il potere d'acquisto del denaro di oggi. (Per quanto riguarda altri beni e servizi, la storia passata non è richiesta per accertare i prezzi attuali, poiché la domanda per questi beni è dovuta ai benefici percepiti dal loro consumo. Il vantaggio offerto dal denaro è che può essere scambiato per beni e servizi. Di conseguenza è necessario conoscere il potere di acquisto passato del denaro al fine di stabilirne la domanda di oggi.)

Usando il quadro di pensiero di Mises, noto anche come Teorema della Regressione, possiamo dedurre che non è possibile che il denaro possa essere emerso come conseguenza di un decreto statale; proprio perché il decreto non può conferire potere d'acquisto ad una cosa che lo stato proclama diventerà il mezzo di scambio. Il Teorema mostra che il denaro deve emergere come merce. Su questo Rothbard ha scritto:
A differenza dei beni dei consumatori, o dei produttori, utilizzati in modo diretto, il denaro deve avere prezzi pre-esistenti sui quali basare una domanda. Ma l'unico modo in cui ciò può accadere è iniziare con una merce utile nel baratto, e poi aggiungere la domanda come mezzo di scambio alla domanda precedente nell'uso diretto (ad esempio, per gli ornamenti, nel caso dell'oro). Quindi lo stato è impotente quando si tratta di creare denaro; solo il processo del libero mercato può svilupparlo.[7]


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] Carl Menger, “On the Origins of Money”, Economic Journal, volume 2 (1892) p.239-55

[2] Carl Menger, ibid.

[3] Ludwig von Mises, Theory of Money and Credit, pp.32-33.

[4] Murray N. Rothbard, “What Has Government Done to Our Money?

[5] Ibid.

[6] Ludwig von Mises, Human Action Scholars edition, Capitolo 17

[7] Murray N. Rothbard, “What Has Government Done to Our Money?”

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lunedì 18 giugno 2018

È la crisi di Trump, ma non date la colpa a lui





di David Stockman


Sono pochi i difensori palesemente irriverenti dell'attuale status quo finanziario, e uno di questi è Ben White di Politico. Quindi non sorprende se abbia scritto l'ennesima caterva di baggianate riguardo la rinnovata sventura del mercato azionario presumibilmente da attribuire tutta a Trump, a causa delle sue tempeste di tweet, delle sue iniziative commerciali protezionistiche e degli attacchi alla vacca sacra del casinò del momento, Amazon.

Il suo articolo è solo spazzatura ovviamente. È un tributo al pregiudizio anti-Trump che domina sulla stampa della Città Imperiale; almeno su questa faccenda Trump non è assolutamente colpevole, perché non è stato in giro abbastanza a lungo da meritarsi la colpa. Il boom fasullo del mercato azionario è stato alimentato per tre decenni dalla follia monetaria della banca centrale; l'ascesa di tale mercato dal giorno delle ultime elezioni riflette solo la fase finale di una bolla finanziaria che ha ormai raggiunto la data di scadenza.

Infatti il nostro presidente ha confuso l'ultimo sussulto dei robo-trader e dei dip-buyer per un'approvazione della sua miscela di protezionismo, nazionalismo, populismo e keynesismo sotto steroidi. Allo stesso modo, la salita post-elettorale del mercato non ha nulla a che fare con un presunto boom economico di Trump, perché non ce n'è stato uno. Un tasso di crescita del PIL reale pari al 2.0% o meno è ora praticamente implicito nei dati del primo trimestre in base alle statistiche economiche fino ad oggi. Ciò equivale ad un guadagno di $75 miliardi rispetto al livello del PIL reale annualizzato del trimestre precedente.

Di conseguenza, i primi cinque trimestri dell'economia Trump hanno generato un guadagno medio nel PIL reale di $102 miliardi al trimestre. Però durante i tre anni precedenti (2014-2016) il tasso di crescita trimestrale è stato di $99 miliardi al trimestre.

La chiameremmo una distinzione senza differenza. Infatti l'idea che ci sia stato un qualche tipo di accelerazione economica è, beh, una fake news.

In realtà, ciò che abbiamo avuto è stata un'espansione aziendale dilagante alimentata dal debito e dall'ingegneria finanziaria, entrambi doni di una banca centrale che da decenni sta causando danni all'economia di Main Street.

Come abbiamo più volte dimostrato, i piani alti delle grandi aziende americane hanno smantellato i loro flussi di cassa e i loro bilanci per gonfiare i prezzi delle azioni e le stock option, aborrendo drasticamente gli investimenti in produttività e crescita di lungo termine. Dall'inizio del secolo, infatti, sono stati deviati $20,000 miliardi in operazioni improduttive di acquisizione e fusione, riacquisti di azioni proprie e ricapitalizzazioni a leva di ogni dimensione.

Non sorprende se questa enorme deviazione di denaro e capitali verso Wall Street abbia lasciato Main Street a bocca asciutta. Ciò che conta per la crescita e la produttività è l'investimento netto al netto dell'inflazione e il reintegro del capitale consumato dagli ammortamenti.

Come il grafico qui sotto chiarisce, non c'è stato niente di tutto ciò. Nel 2016 l'investimento netto reale era ancora inferiore del 28% rispetto al suo livello del 2000. E rispetto al PIL reale, la storia è ancora più lugubre: il livello medio dell'investimento netto nel 1999-2001 era pari al 3.8% del PIL, mentre durante gli ultimi tre anni ha registrato una media del 2.5% del PIL.


Data questa triste tendenza a lungo termine degli investimenti netti reali, non sorprende se la crescita reale delle vendite finali dal picco pre-crisi del 2007 sia scesa a solo l'1.3% annuo, o solo un terzo della sua tendenza storica del 3.3%. Quindi, anche se Trump avesse un'agenda pro-crescita/denaro onesto, cosa che sicuramente non ha, sarebbe quasi impossibile liberare rapidamente l'economia statunitense dalla bassa crescita mostrata nel grafico qui sotto.

E questo ci porta alla causa vera della cosiddetta crisi targata Trump. Quello che sta succedendo è che i keynesiani della FED stanno lasciando a secco il casinò e quest'ultimo sta iniziando ad innervosirsi.

Mentre i tweet di Trump e gli slittamenti delle politiche sono stati i fattori scatenanti dei tonfi recenti, la causa vera è la comprensione all'interno del casinò che tutti i pompaggi della FED non sono riusciti ad innescare nessuna accelerazione economica reale, e che ora è in corso un epocale restringimento della politica monetaria sia qui che all'estero.

Dopo di che la fase espansiva si scontrerà con il record dell'era tecnologica degli anni '90 a 119 mesi, man mano che guadagneranno intensità i venti contrari dei rendimenti obbligazionari crescenti, della crescita vacillante in Europa e in Asia e di un brusco rallentamento dell'economia in Cina.


La verità è che Trump non ha fatto assolutamente nulla per aiutare l'economia statunitense, ma le ha inflitto un enorme danno incespicando nella più irresponsabile politica fiscale della storia moderna.

Eppure con il deficit federale che ora si sta dirigendo verso i $1,200 miliardi, o il 6% del PIL nell'anno a venire, non c'è modo di evitare una conflagrazione nei mercati obbligazionari sovrani. Il conseguente "shock dei rendimenti", a sua volta, finirà per forare la Grande Bolla gonfiata da quando Greenspan fu preso dal panico al momento del crollo del mercato azionario nell'ottobre 1987 e lanciò l'attuale era di pianificazione centrale monetaria.

Eppure, quando un braccio del governo americano sta prendendo in prestito ad un ritmo di $1,200 miliardi, mentre il braccio della banca centrale sta scaricando obbligazioni ad un ritmo annuale di $600 miliardi, stiamo parlando di una collisione fiscale/monetaria mai vista prima d'ora.

Inutile dire che non c'è la possibilità che l'economia statunitense, gonfiata dal debito, possa restare incolume a tale conflagrazione. Infatti si può affermare che la pseudo-ripresa degli ultimi anni sia andata sprecata. Se non altro, era almeno una possibilità per effettuare un deleveraging modesto dell'economia americana, in modo che la normalizzazione monetaria potesse verificarsi con una quantità minima di scossoni per Main Street.

Al contrario, non c'è stato alcun deleveraging. Rispetto alla norma moderna a 100 anni (dal 1870 al 1970) in cui il rapporto debito/reddito è stato del 1.5X, esso è ora pari al 3.47X e non è praticamente cambiato dal livello di 3.58X che ha innescato il crollo finanziario nel 2008.

Detto in modo diverso, se gli Stati Uniti fossero rimasti economicametne sobri e non avessero lanciato una LBO nazionale negli ultimi 35 anni, il debito pubblico e privato sarebbe ora di $30,000 miliardi, non i $68,000 miliardi indicati di seguito.

L'ironia, quindi, è che l'economia di Main Street sta fallendo perché sta trascinando circa $38,000 miliardi di debiti extra. Comunque dobbiamo anche sottolineare che Trump ha ereditato un'economia con un rapporto di leva a 3.49 volte il reddito nazionale. Quindi non incolpate Trump per l'imminente resa dei conti. Ha ereditato l'attuale deformazione monetaria gonfiata dal debito.

E come tutti i presidenti prima di lui, da quando Ronald Reagan è stato imbrogliato da Wall Street ad abbandonare il suo desiderio di tornare ad un sound money standard in stile Bretton Woods, non ha idea di come evitare il crack-up finanziario dietro l'angolo.


Nel frattempo Tesla è sprofondata di altri $20 per azione questa mattina, mentre la compagnia ha fatto trapelare un'e-mail di Elon Musk: ha convertito un paio di giorni di produzione forzata in una produzione settimanale di 2,000 veicoli. Questo è stato ovviamente progettato per offuscare il fatto che Tesla ha di nuovo mancato il suo obiettivo di produzione per il primo trimestre, come ha fatto per ogni altro trimestre per anni e anni.

Forse Tesla ha effettivamente assemblato 1,800 Model 3 durante l'ultima settimana del trimestre, ma non solo non è arrivata vicino a soddisfare il suo target drasticamente ribassato (da 5,000 auto a settimana a 2,500) per la Model 3 nel primo trimestre, ma Musk ha offerto la sua dialettica come prova che l'intero sistema di produzione Tesla poggia su una "solida base" e che questa prodezza equivaleva ad un "incredibile progresso".

Lo chiameremmo gioco di prestigio disperato. Dopo $5 miliardi di perdite cumulative dal 2007 e dopo aver bruciato $9 miliardi negli ultimi 5 anni, Musk sta ora cercando di far guardare il dito e non la luna.

Dopo aver trascorso alcuni anni nell'industria automobilistica, riconosciamo un'azienda automobilistica Potemkin quando ne vediamo una, e questa è solo un nome educato per ciò che equivale ad una frode in pieno giorno.

Dopo che il memorandum di Musk è trapelato, TSLA è salita per un po'... almeno per un'ora o due. Ma quando si tratta di pazzi, i cultisti ed i momo-buyer di TSLA fanno apparire lo stesso Elon Musk un modello di sobrietà.

Vale a dire, concedere a Musk le sue 2,000 unità settimanali per la Model 3 e 4,000 veicoli a settimana (compresi la Model S e la Model X) significa ignorare ciò che la Toyota ha dimostrato molto tempo fa: quando tutte le auto si staccano dalla linea di assemblaggio e devono essere lavorate secondo l'attuale modus operandi di TSLA, è garantito che si perderanno soldi per sempre.

Quello che è veramente pazzesco è che al ritmo di attualmente rivendicato da Musk di 200,000 veicoli all'anno, la compagnia sta perdendo circa $10,000 per veicolo venduto. Tuttavia, al suo picco massimo di mercato a $65 miliardi, il casinò sta valutando TSLA a $325,000 per auto assemblata; e al prezzo fortemente scontato di oggi, la sua capitalizzazione orribilmente gonfiata vale $210,000 per auto assemblata.

Invece nel regno delle vere case automobilistiche, la Toyota è valutata a soli $18,000 per veicolo annuale venduto, anche se ha registrato $2,000 di profitti per veicolo nel 2017. Allo stesso modo, la Ford è valutata a soli $6,500 per veicolo venduto su $1,000 di profitti per unità.

Il punto è che un mercato azionario che valuta una frode finanziaria come Tesla a $65 miliardi (o anche $42 miliardi) in base ad un imbonitore da circo come Elon Musk, significa credere alle favole. Semplicemente non c'è altro modo per descriverlo: la capitalizzazione di Tesla è salita da $5 miliardi all'inizio del 2013 a $65 miliardi lo scorso autunno, anche se il suo flusso di cassa era precipitato andando a bruciare i suddetti $9 miliardi in 5 anni.


Nonostante tutti questi allarmi, Washington ha perso completamente la comprensione della calamità fiscale a cui sta andando incontro. Negli ultimi 90 giorni il debito pubblico netto è aumentato di $508 miliardi.

Non c'è stato alcun boom alimentato dai tagli delle tasse durante il trimestre in corso, e il PIL del primo trimestre sarà un miracolo ad essere il 2.0% in termini reali e il 4% includendo l'inflazione. Di conseguenza la salita nominale del PIL nel primo trimestre ammonterà al massimo a $200 miliardi, o solo il 40% della salita netta del debito federale durante il trimestre in corso.

Inutile dire che nei mesi a venire le cose non miglioreranno, visto che l'impatto complessivo del taglio delle tasse colpirà il flusso di cassa del Tesoro statunitense. Già a febbraio e marzo, le entrate federali sono calate rispetto allo scorso anno di quasi il 3.5%.

Detto in altro modo, Washington vuole caricarsi del pesante fardello di un deficit proiettato a $700 miliardi per l'anno fiscale 2019. E questo quando alla fine di quell'anno fiscale nel settembre 2019 si segnerà il mese 124 dell'espansione attuale, rendendola la più lunga nella storia degli Stati Uniti, incluso il boom tecnologico di 119 mesi degli anni '90.

Ma i $3,700 miliardi di entrate proiettate per l'anno fiscale 2019 sono state ridotte a $3,400 miliardi, mentre la spesa di $4,400 miliardi è stata pompata a $4,600 miliardi. Washington è riuscita a portare le entrate al 16.5% del PIL, o al punto più basso dei tempi moderni, e il livello della spesa al 22.5% del PIL, o una delle cifre più alte di sempre.

Inutile dire che un fabbisogno di prestiti pari al 6% del PIL di fronte al tasso di dumping delle obbligazioni sovrane per $600 miliardi all'anno sotto il QT, ammonta ad uno tsunami di $1,800 miliardi di debito nei mercati obbligazionari.

Alla luce della fragorosa collisione monetaria/fiscale, possiamo pensare ad una sola cosa ancora più pazzesca: uno dei personaggi finanziari nello zombie-box questa mattina ha detto che presto torneranno a ruggire i dip-buyer, perché la crescita degli utili nel primo trimestre sembra essere "in rialzo" del 18% rispetto ad un'aspettativa di solo il 12% a fine dicembre.

Ecco il punto: rispetto a cosa?

L'anno scorso, ovviamente. Vediamo un po': i guadagni operativi annuali per l'indice S&P 500 a partire dal primo trimestre sono ora a $131.34 per azione, con un aumento del 18.2% rispetto ai $111.11 per azione per il periodo annuale terminato nel primo trimestre 2017.

Poi, però, quasi quattro anni fa, nel giugno 2014, i guadagni operativi annuali per l'indice S&P 500 avevano raggiunto i $111.83 per azione. E se si prende l'impatto una tantum del tasso aziendale al 21% e le riduzioni del numero di azioni da giugno 2014, il guadagno si riduce a cifre singole basse su base annua.

In breve, si suppone che gli investitori paghino un 25X gli utili per azione per guadagni da fine ciclo, guadagni apparsi grazie alla Cina e al suo impatto sulle commodity e l'economia globale.

Perché?

Apparentemente perché dopo essere cresciuto al 3.5% annuo dal picco del ciclo precedente nel giugno 2007, i venditori ambulanti di Wall Street ora prevedono una crescita di cinque anni al 13.9% all'anno per l'indice S&P 500.

Proprio così. Il tasso di crescita degli utili a 5 anni è previsto che si triplichi rispetto all'ultimo decennio, anche se Wall Street proietta un mondo libero da recessioni fino al 2022.

Ciò equivale a 156 mesi senza recessione a fronte di uno shock obbligazionario garantito che porterà il rendimento del decennale USA al 4.00% e oltre.

Come abbiamo detto, è più che pazzesco.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/


venerdì 15 giugno 2018

Quando arriverà la prossima crisi creditizia?





di Alasdair Macleod


La tempistica di qualsiasi crisi creditizia è stabilita dal ritmo al quale il ciclo del credito progredisce. Le persone non pensano in termini di ciclo del credito, credendo erroneamente che si tratti di un ciclo economico. La distinzione è importante, perché un ciclo economico si suppone che nasca dal mondo degli affari. In altre parole, il ciclo di crescita e recessione sembra dovuto all'instabilità nel settore privato e questo viene generalmente sostenuto dai pianificatori centrali e dai banchieri centrali.

Questo non è vero, perché i cicli economici hanno origine nell'espansione e nella contrazione del credito, la cui origine è a sua volta la politica monetaria delle banche centrali e la riserva frazionaria. I cicli del credito si manifestano quindi nelle variazioni dell'attività commerciale. I cicli sono la causa, i boom e i bust le conseguenze. Ne consegue che se comprendiamo le caratteristiche delle diverse fasi, possiamo stimare dove ci troviamo nel ciclo del credito.

Con una moneta sonante, vale a dire, denaro che non si espande né si contrae, i cicli economici non possono esistere, tranne in caso di pestilenze e guerre che interrompono gli equilibri tra accumulo di denaro, risparmio e consumo. Qualsiasi eccezione a questa regola è destinata ad essere insignificante e non ciclica, perché con una disponibilità costante di moneta, i bust sono casuali invece che raggruppati ciclicamente dalla politica monetaria.

Il capitale è sempre allocato dagli imprenditori per favorire una produzione efficiente dei beni e dei servizi richiesti dai consumatori. Le allocazioni di utili e profitti nei risparmi sono stabilite dalla domanda imprenditoriale di capitale monetario per finanziare la produzione fino a quando i beni e i servizi prodotti non vengono venduti. I bust, il risultato di errori di giudizio da parte degli imprenditori, sono inevitabili, ma vengono rapidamente accettati e il capitale viene ridistribuito di conseguenza. Non appena una forza anti-economica, come lo stato, corrompe l'interazione del libero mercato tra la produzione imprenditoriale e la domanda dei consumatori, la progressione di un'economia diventa squilibrata. Variazioni nella quantità di denaro scoperto sono particolarmente dirompenti. La conseguenza, non accettata dagli interventisti, è un ciclo di espansione del credito che porta ad una crisi compensativa.

Questo è il risultato della politica monetaria: non crea nient'altro che un'illusione di attività economica reale andando a svilire l'unità di conto. Nel perseguire un obiettivo di crescita economica, gli stati stanno semplicemente registrando l'applicazione del denaro scoperto che loro e le loro banche hanno creato. È la nostra damnosa hereditas, la nostra rovinosa eredità.

Lo scopo di questo articolo è quello di stabilire dove ci troviamo nel ciclo globale del credito e di stimare da ciò la probabile scala temporale per la prossima crisi del credito. E sì, è un fenomeno globale, reso più potente dalla sincronizzazione globale delle politiche monetarie attraverso forum come il G20. Cercare di capire dove siamo nel ciclo del credito di una particolare nazione, ci impedisce di comprendere il quadro più ampio. Ma possiamo osservare dove ci troviamo valutando l'interazione tra sentiment aziendale e fattori monetari.



Capire il ciclo del credito

Il ciclo del credito può essere suddiviso nelle seguenti fasi: stabilizzazione post-crisi, ripresa, espansione e infine crisi. Il passaggio da una fase all'altra è in qualche modo arbitrario e ogni ciclo differisce in lunghezza e caratteristiche. Per questi motivi, di solito l'applicazione di un approccio statistico per identificare le diverse fasi non riesce a chiarire l'analisi. È molto meglio comprendere i cambiamenti nei sentimenti dei consumatori, dei produttori e delle banche, e in che modo interagiscono.

All'inizio del ciclo del credito, le banche centrali esercitano un'influenza economica significativa attraverso la politica monetaria. Lo fanno assicurandosi, per quanto possibile, che il mercato non possa ripulirsi. Con ciò intendiamo che l'accumulo di investimenti improduttivi nel ciclo precedente viene protetto, preservando così posti di lavoro in aziende che in un mercato libero sarebbero state abbandonate dato il loro rendimento inadeguato. Il capitale impiegato in queste industrie inservibili diviene bloccato, non rapidamente ridistribuito come accadrebbe in un'economia efficiente. E per capitale intendiamo non solo il denaro, ma tutti gli altri fattori di produzione che devono essere acquisiti, compreso il lavoro.

Nell'attuale mondo interventista e neo-keynesiano, non si deve mai permettere che i prezzi possano calare e stabilire nuovi equilibri, come accadrebbe nei mercati liberi. L'equilibrio tra risparmio e consumo immediato è incoraggiato ad adeguarsi a favore delle spese immediate per impedire un calo dei prezzi.

Questo ci dà una regola di base, che è sempre stata vera fino ad oggi: svalutando la valuta e riducendo, eliminando o addirittura invertendo la preferenza temporale insita nei liberi mercati, le banche centrali hanno sempre impedito alla crisi del credito di seguire il suo corso completo. Ci sono stati momenti nelle ultime due crisi quando questo processo è stato praticamente stoppato. Tutti abbiamo guardato in un abisso economico e finanziario di completo fallimento sistemico, in grado di distruggere le banche e tutti i saldi dei loro clienti. E senza le banche, la produzione di tutti i beni e servizi avrebbe potuto cessare o essere fornita attraverso la nazionalizzazione. In entrambi i casi, la FED sotto la presidenza di Alan Greenspan e poi Ben Bernanke, è arrivata in soccorso.

La prima crisi del nuovo secolo è stata principalmente il risultato di una bolla dot-com alimentata dal credito, e aveva similitudini con il crollo del mercato azionario nel 1929. La FED non avrebbe permesso l'avvento di una nuova depressione, e i mercati azionari e obbligazionari sono stati salvati da riduzioni aggressive dei tassi d'interesse. Di conseguenza l'espansione monetaria ha riacquistato il suo slancio, con una nuova caratteristica: la zuppa alfabetica delle cartolarizzazioni, la quale si è tradotta in un'espansione del credito fuori bilancio attraverso la crescita del sistema bancario ombra.

La seconda crisi arrivò nel 2007-09 (dobbiamo essere vaghi sulle date effettive), questa volta nei mercati immobiliari residenziali, i quali erano stati gonfiati dall'espansione del credito più di ogni altra classe di asset. Il ciclo boom/bust trainato dal credito si era sviluppato come non ci si sarebbe potuto aspettare, simile alla crisi bancaria nel Regno Unito del novembre 1973.

A quel tempo, il ciclo del credito britannico si era evoluto nel solito modo: c'era una sequenza ben definita di eventi in un'economia il cui governo aveva ampi deficit di bilancio. Dalla fine del 1970, l'allora cancelliere, Tony Barber, spinse la Banca d'Inghilterra ad espandere la massa monetaria ed a ridurre i tassi d'interesse dal 7% al 5%. Inizialmente i rendimenti dei Gilt diminuirono e le azioni aumentarono. I rendimenti obbligazionari toccarono il fondo nel gennaio 1972 e poi iniziarono a salire. Il mercato azionario raggiunse il picco il maggio seguente, cinque mesi dopo le obbligazioni, per poi entrare in un mercato ribassista. Nel giugno di quello stesso anno, la Banca d'Inghilterra aumentò i tassi d'interesse al 6% e poi in graduali progressioni fino al 9% entro la fine dell'anno.

C'erano due problemi: l'inflazione dei prezzi stava aumentando e il governo aveva difficoltà a finanziare il suo deficit. La Banca d'Inghilterra dovette aumentare drasticamente i tassi d'interesse per vendere i Gilt. Oggi siamo consapevoli del potenziale dell'inflazione dei prezzi, ma non tanto del potenziale di un sconvolgimento dei finanziamenti pubblici.

L'ironia, per gli investitori azionari, è che mentre i titoli azionari salivano nel maggio 1972, si stavano sviluppando le prime fasi di un mercato ribassista (i prezzi scesero di oltre il 70% entro il dicembre 1974). Ciononostante le aziende facevano registrare livelli più elevati di attività e crescita dei profitti. Tuttavia verso la fine dell'ottobre del 1973, i timori dell'inflazione dei prezzi aumentarono improvvisamente quando l'OPEC proclamò un embargo petrolifero. La Banca d'Inghilterra rialzò i tassi d'interesse al 13% all'inizio di novembre in risposta alla crisi petrolifera e le azioni andarono in crash.

I prezzi degli immobili commerciali crollarono, portandosi dietro anche le banche in quella che è stata definita la crisi bancaria secondaria. Paradossalmente, alla vigilia della crisi bancaria secondaria, la proprietà commerciale era vista come una copertura contro l'inflazione dei prezzi, preoccupazione crescente da quando le azioni iniziarono a fluttuare rispetto al maggio precedente.

Queste erano alcune delle caratteristiche distintive del ciclo del credito britannico in quel periodo, le quali fanno rima con quelle di oggi, sebbene i livelli dei tassi d'interesse siano molto diversi. Lo stimolo attraverso la spesa in deficit, la soppressione dei tassi d'interesse e le misure per incoraggiare il prestito bancario sono comuni in entrambi i casi. Gli effetti iniziali dello stimolo monetario sui prezzi delle obbligazioni e sui mercati azionari sono simili in entrambi i cicli. I rendimenti obbligazionari hanno ora iniziato a salire, come all'inizio del 1972. I mercati azionari sono chiaramente vulnerabili e proni ad entrare in un mercato ribassista se i rendimenti obbligazionari aumenteranno ulteriormente.

Pertanto sembra che nel ciclo del credito di oggi l'economia globale si trovi dov'era il Regno Unito nel maggio 1972. A quel tempo i rendimenti obbligazionari erano in aumento, perché la domanda di credito nel settore non finanziario iniziò ad accelerare, man mano che le imprese e le banche diventavano più sicure delle prospettive economiche. Le banche vendettero i loro Gilt a breve termine per soddisfare la crescente domanda di prestiti, indebolendo in generale i valori degli asset finanziari. Furono i rendimenti dei Gilt in salita che spezzarono i prezzi delle azioni, nonostante il miglioramento delle prospettive economiche.

Oggi, in tutte le principali giurisdizioni, i rendimenti obbligazionari sono in aumento. Una banca che ha acquistato titoli del Tesoro USA a 5 anni lo scorso settembre si trova ad avere ora una dolorosa perdita del 4.4%, azzerando forse tra un terzo e la metà del capitale stanziato per sostenere l'investimento. Storie simili riguardano banche che hanno investito in altri mercati obbligazionari sovrani. Tuttavia è solo negli ultimi mesi che economisti e commentatori finanziari hanno iniziato ad accettare che il mondo è in una fase coordinata di crescita economica. Chiaramente ci stiamo dirigendo verso l'equivalente del periodo tra maggio 1972 e ottobre 1973, il quale è durato quindici mesi. Solo che questa volta la scala è globale e potrebbe non volerci tutto questo tempo.



La fase espansiva è già qui

Possiamo quindi ipotizzare con un alto grado di certezza che siamo nelle prime fasi della fase espansiva del ciclo del credito, l'ultima fase prima della crisi che lo porterà alla conclusione. Possiamo essere sicuri che una crisi ci sarà, perché ogni ciclo del credito si conclude con una liquidazione. Tuttavia dobbiamo ora spostare la nostra attenzione dalle analogie odierne con il ciclo del credito britannico dei primi anni '70 per due motivi: in primo luogo, il 1973 si concluse con un improvviso shock petrolifero; e in secondo luogo, con il ciclo del credito di oggi coordinato a livello globale, la crisi è probabile che sarà onnicomprensiva e molto più distruttiva.

Lo shock petrolifero del 1973 si propagò improvvisamente nei mercati finanziari. Questa volta i prezzi del petrolio aumenteranno più gradualmente, spinti dalla crescente domanda di energia e dal calo del potere d'acquisto del dollaro. Una ripresa economica sincronizzata a livello mondiale nei prossimi mesi condividerà le caratteristiche dell'inflazione dei prezzi osservate negli anni '70 in Gran Bretagna, ovvero, una svalutazione della moneta. Va notato che questa svalutazione viene registrata come un aumento del PIL nominale, cosa che riflette semplicemente una maggiore quantità di denaro che insegue una quantità stabile di beni e servizi nell'economia non finanziaria.

Nei prossimi mesi la crescita registrata a livello mondiale sarà probabilmente superiore a quella del periodo 1972-73, poiché i potenziali afflussi di credito dai mercati finanziari a quelli non finanziari saranno significativamente maggiori e i deflatori dell'inflazione dei prezzi verranno attenuati attraverso l'edonica e altre manipolazioni statistiche. L'aumento senza precedenti delle varie basi monetarie nelle fasi iniziali del ciclo del credito è pronto a sostenere il reindirizzamento del credito bancario dalle attività finanziarie alle materie prime e al finanziamento di altri fattori di produzione. Il denaro nei portafogli, attualmente sovraponderati in asset finanziari denominati in dollari, verrà anch'esso essere reindirizzato in progetti infrastrutturali, in particolare in Asia. La sincronizzazione globale della bolla creditizia suggerisce che gli effetti sui prezzi potrebbero essere molto più grandi di quanto comunemente previsto, portando ad un aumento dei tassi d'interesse sufficiente a scatenare la crisi del credito prima, piuttosto che dopo.

Un fattore importante che portò all'aumento dei tassi d'interesse ufficiali nel 1972-74 fu rappresentato dalle difficoltà incontrate dal governo britannico nel finanziare il suo deficit. Nel ciclo attuale questo non è stato un problema. Indubbiamente la globalizzazione del credito ha reso più facile per i governi finanziare i loro deficit in senso generale, e un prerequisito per facilitare tale finanziamento è un'espansione del credito limitata al settore finanziario. Finché le cose stanno così, una banca centrale può mantenere un certo controllo sui tassi d'interesse e sui flussi dei portafogli. Quando le cose non stanno più così, il controllo sui tassi d'interesse viene determinato invece dalle azioni aggregate del settore commerciale non finanziario, e la banca centrale è costretta a rispondere agli eventi monetari, invece di controllarli.

Non appena i flussi di credito e dei portafogli lasciano gli asset finanziari a favore di quelli non finanziari, i governi potrebbero incontrare gravi difficoltà di finanziamento. Pochissimi di noi si aspettano che questo diventi un problema serio, quindi sarà una sorpresa sgradita.

La storia e la riflessione ci dicono che una crisi dei finanziamenti dei governi mondiali è destinata a diventare una realtà. Possiamo quindi supporre che le varie banche centrali del mondo dovranno aumentare i loro tassi d'interesse al di sopra del livello richiesto dai mercati affinché i loro governi possano finanziarsi.

Negli anni '70 la Gran Bretagna, alzando i tassi d'interesse per cancellare un arretrato di fondi del governo, faceva riferimento alla tattica del Grand Old Duke of York. La Banca d'Inghilterra avrebbe alzato i tassi d'interesse fino al punto in cui avrebbe scongiurato l'intasamento dei fondi, in modo da poter fare marcia indietro successivamente.

Fare ciò oggi innescherebbe certamente una crisi del credito, a causa del livello di indebitamento delle singole economie mondiali. I governi sono intrappolati. McKinsey ha stimato nel 2014 che il debito pubblico globale ammontava a $58,000 miliardi, e ovviamente è aumentato notevolmente sin da allora. Non è solo il presidente Trump che deve ricorrere a più prestiti per pagare i tagli delle tasse, anche la maggior parte degli altri governi devono prendere in prestito ingenti fondi per rifinanziare il debito. È diventata praticamente la normalità.

Il seguente grafico dei Fed Funds Rate, illustra l'impatto dell'aumento dei livelli del debito in dollari sull'altezza a cui i tassi d'interesse possono essere innalzati prima che venga innescata la prossima crisi del credito.


La linea tratteggiata mostra la tendenza al ribasso in base ai precedenti picchi dei tassi d'interesse, dove questi ultimi sono saliti al livello al quale è stata innescata una crisi del credito. Pertanto un FFR di poco più del 6% è stato sufficiente per sgonfiare la bolla delle dot-com nel 2000 e un FFR di oltre il 5% è stato sufficiente per innescare la grande crisi finanziaria del 2007-09. Oggi un FFR superiore al 2.5% sarebbe molto pericoloso, quindi anche un piccolo sconvolgimento dei finanziamenti potrebbe innescare una crisi nel ciclo del credito. Il livello del debito totale è ora veramente di proporzioni catastrofiche.



La prossima crisi del credito arriverà presto

L'attuale fase di espansione difficilmente durerà a lungo. L'ipotesi assunta da quasi tutti gli economisti è che la crescita globale del PIL porterà ad un'inflazione dei prezzi, ma si presume che i fattori dominanti siano positivi, con gli utili aziendali in aumento e quindi entrate fiscali dei governi che alla fine ridurranno i loro deficit. Le prove empiriche dei primi anni '70 suggeriscono che questo ottimismo è ingiustificato.

L'analisi dei cicli del credito da parte degli economisti Austriaci tende ad enfatizzare gli effetti successivi nel tempo che avrà sui prezzi una precedente espansione monetaria e del credito. Il limite di questo approccio è che gli analisti rischiano di non tener conto della sbornia del debito non liquidato e dei cattivi investimenti provenienti da precedenti cicli del credito. Senza dubbio l'accumulo di distorsioni economiche dai precedenti cicli del credito garantirà che la prossima crisi sarà più drammatica dell'ultima.

In un mondo in cui i flussi dei portafogli sono enormi, le cose sono ancora più pericolose. Dopo diversi cicli del credito durante i quali non è stato interrotto il finanziamento pubblico, è probabile che questa volta ci sarà un problema di "crowding out", in cui gli stati faranno concorrenza nei mercati obbligazionari ai mutuatari del settore privato. Questo conflitto sembra destinato ad innalzare il tasso di mercato delle preferenze temporali, al di là del controllo della politica monetaria. È anche probabile che spinga in basso il dollaro, la valuta in cui è attualmente investita la maggior parte del denaro dei portafogli internazionali. Il sistema bancario rimane altamente vulnerabile a questi cambiamenti, nonostante l'aumento della base monetaria dall'ultima crisi. Le banche dell'eurozona corrono un rischio notevole, essendo altamente indebitate e fortemente esposte al calo dei prezzi dei titoli di stato.

La nostra conclusione è questa: tenendo conto delle pressioni inflazionistiche sui prezzi, del calo del potere d'acquisto del dollaro, del probabile reindirizzamento degli investitori internazionali esposti al calo del dollaro e del potenziale di un sconvolgimento globale dei finanziamenti pubblici, saremo fortunati se la prossima crisi non arriverà prima della fine di quest'anno.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/


giovedì 14 giugno 2018

L'ennesima crisi finanziaria in Argentina





di Daniel Lacalle & Joseph T. Salerno


Quando viaggio in Argentina, sento spesso dai politici locali che il cuneo fiscale deve essere aumentato perché "le entrate sono insufficienti".

La prima domanda che mi viene in mente è cosa significhi "insufficiente". Il problema del deficit fiscale argentino non è stato generato da un basso carico fiscale, ma da uno troppo alto.

Il Global Competitiveness Report del World Economic Forum 2017-2018 mostra che l'Argentina ricopre la posizione 92 tra i 138 Paesi analizzati. L'aspetto più preoccupante è che il carico fiscale dell'Argentina è il più alto tra le 138 economie.

Tra il 2002 e il 2017 la pressione fiscale del Paese è aumentata di oltre 10 punti di PIL, mentre l'inflazione è aumentata vertiginosamente.

Questi due fattori, inflazione e alta tassazione, incidono negativamente sulla competitività e sulla facilità di attrarre capitali, investire e creare posti di lavoro, relegando una nazione dal potenziale enorme, come l'Argentina, nelle posizioni finali dell'indice del World Economic Forum, quando invece potrebbe essere in cima.

Inflazione eccessiva e tasse elevate sono due fattori quasi identici che nascondono una spesa pubblica eccessiva, la quale ha frenato l'attività economica. La spesa pubblica consolidata ha raggiunto il 47.9% del PIL nel 2016, una cifra chiaramente sproporzionata. Anche se consideriamo la spesa pubblica primaria, cioè escludendo il costo del debito, essa è raddoppiata tra il 2002 e il 2017.

Secondo il Ministero del Lavoro, l'occupazione pubblica rappresenta oltre l'11% del budget e solo due province hanno una percentuale di occupazione pubblica inferiore al 30% del totale. Se prendiamo tutte le province, sette hanno una forza lavoro nel settore pubblico che supera quella privata — tra il 51% e il 69% — e oltre il 65% delle province ha una percentuale di occupazione pubblica che supera il 40% del totale. Il Ministero del Lavoro stima oltre 3.5 milioni di posti di lavoro nelle amministrazioni nazionali, provinciali e municipali, una cifra che è aumentata del 60% dal 2002.

Non è esclusivamente un problema di impiego pubblico. Le tre voci che hanno visto il maggiore aumento nella spesa pubblica tra il 2002 e il 2017 sono salari, previdenza sociale e sussidi al settore privato, secondo il Ministero delle Finanze. Questa terza voce è molto importante.

L'Argentina ha alimentato un modello economico che ha aumentato in modo sproporzionato il carico fiscale sui settori più produttivi per sovvenzionare i settori a più bassa produttività e pagare il massiccio aumento dell'occupazione pubblica. Cioè, è un modello fiscale che scoraggia gli investimenti privati ​​non sovvenzionati e incoraggia i settori in cerca di privilegi. Pertanto non sorprende se l'aumento della produttività sia molto basso e se le entrate fiscali non migliorino, spingendo i deficit più in alto attraverso spese elevate ed entrate inferiori.

Poiché le entrate sono insufficienti e gli afflussi di capitali si deteriorano, il divario viene finanziato attraverso la repressione fiscale e monetaria — stampando denaro per pagare le spese del settore pubblico — cosa che danneggia settori altamente produttivi, scoraggia l'attività privata e riduce gli investimenti a lungo termine. E non è qualcosa che può essere risolto con aumenti delle tasse.

Se guardiamo alle economie europee, possiamo vedere come gli aumenti delle tasse non solo non abbiano risolto i deficit fiscali, ma hanno generato un ritardo nell'uscita dalla crisi, aumentando anche l'indebitamento. I deficit sono stati ridotti, ma non abbastanza, e il debito pubblico supera l'89% del PIL. Uno studio del Centro per la Ricerca Economica Europea (ZEW) avverte del rischio di perdita di investimenti nell'Unione Europea se si persevera con una tassazione non competitiva e predatoria in cui le imprese e i cittadini pagano fino al 40% del loro reddito in tasse dirette ed indirette.

Le soluzioni che sono state imposte nella maggior parte delle economie sviluppate sono fallite proprio perché implementano un modello estrattivo che penalizza gli investimenti e i settori più produttivi per sostenere un'eccessiva spesa pubblica.

Se guardiamo alla tendenza globale, gli Stati Uniti mostrano che una fiscalità attraente, orientata alla crescita, genera più occupazione e maggiori investimenti. L'Argentina, con il carico fiscale più elevato in America Latina, subisce un effetto negativo e cumulativo: i settori che dipendono da sussidi ed entrate fiscali diventano un peso per la società, e gli investimenti produttivi e l'occupazione privata ne soffrono.

Tutti questi squilibri vengono mantenuti dalla liquidità in eccesso e dai bassi tassi d'interesse. Ma quest fattori esterni alla fine cambiano, e quando accade, accade improvvisamente.

La tassazione in Argentina dovrebbe mirare a migliorare le basi imponibili e ad aumentare gli investimenti produttivi e l'occupazione privata, valutando al tempo stesso le spese per renderle sostenibili. In caso contrario, il futuro adeguamento sarà molto più doloroso di quanto immaginiamo.

La scorsa settimana l'Argentina ha sofferto per l'ennesima "crisi della valuta". Il peso argentino (ARS) si è deprezzato del 9% rispetto al dollaro statunitense (USD), passando da circa 20.50 ARS per USD a 22.25 USD. Per arginare lo slittamento del peso, la banca centrale argentina ha aumentato il suo tasso d'interesse target (il tasso di riferimento repo a 7 giorni) dal 30.5% al ​​40% in due giorni consecutivi. Ciò è avvenuto in seguito ad un aumento dei tassi di 3 punti percentuali la settimana precedente, durante il quale la banca ha anche venduto $5 miliardi di riserve. La banca centrale ha anche annunciato che avrebbe utilizzato "tutti gli strumenti a sua disposizione" per ridurre l'inflazione — che si è attestata al 25% anno/anno a marzo — al suo target: 15%. I politici hanno preso atto del fatto che il Ministro delle Finanze ha dichiarato in una conferenza stampa che il governo aveva tagliato il suo obiettivo per il deficit di bilancio dal 3.2% al 2.3% del PIL.

A seguito di queste mosse politiche, il peso ha cessato il suo declino e ha recuperato l'1.7% del suo valore rispetto al dollaro USA. Per ora, i mercati si sono calmati e, secondo i commentatori nei media e gli analisti finanziari (qui, qui e qui), la crisi è stata (almeno temporaneamente) risolta. Come ho sottolineato in un post precedente, il deprezzamento del peso non è una crisi di per sé che richiede un trattamento correttivo. Una crisi della valuta è un segnale di avvertimento salutare, come quando il termometro ci segnala la presenza di febbre. La vendita di riserve e l'inversione dei flussi di capitale a breve termine, aumentando i tassi d'interesse per sopprimere l'aumento dei prezzi delle valute estere, equivale ad immergere il termometro in acqua ghiacciata, cosa che non fa assolutamente nulla per affrontare la malattia di base del paziente.

La vera crisi di cui soffre l'Argentina è un fallimento cronico della politica monetaria. Questo fatto non è nemmeno stato accennato nei resoconti dei media generalisti. È stato dato per scontato che, dal momento che Mauricio Macri è diventato presidente nel dicembre 2015, l'Argentina avrebbe intrapreso un percorso virtuoso verso la deregolamentazione, la riduzione dei deficit e la disinflazione. Ma nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Tuttavia, nonostante il successo di Macri nel raggiungere i primi due obiettivi, è stato un disastro sul fronte dell'inflazione come il suo predecessore di sinistra. Ci basta esaminare due indicatori per verificare questa affermazione: il tasso di cambio USD/ARS e il tasso di crescita dell'offerta di moneta argentina (M2) da quando Macri è in carica.

Come ha sottolineato Ludwig von Mises all'inizio del XX secolo, l'indicatore più sensibile dell'inflazione dei prezzi è il tasso di cambio. Come possiamo vedere dal grafico qui sotto, il prezzo di un dollaro è salito da circa 13 pesos alla fine del 2015, quando Macri ha chiuso i controlli sui cambi, a 22 pesos di oggi, un deprezzamento del 70% rispetto al dollaro.


L'unica causa dell'inflazione dei prezzi e del deprezzamento della valuta, come disse anche Mises, è l'espansione artificiale dell'offerta di moneta da parte della banca centrale. Deficit di bilancio e bassi tassi d'interesse non sono la causa dell'inflazione, ma solo i principali motivi per cui governi e banche centrali adottano politiche monetarie espansive. I grafici qui sotto mostrano che dopo i due anni di presidenza di Macri, il tasso di crescita annuo della massa monetaria non è mai sceso al di sotto del 25% annuo e per i primi tre trimestri del 2017 ha superato il 45% all'anno.



Né una riduzione dei deficit di bilancio, né un aumento dei tassi d'interesse impediranno future crisi della valuta. I deficit di bilancio possono essere finanziati da prestiti non inflazionistici da parte di investitori stranieri. Gli aumenti prudentemente orchestrati dei tassi d'interesse da parte delle banche centrali sono inutili perché, a meno che i mercati del credito non siano liberi di scoprire il tasso d'interesse "naturale" che equipara l'offerta e la domanda di fondi risparmiati volontariamente, l'offerta di moneta continuerà ad espandersi, volenti o nolenti. I prezzi continueranno quindi a salire e la valuta si svaluterà a singhiozzo.

Quindi dimenticatevi degli interventi nei mercati dei cambi! Dimenticatevi delle manipolazioni dei tassi d'interesse! Dimenticatevi degli obiettivi d'inflazione e della riduzione del deficit! Se il governo argentino è seriamente intenzionato a liberare il Paese dalla (presunta) piaga delle crisi della valuta, tutto ciò che deve fare è ordinare alla banca centrale di cessare tutte le operazioni di mercato aperto e di prestito. Ciò congelerebbe l'ammontare delle riserve bancarie e della valuta del Paese (ovvero "la base monetaria"), bloccando ulteriormente l'espansione dell'offerta di moneta e consentendo al tasso d'interesse di trovare il suo livello naturale. Potrebbero inizialmente verificarsi una recessione e un ulteriore deprezzamento del tasso di cambio, in caso di liquidazione di investimenti improduttivi ed aggiustamento di prezzi, salari e produzione alle preferenze dei consumatori. Alla fine questa strada farà sì che il peso si apprezzi sui mercati dei cambi. A quel punto i politici potrebbero avviare una discussione sull'attuazione di una politica anti-inflazione più permanente, come l'abolizione della banca centrale e del peso stesso e la "dollarizzazione" dell'economia. Oppure potrebbero prendere in considerazione la possibilità di abolire tutte le barriere legali al pagamento e alla contrattazione in oro, argento e valute estere per garantire la concorrenza con il peso.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/